giovedì 14 maggio 2015

VOLTO DI CRISTO, VOLTO PIENO DI MISERICORDIA

Luis A. Gallo
(NPG 2004-08-34)
Continuando con la nostra esplorazione contemplativa del volto di Gesù Cristo, fissiamo ora lo sguardo su di un altro suo tratto, molto caratteristico, che lascia trasparire nitidamente il volto di Dio, il Padre suo e di tutti: quello di essere un volto pieno di misericordia.
L’atteggiamento di Gesù verso i peccatori
Nell’Antico Testamento si può seguire un filone abbastanza consistente che stabilisce una netta separazione tra i giusti, coloro cioè che compiono il volere di Dio manifestato attraverso la Legge di Mosè, e gli ingiusti o peccatori, ossia quelli che non si attengono a tale volere e conculcano la Legge. I primi sono visti come graditi a Dio e da lui benedetti, i secondi come da lui aborriti e perfino odiati (Sal 10,5; Sir 12,6). 
Con frasi abbastanza crude si arriva a dire che “Dio spezza loro i denti” (Sal 3,8), e che “tutti i peccatori saranno distrutti, e la discendenza degli empi sarà sterminata” (Sal 36,38), e ancora che “se i peccatori germogliano come l’erba e fioriscono tutti i malfattori, li attende una rovina eterna” (Sal 91,8). In questi termini il giusto esprime il suo più vivo desiderio: “Scompaiano i peccatori dalla terra e più non esistano gli empi” (Sal 103,35); “Oh, se Dio sopprimesse i peccatori!” (Sal 138,19).

mercoledì 13 maggio 2015

Luca evangelista della misericordia

Elena  Bosetti 

Dante Alighieri definisce il terzo evangelista “scriba mansuetudinis Christi”, ermeneuta e narratore della  “mitezza” del Cristo. Anche oggi molti sono affascinati dal volto di Gesù che traspare dal vangelo di Luca: un Salvatore pieno di bontà, che mostra predilezione per le categorie deboli ed emarginate: donne e bambini, poveri e peccatori (1). Questi aspetti risaltano in alcune parabole indimenticabili ed esclusive di Luca: il buon samaritano, il fariseo e il pubblicano, l’epulone e il povero Lazzaro… Ma è sufficiente per meritargli il titolo di “evangelista della misericordia” (2)? Cosa giustifica la scelta di questo titolo? 

1.  Uno sguardo al lessico

Nel terzo vangelo (3) troviamo sei volte il sostantivo eleos, misericordia; è un dato rilevante in rapporto agli altri due Sinottici: in Mt ricorre infatti esattamente la metà e in Mc è del tutto assente.
Se osserviamo la distribuzione del termine, quando e dove Luca parla si misericordia, non possiamo nascondere una certa sorpresa: 5 su 6 occorrenze sono concentrate nel primo capitolo: 2 volte sulla bocca di Maria nel canto del Magnificat; 1 volta in bocca a Elisabetta che esalta la misericordia di Dio nei suoi confronti, e altre due volte nel cantico di Zaccaria, il Benedictus(4).
Sorprende questa concentrazione del termine nei due primi cantici: la madre di Gesù e il padre di Giovanni celebrano la misericordia del Dio d’Israele: il suo «ricordarsi» della misericordia (1,54), le sue «viscere di misericordia» (1,78) e il dispiegarsi della misericordia divina di generazione in generazione (1,50). La misericordia è il filo d’oro che attraversa il Magnificat e il Benedictus (5).

martedì 12 maggio 2015

Le parabole della misericordia (Lc 15), B. Costacurta

Bruna Costacurta


Vi propongo la semplice lettura di un capitolo bello del Nuovo Testamento che mostra il volto di Dio come Dio buono, che perdona, come Dio Padre. E’ il famoso capitolo 15 del vangelo di Luca. E’ il capitolo delle parabole della misericordia e del perdono che Gesù narra in risposta agli scribi e ai farisei, che si scandalizzavano del fatto che egli accoglieva i peccatori e mangiava con loro. Il capitolo è organizzato con le prime due parabole piccole, molto simili tra di loro, quella della pecora perduta e quella della dramma perduta e poi la grande parabola, molto più articolata, la parabola dei due figli, del figlio maggiore e del figlio minore. Tutto il capitolo è ben pensato; bisogna leggerlo tutto insieme, a cominciare dalle prime due parabole: il pastore con la pecora perduta e la donna che perde la dramma.
Il pastore e un donna, un maschio e una femmina, un modo per dire la totalità. Due personaggi che dicono però il credente in quanto tale. E formano un’unità. Tutto comincia: ‘Allora egli disse loro questa parabola’ e poi ‘questa parabola’ sono le due, come se fossero un unico blocco. E dopo, invece, c’è la parabola dei due figli che comunque riprende la tematica della altre due. È tutto in relazione. Perché dei due figli uno se ne va di casa e l’altro, invece, rimane; e però rimane perdendosi, perché bisogna che poi il padre vada in cerca pure di lui. Questi due figli richiamano in qualche modo le due parabole precedenti: la pecora se ne è andata, si è persa come il figlio minore che se ne va e si perde. La dramma pure si è perduta, però è rimasta dentro casa, come il figlio maggiore che, perso, però rimane dentro casa. Questa tematica del perdere e del trovare è quella che fa da collegamento a tutto quanto, insieme alla grande tematica della festa e della gioia, quando si ritrova quello che si perde. Vediamo da vicino questi due blocchi: le prime due che formano in realtà una parabola, e poi quella dei due figli.

