lunedì 3 febbraio 2020

Mc 5,1-20: l'indemoniato di Gerasa

Epicoco:
Sarebbe interessante prendere dalla pagina del Vangelo di oggi il chiaro elenco di come il male si manifesta concretamente nella nostra vita. L’occasione è data dall’incontro che Gesù fa con l’indemoniato di Gerasa: “Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre”. Quante volte la nostra vita sembra consumarsi nei sepolcri, e cioè sentendo che quello che viviamo sa di morte più che di vita. Non a caso usiamo parole del tipo: mi sento mortificato, sento la morte dentro, mi sembra come se non ci fosse più nulla d’interessante da vivere. Il male fa esattamente questo: ci fa vivere circondandoci dalla sensazione di morte. Il secondo sintomo del male è l’incapacità dei legami, delle relazioni: “nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi”. Senza legami, senza relazioni la nostra vita risulta alienata. Sono i legami che ci costringono a tenere i piedi per terra. Ma quando il male si affaccia dentro la nostra vita la prima cosa che fa è far ammalare le nostre relazioni. Se tu sei diviso dagli altri in realtà sei solo. E se sei solo sei vulnerabile, manovrabile, fragilissimo. Il terzo sintomo è essere noi stessi la mano che ci fa del male: “Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre”. È una faccenda scandalosa che raramente accettiamo, e cioè che i primi responsabili della nostra sofferenza siamo noi stessi. Infatti molte volte creiamo da soli le condizioni per soffrire, e quando ci viene proposta una via d’uscita facciamo di tutto per non prenderla. Così da una parte gridiamo aiuto, ma dall’altra facciamo in modo che nessuno possa davvero aiutarci. Gesù è colui che ha il potere di liberarci da un male così.
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni.Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo.Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene,perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo.Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi,e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!».Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!».E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti».E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo.E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi».Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare.I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura.Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci.Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui.Non glielo permise, ma gli disse: «Và nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato».Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati. (Mc 5,1-20)

venerdì 7 aprile 2017

Dalla disobbedienza di Giona alla relazione con Dio. Il libro di Giona, di suor Pina Ester De Prisco

Fonte: http://www.gliscritti.it/blog/entry/4091

Il libro di Giona è letto dagli ebrei nel giorno di Yom Kippur - giorno dell’Espiazione -, è un libro molto piccolo, solo quattro capitoli, e il genere letterario è quello del racconto o della parabola; un libro ricco di ironia, che viene letto per istruire e per piacere.
Il nome “Giona” significa colomba, con un richiamo alla colomba che Noè manda in perlustrazione dopo la fine del diluvio per verificare se le acque si erano ritirate. Un richiamo alla colomba del Cantico dei Cantici, alla colomba del libro di Osea in cui è indicata come ingenua e priva di intelligenza e infine alla colomba immagine del popolo dei profeti.
La struttura del libro può aiutarci a cogliere vari passaggi presenti in esso.
Dividiamo il primo capitolo in due parti:

mercoledì 14 dicembre 2016

La sofferenza del Natale (Gianfranco Ravasi)

La nostra particolare lettura dei vangeli dal punto di vista della sofferenza non può non iniziare che dai cosiddetti "racconti dell'infanzia" di Gesù, da noi solitamente collegati al Natale.
«Triste, malinconico, amaro Natale, anche quest'anno sei giunto a noi... »: questo verso iniziale di una lirica di un poeta francese sembra essere a prima vista solo provocatorio. Il Natale è, infatti, la festa per eccellenza della gioia. Si accendono le luci nelle nostre città; le notti sono squarciate dai festoni delle stelle luminose e dalle più volgari insegne al neon; le vie sono percorse dal filo musicale delle zampogne e dei dischi natalizi; si pensa ai regali e a cene sontuose; la civiltà dei consumi ci bombarda con mille segnali pubblicitari. Il Natale è come una tregua annuale in cui trionfano i buoni sentimenti, gli auguri di felicità prevalgono sulle imprecazioni e si moltiplicano tenerezze per i bambini.
In realtà, se dovessimo più attentamente leggere le pagine natalizie dei vangeli, raccolte nei capitoli d'apertura di Matteo e di Luca, scopriremmo che la luce, la pace e la gioia della nascita di Cristo sono striate da tanti segni oscuri di dolore, di amarezza e di paura. D'altra parte è noto che nei cosiddetti "vangeli dell'infanzia", attraverso una fitta serie di allusioni, si vuole far balenare nel ritratto del bambino Gesù già il volto del Cristo crocifisso e risorto. È curioso notare che nelle icone dedicate al Natale la scuola pittorica russa di Novgorod (XV secolo) sempre raffigurato Gesù bambino in una culla che aveva la forma di un sepolcro di marmo. Sul Natale si proietta già l'ombra della croce.

