La prima tavola tematica la riserviamo allora alla realtà della “povertà”, una componente rilevante nelle Sacre Scritture. Ampi strati della popolazione, ai tempi della Bibbia, vivevano in condizioni di disagio sociale. È significativo, infatti, che la stessa legislazione biblica si preoccupi di tutelare il povero, impedendo prevaricazioni e oppressioni: si pensi, a esempio, all’anno giubilare che, con la remissione dei debiti e il ritorno delle terre agli antichi proprietari, tentava di riportare Israele a una sorta di perequazione economica. Il giudice era ammonito di «non far deviare il giudizio del povero che si rivolge a lui nel processo» (Esodo, 23, 6). Ma la realtà ben presto svelava il suo volto oscuro, al punto tale che nella stessa legislazione si doveva far appello alla suprema cassazione divina: il Signore, infatti, era considerato come il go’el, il “difensore”, il “tutore” dell’indigente, della vedova, dell’orfano calpestati e offesi.
mercoledì 25 febbraio 2015
La Bibbia e la povertà (Ravasi)
Dalla Prefazione di Gianfranco Ravasi a Testimoni della carità nelle periferie umane di monsignor Luciano Baronio (Roma, Edizioni Viverein, 2014, pagine 362, euro 18).
«Il grido del povero sale fino a Dio, ma non arriva alle orecchie dell’uomo». Così scriveva amaramente un autore dell’Ottocento francese, Félicité-Robert de Lamennais, incrociando a una nota citazione biblica (cfr. Siracide, 21, 5) un’esperienza sociale costante. I poveri, che sono pur sempre i destinatari della prima beatitudine del Discorso della Montagna, sono spesso la base dimenticata della piramide della società. A loro, come sappiamo, Papa Francesco sta dedicando ripetutamente la sua attenzione, i suoi appelli, la sua vicinanza, stimolando la Chiesa a non esitare ad avviarsi verso le strade polverose e misere delle periferie non solo urbane ma anche esistenziali. È stata questa anche la scelta di Cristo che ha voluto come compagni di viaggio privilegiati proprio gli ultimi e gli emarginati.
La prima tavola tematica la riserviamo allora alla realtà della “povertà”, una componente rilevante nelle Sacre Scritture. Ampi strati della popolazione, ai tempi della Bibbia, vivevano in condizioni di disagio sociale. È significativo, infatti, che la stessa legislazione biblica si preoccupi di tutelare il povero, impedendo prevaricazioni e oppressioni: si pensi, a esempio, all’anno giubilare che, con la remissione dei debiti e il ritorno delle terre agli antichi proprietari, tentava di riportare Israele a una sorta di perequazione economica. Il giudice era ammonito di «non far deviare il giudizio del povero che si rivolge a lui nel processo» (Esodo, 23, 6). Ma la realtà ben presto svelava il suo volto oscuro, al punto tale che nella stessa legislazione si doveva far appello alla suprema cassazione divina: il Signore, infatti, era considerato come il go’el, il “difensore”, il “tutore” dell’indigente, della vedova, dell’orfano calpestati e offesi.
La prima tavola tematica la riserviamo allora alla realtà della “povertà”, una componente rilevante nelle Sacre Scritture. Ampi strati della popolazione, ai tempi della Bibbia, vivevano in condizioni di disagio sociale. È significativo, infatti, che la stessa legislazione biblica si preoccupi di tutelare il povero, impedendo prevaricazioni e oppressioni: si pensi, a esempio, all’anno giubilare che, con la remissione dei debiti e il ritorno delle terre agli antichi proprietari, tentava di riportare Israele a una sorta di perequazione economica. Il giudice era ammonito di «non far deviare il giudizio del povero che si rivolge a lui nel processo» (Esodo, 23, 6). Ma la realtà ben presto svelava il suo volto oscuro, al punto tale che nella stessa legislazione si doveva far appello alla suprema cassazione divina: il Signore, infatti, era considerato come il go’el, il “difensore”, il “tutore” dell’indigente, della vedova, dell’orfano calpestati e offesi.
lunedì 16 febbraio 2015
Le parabole del Signore
Georges André (1955), http://www.bibbiaweb.org/ga/ga_parabole.html
1. Semina e mietitura
"Il seme è la parola di Dio" (Luca 8: 11)
La vita
La legge diceva: "Fa questo e vivrai". Ma l'uomo è incapace di "fare"; agli occhi di Dio, egli è morto (Efesini 2). E' per questo che il divino Seminatore è uscito a seminare. Egli reca la parola di vita, quella sola parola che rigenera (1 Pietro 1: 23); genera (Giacomo 1: 18); produce la nuova nascita (Giovanni 3); e ci fa partecipi della natura divina (2 Pietro 1: 4).
1.1 La semina
a) Il seminatore
(Matteo 13; Marco 4; Luca 8)
Uscito dalla "casa" (Israele, coma la legge l'aveva costituito), Gesu si siede vicino al "mare" (figura dall'intera umanità): egli vuole recare alle folle qualcosa di completamente nuovo.
