Elena Bosetti
Dante Alighieri definisce il terzo evangelista “scriba mansuetudinis Christi”, ermeneuta e narratore della “mitezza” del Cristo. Anche oggi molti sono affascinati dal volto di Gesù che traspare dal vangelo di Luca: un Salvatore pieno di bontà, che mostra predilezione per le categorie deboli ed emarginate: donne e bambini, poveri e peccatori (1). Questi aspetti risaltano in alcune parabole indimenticabili ed esclusive di Luca: il buon samaritano, il fariseo e il pubblicano, l’epulone e il povero Lazzaro… Ma è sufficiente per meritargli il titolo di “evangelista della misericordia” (2)? Cosa giustifica la scelta di questo titolo?
1. Uno sguardo al lessico
Nel terzo vangelo (3) troviamo sei volte il sostantivo eleos, misericordia; è un dato rilevante in rapporto agli altri due Sinottici: in Mt ricorre infatti esattamente la metà e in Mc è del tutto assente.
Se osserviamo la distribuzione del termine, quando e dove Luca parla si misericordia, non possiamo nascondere una certa sorpresa: 5 su 6 occorrenze sono concentrate nel primo capitolo: 2 volte sulla bocca di Maria nel canto del Magnificat; 1 volta in bocca a Elisabetta che esalta la misericordia di Dio nei suoi confronti, e altre due volte nel cantico di Zaccaria, il Benedictus(4).
Sorprende questa concentrazione del termine nei due primi cantici: la madre di Gesù e il padre di Giovanni celebrano la misericordia del Dio d’Israele: il suo «ricordarsi» della misericordia (1,54), le sue «viscere di misericordia» (1,78) e il dispiegarsi della misericordia divina di generazione in generazione (1,50). La misericordia è il filo d’oro che attraversa il Magnificat e il Benedictus (5).