giovedì 1 dicembre 2016

Brani di difficile interpretazione della Bibbia. Le PARABOLE

Fonte: http://www.gliscritti.it/blog/entry/3937

Riprendiamo e commentiamo da V. Fusco, Parabola/Parabole, in Rossano P.-Ravasi G.-Girlanda A. (a cura di), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano) 1988, alcuni brani che commentano il significato delle parabole. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri testi di difficile interpretazione della Bibbia vedi la sezione Brani di difficile interpretazione della Bibbia. Per ulteriori approfondimenti vedi la sezione Sacra Scrittura
Il Centro culturale Gli scritti (27/11/2016)

Gli studi di Vittorio Fusco si incentrano sul fatto che la parabola non è un racconto a sé stante che possa prescindere dalla presenza viva di Cristo. La parabola, invece, indirizza alla novità della presenza di Dio in Gesù. Fusco mostra come tale sottolineatura emerga, anche se in maniera non pienamente consapevole, fin dai primi studi moderni sulle parabole
«Lo studio moderno delle parabole prende avvio con la rimozione [della] confusione tra parabola e allegoria ad opera di Adolf Jülicher (1857-1938), il quale mise in luce il carattere tardivo di questi sviluppi allegorizzanti nei testi evangelici e riscoprì come specifico della parabola il meccanismo argomentativo.
La parabola utilizza una vicenda fittizia che in un primo momento dev'essere considerata soltanto in se stessa, nella sua logica interna, per farne scaturire una conclusione, una valutazione, da trasferire poi - nella sua globalità, non nei singoli dettagli narrativi – alla situazione reale che il parabolista aveva di mira sin dall’inizio.

mercoledì 30 novembre 2016

Brani di difficile interpretazione della Bibbia. Mt 18,20

«Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20): l’ecclesiologia di Matteo nella riflessione di Gérard Rossé. Breve nota di Andrea Lonardo



Il centro culturale Gli scritti (25/11/2009)

Nel saggio L’ecclesiologia di Matteo. Interpretazione di Mt 18,20 [1], G. Rossé riprende un suo precedente e più ponderoso studio - Gesù in mezzo. Matteo 18,20 nell’esegesi contemporanea, Città Nuova, Roma, 1972 - aggiornandolo a partire dalle ricerche di H. Frankemölle [2]. Quest’ultimo ha convincentemente sostenuto come l’ecclesiologia di Matteo non sia stata elaborata in polemica con il giudaismo, quanto piuttosto a partire da una positiva rilettura cristologica del “Dio con noi” della tradizione veterotestamentaria. Se l’AT affermava che Dio dimorava in mezzo al suo popolo, questa verità è, in Matteo, “attualizzata e cristologizzata come presenza di Gesù in mezzo alla sua comunità” (Rossé 1987, p. 12).

Così scrive G. Rossé [3]:

«Matteo ha saputo integrare la teologia dell’alleanza nella sua ecclesiologia [4]Gesù ormai realizza la presenza di Dio in mezzo al suo popolo; egli è il Dio-con-noi della comunità dei discepoli, chiamata però ad estendersi a tutte le nazioni (cfr. Mt 28,19ss).

martedì 29 novembre 2016

Avvento: tempo di sogni con Giuseppe (Mt 1,18-25)