martedì 7 aprile 2015

Gv 20,11-18: ​Il dialogo tra Gesù e Maria Maddalena davanti al sepolcro vuoto - Come nel giardino del Cantico dei cantici

2015-04-04 L’Osservatore Romano
Come prima «stava» insieme alle altre donne e al discepolo amato presso la croce di Gesù così ora «sta» davanti al sepolcro. La sua presenza insaziata, tenace, nel luogo della morte e della sepoltura ricorda anche lo «stare» del testimone Giovanni dal quale prende avvio la storia discepolare (cfr. 1, 35). Il suo «stare», dunque, definisce un arco tra inizio e fine del discepolato storico di Gesù e, al contempo, inaugura l’inizio della testimonianza pasquale del Risorto. Prima dell’incontro con il Risorto, però, lo stare di Maria è caratterizzato da un lutto senza consolazione.
Il racconto giovanneo richiama, a questo punto, la tradizione sulla visione angelica avuta dalle donne (cfr. Matteo, 2-7; Marco, 5-7; Luca, 4-7.23), ma attribuisce a essa tutt’altra funzione. Dalla bocca degli angeli in bianche vesti, infatti, non viene alcun annunzio pasquale. Il dialogo con loro serve perché la Maddalena espliciti nuovamente, stavolta in prima persona singolare, il profondo smarrimento per la perdita del «suo Signore» che essa cerca cadavere («Donna, perché piangi?»). Con la loro presenza, d’altronde, essi esprimono già l’irruzione della vita divina nel luogo della morte. La loro posizione fisica, che evoca quella dei cherubini l’uno di fronte all’altro ai lati del propiziatorio dell’arca dell’alleanza (cfr. Esodo, 25, 17-22; ,6-9; Numeri, 7, 89; i Re 8, 6s), richiama al lettore la verità sul «corpo» di Gesù, «santuario» della presenza di Dio, e il segno promesso del suo rialzamento (cfr. 2, 18-22).

venerdì 13 marzo 2015

Giovanni 3, 14-21: IV Domenica Quaresima - Anno B

Laetare
- Laetare: superata la metà della Quaresima, siamo invitati a guardare con gioia alla meta del nostro percorso: la Pasqua. L’invito alla gioia è espresso in particolare dall’antifona di ingresso, ma anche dai motivi di gioia espressi nelle letture:
- La 1° ci parla della fine dell’esilio: se l’infedeltà del popolo d’Israele l’aveva portato a sperimentare il dolore e l’amarezza dell’esilio, la fedeltà del Signore è tale da liberarlo e richiamare il popolo nella Terra Promessa: Dio utilizza Ciro, il re persiano pagano, perché diventi suo strumento di liberazione. L’ultima parola di Dio non è la morte, ma la vita. Dio non abbandona il suo popolo, anche se infedele!
- Nella 2° lettura San Paolo si rivolge agli Efesini perché guardino a Dio “ricco di misericordia” il quale “per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per il peccato, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati”, cioè gratuitamente, come dono, senza meriti (“perché nessuno possa vantarsene”), “mediante la fede”.
Ed eccoci al Vangelo in cui queste tematiche vengono riportate da Gesù. E’ un brano che non è facile commentare, anche perché non succede nulla, è un monologo di Gesù che ha come ascoltatore Nicodemo, il maestro della legge che viene ad interrogarlo di notte, affascinato da Gesù, ma timoroso di mostrare questo interesse, di prendere posizione.

giovedì 12 marzo 2015

Il cibo nella Bibbia. Enzo Bianchi: ama la terra come te stesso

Avvenire, 13.3.2015, di Enzo Bianchi
Dio ha voluto creare un mondo in cui i viventi potessero, appunto, vivere e quindi potessero nutrirsi. Le prime pagine della Genesi, dove in una sinfonia si tenta di raccontare la creazione, Dio affida all’umanità nella polarità uomo-donna il cibo: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è sulla terra, e ogni albero che dà frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto bella e buona» (Gen 1,29). 

Tutti i frutti della terra sono donati all’uomo ma c’è un’insistenza sull’erba e sugli alberi che fanno seme, rivelando subito che quel seme non è destinato solo a essere mangiato con il frutto, ma può cadere a terra e questa è anche un’azione umana: la semina richiede la cura, la cultura da parte dell’uomo. Questa pagina svela una grande verità: la terra è madre, ci nutre, ma noi dobbiamo esercitare una 'cultura' nel senso più vero, cioè coltivarla. La terra madre ci è data come un giardino da coltivare e, infatti, sta scritto: «Il Signore Dio prese l’umanità e la fece riposare nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15).