Questo seme - la Parola di Dio - cadrà su quattro terreni diversi:
- la strada: il cuore indurito dall'abitudine e dalla distrazione, come un luogo in cui vi si passa e ripassa continuamente;
- la roccia: il cuore duro, inconvertito, che ha soltanto l'apparenza della vita, nella quale la semenza non ha messo radice;
- le spine: il cuore non "sgombro", in cui l'erba cattiva che vi cresce soffocherà la buona semenza;
- la buona terra: il cuore che si è lasciato "lavorare" da Dio, e nel quale, se vi sarà del frutto, ciò non sarà grazie alla qualità del terreno, ma solo grazie alla semenza!
- la strada: il cuore indurito dall'abitudine e dalla distrazione, come un luogo in cui vi si passa e ripassa continuamente;
- la roccia: il cuore duro, inconvertito, che ha soltanto l'apparenza della vita, nella quale la semenza non ha messo radice;
- le spine: il cuore non "sgombro", in cui l'erba cattiva che vi cresce soffocherà la buona semenza;
- la buona terra: il cuore che si è lasciato "lavorare" da Dio, e nel quale, se vi sarà del frutto, ciò non sarà grazie alla qualità del terreno, ma solo grazie alla semenza!
giovedì 12 febbraio 2015
Marco 7,24-30: Una straniera intraprendente. La donna che convertì Gesù
Lidia Maggi
La narrazione evangelica non teme di riferire di un incontro che ha aiutato il Messia a mettere a fuoco, con maggior chiarezza, la sua stessa vocazione. Certo, viene ricordata insieme la fatica di quel dialogo, segnato da irrigidimenti e incomprensioni; tuttavia, il lettore vi scorgerà l'attestazione di un autentico confronto, dove gli interlocutori, e Gesù per primo, si mettono in gioco fino in fondo e ne escono radicalmente cambiati.
Non viene, invece, ricordato il nome di quella donna straniera, greca e pagana che, mossa da un incrollabile amore materno, osò presentarsi davanti al Figlio di Davide. Ma la sua fede indomabile, la sua fermezza, l'intelligenza con cui seppe tener testa al Messia, saranno per tutti «evangelo».
Non viene, invece, ricordato il nome di quella donna straniera, greca e pagana che, mossa da un incrollabile amore materno, osò presentarsi davanti al Figlio di Davide. Ma la sua fede indomabile, la sua fermezza, l'intelligenza con cui seppe tener testa al Messia, saranno per tutti «evangelo».
giovedì 22 gennaio 2015
E la Bibbia accolse lo straniero (Ravasi)
di Gianfranco Ravasi, 22.10.2015, Avvenire

Non è difficile rilevare nella Bibbia, dopo una logica dell’esclusione, una dell’accoglienza, che costituisce l’ambito in cui Dio agisce per portare i figli d’Israele a essergli testimoni tra le genti. Come si è visto, Dio, per educare il suo popolo a non sentirsi un privilegiato, invia profeti, che invitano ad aprire il cuore e le braccia a tutti, e sapienti, che trovano i semi di verità dispersi in tutte le culture.
A proposito dell’accoglienza rituale prendiamo ad esempio una pagina cruciale della Bibbia come il Decalogo. Cosa si legge nel comandamento del sabato? Che il riposo sabbatico deve essere praticato anche dal forestiero che dimora presso l’israelita (Es 20,10); anche lui ha diritto al riposo con l’ebreo. In alcuni passi legislativi dell’Antico Testamento, come nei libri del Levitico (16,29) e dei Numeri (9,14), si andrà oltre, affermando che anche lo straniero ha diritto a far festa nel giorno di Pasqua, e a partecipare addirittura a quella celebrazione che è forse la più ebraica di tutte: il Kippur, la solennità del digiuno, dell’espiazione delle colpe. Per il culto sinagogale il Kippur è la celebrazione che in assoluto contraddistingue l’ebreo nell’ambito della liturgia.
Non è difficile rilevare nella Bibbia, dopo una logica dell’esclusione, una dell’accoglienza, che costituisce l’ambito in cui Dio agisce per portare i figli d’Israele a essergli testimoni tra le genti. Come si è visto, Dio, per educare il suo popolo a non sentirsi un privilegiato, invia profeti, che invitano ad aprire il cuore e le braccia a tutti, e sapienti, che trovano i semi di verità dispersi in tutte le culture.
A proposito dell’accoglienza rituale prendiamo ad esempio una pagina cruciale della Bibbia come il Decalogo. Cosa si legge nel comandamento del sabato? Che il riposo sabbatico deve essere praticato anche dal forestiero che dimora presso l’israelita (Es 20,10); anche lui ha diritto al riposo con l’ebreo. In alcuni passi legislativi dell’Antico Testamento, come nei libri del Levitico (16,29) e dei Numeri (9,14), si andrà oltre, affermando che anche lo straniero ha diritto a far festa nel giorno di Pasqua, e a partecipare addirittura a quella celebrazione che è forse la più ebraica di tutte: il Kippur, la solennità del digiuno, dell’espiazione delle colpe. Per il culto sinagogale il Kippur è la celebrazione che in assoluto contraddistingue l’ebreo nell’ambito della liturgia.
venerdì 2 gennaio 2015
Giovanni 1,1-18: II domenica dopo Natale
Dio
– ci ricordano gli antichi Padri della Chiesa – si è fatto uomo nel Figlio perché
gli uomini diventino, nel Figlio, anch’essi divini, figli di Dio. Perchè
realizzino il sogno di Dio di rendere ogni creatura partecipe del suo disegno
di amore.