Riprendiamo sul nostro sito un contributo preparato da suor Pina Ester De Prisco per il Sussidio del Centro Oratori Romani 2016/2017. I neretti sono nostri ed hanno l’unica finalità di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (29/11/2016)
Le prime luci dell’Avvento si accendono, riempiendo di attesa le nostre esistenze e Giuseppe si fa compagno di viaggio nel nostro indugiare dinanzi alla grotta di Betlemme, dove nascerà il Figlio di Dio.
Si fa sempre fatica a parlare di Giuseppe, perché nei vangeli si dice poco di lui, ma l’evangelista Matteo ne parla in ben due capitoli, e lo fa con la categoria dei sogni! I sogni, spesso, sono usati nella Scrittura per rivelare la volontà e la Parola di Dio.
Basti pensare alla figura anticotestamentaria del giovane Giuseppe, per comprendere che il tema del sogno non è avulso dalle pagine dell’Antico Testamento. Due sogni guidarono e condussero Giuseppe a diventare principe d’Egitto, passando attraverso un destino di sofferenza e tradimento, fino all’espropriazione dei suoi diritti di “figlio e fratello” (Gen 37,5-10). Sogni, dunque, grandi, ma tortuosi, ma potremmo anche dire tortuosi perché grandi!
Sono i sogni che appartengono anche alle nostre vite, alle nostre famiglie, sogni a cui non vogliamo rinunciare, e che teniamo custoditi nei nostri cuori, nella speranza che possano avverarsi, ma che devono conciliarsi con chi ci è accanto e soprattutto con i disegni di Dio. Sono sogni che attraversano il vaglio dell’evangelo, così come avviene per Giuseppe, lo sposo di Maria, e nel vangelo di Matteo sono riportati ben quattro sogni.

lunedì 28 novembre 2016

Perché Gesù parlava in parabole, di Andrea Lonardo


«Si avvicinarono a Gesù i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”». «Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: “Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose…» (Mt 13,36-37).
Il testo evangelico mostra come le parabole non siano state raccontate da Gesù per venire incontro ai semplici, non sono state pensate per trovare un linguaggio più comprensibile utilizzando esempi della vita di tutti i giorni. Esse al contrario non possono essere capite da soli e richiedono spiegazioni: gli stessi apostoli le debbono approfondire.
La parabola del seminatore, come quella della zizzania, richiedono che si faccia un passo avanti per venire ad un contatto più diretto con Gesù. A lui bisogna chiedere del significato delle parabole.
Ed è questa la via per diventare discepoli del Signore: stare vicino a lui e chiedergli. Tanti ascoltano e si allontanano, senza che le parabole siano diventate per loro l’occasione per stare con il Signore.
Questo è il motivo per il quale Gesù parla in parabole. Egli è la presenza di Dio, è il regno ormai vicino, ma l’uomo deve rispondere con la propria libertà a questa venuta ed avvicinarsi.

martedì 25 ottobre 2016

La salvezza viene dal piccolo. Luca (4, 24-30)

Lunedì, 29 febbraio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.049, 01/03/2016)

La salvezza di Dio non viene dalle cose grandi, dal potere o dai soldi, dalle cordate clericali o politiche, ma dalle cose piccole e semplici che, alle volte, suscitano persino sdegno. 
«La Chiesa ci prepara alla Pasqua e oggi ci fa riflettere sulla salvezza: come noi pensiamo che sia la salvezza, quella salvezza che tutti noi vogliamo» ha affermato Francesco. E proprio la storia «della malattia di Naamàn», narrata dal secondo libro dei Re (5, 1-15), «ci avvicina al fatto della morte: e dopo?». Infatti «quando c’è la malattia, sempre ci rimanda a quel pensiero: la salvezza». Ma, si è chiesto il Pontefice, «come viene questa salvezza? Qual è la strada per la salvezza? Qual è la rivelazione di Dio a noi cristiani sulla salvezza?».
Per il Papa «la parola chiave per capire il messaggio di oggi della Chiesa è sdegno». Quando «Naamàn, arrivato da Eliseo, chiede la guarigione, Eliseo manda il ragazzo a dirgli di bagnarsi sette volte nel Giordano. Una cosa semplice». Forse proprio per questo «Naamàn si sdegnò» esclamando: «Ho fatto un viaggio così, con tanti doni...»: tutto invece si risolve con un semplice bagno nel fiume. Oltretutto, rincara Naamàn, «noi abbiamo fiumi più belli di questo».

domenica 23 ottobre 2016

L'equazione del perdono. Matteo (18, 21-25)

Papa Francesco, Meditazione mattutina, Martedì, 1° marzo 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.050, 02/03/2016)

È la misericordia l’«asse» della liturgia di martedì 1° marzo. È la «parola più ripetuta» e su questa si è soffermata la riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta.
In tutta la liturgia della parola risuona questo concetto. Nel salmo responsoriale si ripete: «Ricordati, Signore, della tua misericordia». Ed è, ha spiegato il Pontefice, come «dire: “Ma, ricordati del tuo nome, Signore: il tuo nome è misericordia!”».
Anche nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43), la richiesta di misericordia è al centro del racconto. Si legge infatti della «preghiera di Azaria, uno di quei ragazzi che erano nel forno perché non volevano adorare l’idolo d’oro»: questi «chiede misericordia, per lui e per il popolo; chiede a Dio il perdono». Non «un perdono superficiale», non un semplice togliere una macchia «come fa quello della tintoria quando portiamo un vestito». La richiesta, ha sottolineato Papa Francesco, è di un «perdono del cuore» che, quando viene da Dio, «sempre è misericordia».

sabato 22 ottobre 2016

Storia di una fedeltà fallita. Luca (11, 14-23)

Papa Francesco, Meditazione mattutina, Giovedì, 3 marzo 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.052, 04/03/2016)

Riconoscersi peccatori ed essere capaci di chiedere perdono è il primo passo per rispondere con chiarezza, senza intavolare negoziati, alla domanda diretta che Gesù rivolge a ciascuno di noi: «sei con me o contro di me?». L’invito ad aprirsi incondizionatamente alla misericordia di Dio è stato rilanciato dal Papa durante la messa celebrata giovedì mattina, 3 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta.
All’inizio della prima lettura, ha fatto notare subito Francesco, il profeta Geremia (7, 23-28) «ci ricorda il patto di Dio col suo popolo: “Ascoltate la mia voce e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici”». È «un patto di fedeltà». E «ambedue le letture — ha proseguito — ci raccontano un’altra storia: questo patto è caduto e oggi la Chiesa ci fa riflettere sulla, possiamo chiamarla così, storia di una fedeltà fallita». In realtà «Dio rimane sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso» invece il popolo inanella infedeltà «una dietro l’altra: è infedele, è rimasto infedele!».

venerdì 21 ottobre 2016

Il filo della speranza. Giovanni (8, 51-59)

Papa Francesco, Meditazione mattutina, Giovedì, 17 marzo 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.064, 18/03/2016)

Spes contra spem, «credere contro ogni speranza»: ecco, stando a san Paolo, la carta d’identità del cristiano. Il quale, sulla scia di Abramo, sa bene che «il filo della speranza», persino nei momenti piu difficili, «corre lungo la storia della salvezza: di più, è fonte di gioia». Questo invito a non perdere mai la speranza, certi che non si resterà delusi, è stato riproposto dal Papa nella la messa celebrata giovedì mattina, 17 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta.
«La liturgia di oggi — ha subito fatto notare Francesco — ci prepara alle feste pasquali con la riflessione su quella virtù tanto lasciata da parte, tanto umile, che è la speranza». Nel passo evangelico di Giovanni (8, 51-59), «Gesù parla di Abramo e dice ai dottori della legge: “Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno”».

mercoledì 19 ottobre 2016

Direzione obbligatoria. Giovanni (10, 1-10)

Papa Francesco, Meditazione mattutina Lunedì, 18 aprile 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.089, 19/04/2016)
Le coordinate della vita cristiana sono molto semplici, non c’è bisogno di andare a cercare mille consigli: basta seguire una voce, così come fanno le pecore con il loro pastore. 
La liturgia del giorno, del resto, proponeva una sorta di «eco delle letture» della iv domenica di Pasqua, chiamata appunto «la domenica del buon pastore, in cui Gesù si presenta come il “buon pastore”». E proprio su questo tema, nel Vangelo di Giovanni (10, 1-10) commentato dal Pontefice, emergevano «tre realtà» sulle quali il Papa ha voluto «riflettere un poco: la porta, il cammino e la voce».