Giovanni
apre il suo Vangelo presentandoci Gesù che nasce nella sua pienezza divina. Lo
fa con espressioni di alta teologia con cui spiega come Gesù sia la Parola di
Dio fatta carne, incarnata nel nostro mondo, come Lui e solo Lui possa parlarci
di Dio, perché a Lui solo appartiene: Dio, che nessuno ha mai visto, lo
possiamo vedere, comprendere e seguire solo nel Figlio.
Gesù è la Parola di Dio: parola che
crea, dona vita, benedice, esprime. Una parola donata agli uomini, i soli che
usano la parola, che possono comunicare: la parola distingue l’uomo dall’animale,
richiede la relazione tra più persone. La parola viene donata e affidata all’uomo
e in lui può divenire strumento di conoscenza e comunione, di amore e di
libertà, ma anche strumento di menzogna e inganno, di violenza e morte, di
distruzione e di egoismo. Quante volte il Papa si è scagliato contro le
mormorazioni e i pettegolezzi, contro le maldicenze e le denigrazioni. Quanto
male si può fare con le parole, ma anche quanto bene si può fare: basta
riandare alle parole del Figlio, accoglierle, viverle, condividerle.
martedì 30 dicembre 2014
Il maschile e il femminile della sequela nel Vangelo di Giovanni
https://acasadicornelio.wordpress.com/2014/12/27/il-maschile-e-il-femminile-della-sequela-san-giovanni-evangelista/
‘…e vide e credette…’
La memoria di san Giovanni evangelista è occasione per mettere a fuoco i tratti della sequela così come è impersonata dai generi maschili e femminili dei discepoli stessi.
Giovanni, attraverso l’incontro di Gesù con alcuni personaggi del suo vangelo, ci presenta due forme di sequela: una al maschile e una al femminile, che poi danno origine a due forme di Chiesa: la Chiesa dell’ufficio e la Chiesa dell’amore. In realtà non si tratta di due Chiese ma dell’unica Chiesa nel suo duplice volto, quello ministeriale e quello comunionale.
Il maschile che si pone alla sequela di Gesù nella via del discepolato mostra dei suoi tratti peculiari:
– entusiasmo e curiosità non trattenuti, evidenti nei primi due discepoli che seguono il Messia;
– la chiusura nel proprio modo di comprendere la realtà, quando la novità del cammino non ha degli itinerari facilmente riconoscibili: Nicodemo, Natanaele, Pietro;
‘…e vide e credette…’La memoria di san Giovanni evangelista è occasione per mettere a fuoco i tratti della sequela così come è impersonata dai generi maschili e femminili dei discepoli stessi.
Giovanni, attraverso l’incontro di Gesù con alcuni personaggi del suo vangelo, ci presenta due forme di sequela: una al maschile e una al femminile, che poi danno origine a due forme di Chiesa: la Chiesa dell’ufficio e la Chiesa dell’amore. In realtà non si tratta di due Chiese ma dell’unica Chiesa nel suo duplice volto, quello ministeriale e quello comunionale.
Il maschile che si pone alla sequela di Gesù nella via del discepolato mostra dei suoi tratti peculiari:
– entusiasmo e curiosità non trattenuti, evidenti nei primi due discepoli che seguono il Messia;
– la chiusura nel proprio modo di comprendere la realtà, quando la novità del cammino non ha degli itinerari facilmente riconoscibili: Nicodemo, Natanaele, Pietro;
lunedì 22 dicembre 2014
Natale in compagnia di Giuseppe
Gianfranco Ravasi
Nonostante le stravaganze introdotte dal consumo dei "seria! televisivi", gli italiani continuano a privilegiare nei nomi assegnati ai loro figli quelli tradizionali (o almeno così si è fatto per lunghi decenni fino ai nostri giorni). Risulta, in tal modo, che all'anagrafe il nome maschile detentore del primato sia ancora l'antico e buon "Giuseppe", assegnato certamente sulla base di un rimando alla figura discreta e silenziosa dell'omonimo padre legale di Gesù. Abbiamo allora pensato dato che questo numero del Notiziario apparirà in connessione col mese natalizio – di proporre ai nostri lettori un'analisi essenziale dell'evento della nascita di Cristo da un angolo di visuale molto particolare, stando appunto in compagnia di Giuseppe. Il suo è un nome chiaramente ebraico che significa "Dio aggiunga!" o "che egli raduni!", un nome portato da altri sei personaggi biblici, tra i quali il più celebre è quel figlio di Giacobbe che fece fortuna in Egitto divenendo da schiavo viceré, così da trasformarsi, secoli dopo, nel protagonista del fluviale romanzo Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann.
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