Orfani o discepoli. Giovanni (10, 22-30)

Papa Francesco, Meditazione mattutina Martedì, 19 aprile 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.090, 20/04/2016)

Con la preghiera del Padre Nostro Gesù consegna a ciascuno l’atto di paternità: nessuno è orfano ma c’è il rischio di diventarlo chiudendo il cuore e non lasciandoci attrarre dall’amore di Dio.  E il Papa ha anche suggerito di ricorrere a una preghiera umile, con lo spirito del figlio: «Padre, attirami verso Gesù; Padre, portami a conoscere Gesù». Proprio per non avere l’atteggiamento di quei dottori della legge che persino davanti ai miracoli di Gesù e alla sua risurrezione facevano di tutto pur di negare l’evidenza.
Per la sua meditazione, Francesco ha preso le mosse dal passo di Giovanni (10, 22-30), proposto dalla liturgia. «Gesù si confronta un’altra volta con i sacerdoti, i dottori della legge» ha fatto subito notare. E «loro gli fanno la domanda: “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”». Del resto quei dottori «tornavano sempre sullo stesso argomento: tu chi sei? Con che autorità fai questo?”». Il Vangelo ci dice che «Gesù rispose loro: “Ve l’ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete”».

martedì 18 ottobre 2016

Cristiani a tre dimensioni. Giovanni (14, 1-6)

Papa Francesco, Meditazione mattutina Venerdì, 22 aprile 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.093, 23/04/2016)

Il cristiano, «uomo di speranza», sa e testimonia che «Gesù è vivo» ed «è fra noi», che Gesù prega il Padre «per ognuno di noi» e che «tornerà». Prendendo spunto dalla liturgia del giorno, il Pontefice ha fatto emergere tre «dimensioni» fondamentali della vita cristiana: l’«annuncio», l’«intercessione» e la «speranza».
Innanzitutto l’annuncio. Come si legge anche nel brano degli Atti degli apostoli (13, 26-33), l’annuncio è sostanzialmente «la testimonianza che danno gli apostoli della resurrezione di Gesù». Così Paolo in sinagoga afferma: «Dopo avere adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce, lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha resuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo». Quindi, ha sintetizzato il Pontefice, «l’annuncio è: Gesù è morto ed è risorto per noi, per la nostra salvezza. Gesù è vivo!». Ed è quanto i primi discepoli hanno tramandato «ai giudei e ai pagani del loro tempo» e hanno «testimoniato anche con la loro vita, con il loro sangue».

mercoledì 12 ottobre 2016

Doppia vita. Matteo (11, 25-30)

Papa Francesco, Meditazione mattutina Venerdì, 29 aprile 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.098, 30/04/2016)

I consigli di san Giovanni alla “Chiesa adolescente” del primo secolo sono validissimi anche per noi oggi e Francesco li ha riproposti, rilanciando proprio i contenuti della prima lettera dell’apostolo: non avere una doppia vita e non cedere alla menzogna, consapevoli che pur essendo peccatori abbiamo un Padre che ci perdona. 
«La liturgia di oggi — ha fatto subito notare — ci parla di mitezza, di umiltà; ci parla di ristoro di Dio, quando noi siamo stanchi, oppressi; ci parla di dolcezza». Ed è proprio «quello che Gesù dice nel Vangelo, quando loda il Padre: “Signore, tu hai nascosto queste cose ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”». Il Signore, ha aggiunto il Papa citando il passo evangelico di Matteo (11, 25-30), «ci parla di piccolezza, di quella piccolezza che piace a Dio».

martedì 11 ottobre 2016

Il prezzo della testimonianza. Giovanni, 15, 26 - 16, 4

Papa Francesco, Meditazione mattutina Lunedì, 2 maggio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.100, 02-03/05/2016)

Nella vita del cristiano c’è una «doppia testimonianza»: quella dello Spirito che «apre il cuore» mostrando Gesù, e quella della persona che «con la forza dello Spirito» annuncia «che il Signore vive». Una testimonianza, quest’ultima, da portare «non tanto con le parole» ma con la «vita», anche a costo di «pagare il prezzo» delle persecuzioni.
La liturgia, infatti, continua a proporre brani degli Atti degli apostoli (16, 11-15) con le prime missioni della Chiesa nascente e stralci del discorso di Gesù durante l’ultima cena (Giovanni, 15, 26 - 16, 4). In particolare nel Vangelo del giorno si legge di Gesù che «parla della testimonianza che lo Spirito Santo, il Paràclito, darà di lui e della testimonianza che noi dovremo dare anche di lui». E Francesco ha sottolineato come qui la parola «più forte» sia proprio «testimonianza».

Martini, con le armi dello spirito (Efesini 6)

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/MARTINI----4.aspx

“Chiediamoci: qual è il combattimento a cui siamo chiamati nella esortazione conclusiva della Lettera di Paolo agli Efesini?”, si domanda Carlo Maria Martini in un testo inedito tratto da un suo corso di esercizi spirituali del 1975 e anticipato da Avvenire l'11 ottobre 2016.

Chiediamoci: qual è il combattimento a cui siamo chiamati nella esortazione conclusiva della Lettera di Paolo agli Efesini (Ef 6, 10ss)? Vorrei dare tre idee fondamentali, sulle quali dovremo ritornare, per cercare di capire perché san Paolo ci parla di combattimento spirituale, qual è questa battaglia dell’anima e perché la vita cristiana è descritta con la metafora della lotta. Il primo pensiero che propongo è questo. Tutta la storia del mondo può essere vista – ed è vista dalla Scrittura – come una grande lotta. Il libro che conclude, che riassume in qualche maniera la Bibbia, cioè il Libro dell’Apocalisse, ci presenta la storia del mondo proprio come una grande battaglia. Prendiamo qualche brano dal capitolo dodicesimo, che si trova al centro dell’Apocalisse. Ci mostra lo scontro che si dipana fra cielo e terra: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago; il drago combatteva insieme con i suoi angeli». 

Strada facendo (Gv 14,6-14)

Papa Francesco, Meditazione mattutina Martedì, 3 maggio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.101, 04/05/2016)

La «strada giusta» si chiama Gesù e per il cristiano il cammino della vita è fatto «un po’ di croce e un po’ di risurrezione». Ma sulla strada c’è chi si ferma come «una mummia spirituale», chi sbaglia direzione e si intestardisce, chi passa l’esistenza girando a vuoto e chi si fa sedurre dalle bellezze mondane: da questi atteggiamenti ha messo in guardia il Papa, invitando espressamente a un esame di coscienza per verificare la propria esperienza di fede.
Il passo evangelico di Giovanni proposto dalla liturgia (14, 6-14) — ha spiegato Francesco — «è parte di quel lungo discorso di Gesù nella ultima cena, il discorso del congedo: lui si congeda prima di andare alla passione». E dice agli apostoli: «Io non vi lascerò orfani; io non vi lascerò soli; io vado a prepararvi un posto». Inoltre, ha fatto notare il Papa, nei «due versetti prima di questo passo che abbiamo ascoltato» si legge: «Dove io vado, voi conoscete la via». Così Tommaso risponde: «Ma, Signore, noi non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?». A questo punto inizia il passo evangelico della liturgia del giorno, con Gesù che dice a Tommaso: «Io sono la via». È «la risposta all’angoscia, alla tristezza, alla tristezza dei discepoli per questo congedo di Gesù: loro non capivano tanto, ma erano tristi per questo». Per questo Gesù dice a Tommaso: «Io sono la via».

domenica 9 ottobre 2016

Con gioia e con speranza. Giovanni (16, 20-23)

 Papa Francesco, Meditazione mattutina, Venerdì, 6 maggio 2016

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.103, 07/05/2016)

Il cristiano non anestetizza il dolore, neppure quello più grande che fa vacillare la fede, e non vive la gioia e la speranza come fosse sempre carnevale. Ma trova il senso della sua esistenza nel profilo della donna che partorisce: quando nasce il bambino è talmente felice da non ricordare più la sua sofferenza. 
«Nella liturgia dell’Ascensione del Signore — ha fatto subito notare Francesco, riferendosi alla celebrazione festiva di ieri — la Chiesa esplode in un atteggiamento che non è abituale, e all’inizio la prima preghiera è un grido: “Esulti, Signore, la tua Chiesa!”». Sì, ha proseguito, «esulti, con la speranza di vivere e di raggiungere il Signore: “Esulti di gioia la tua Chiesa”». E, nella preghiera colletta, «oggi abbiamo pregato: “Signore, innalza i nostri cuori verso Gesù!”». Un’invocazione che esprime «proprio la gioia che pervade tutta la Chiesa, gioia e speranza: tutte e due vanno insieme». Difatti «una gioia senza speranza è un semplice divertimento, una passeggera allegria». E «una speranza senza gioia non è speranza, non va oltre un sano ottimismo».