venerdì 23 agosto 2013

Il Padre nostro (Mt 6,9) commentato da Enzo Bianchi

La preghiera del Signore si apre con il vocativo “Padre” (Lc 11,2) o “Padre nostro” (Mt 6,9), in un modo diretto, carico di tenerezza. Questo termine appare a Gesù il più appropriato per rivolgersi a Dio, e i vangeli ci testimoniano che lui stesso nella sua lingua aramaica lo chiama: “Abba” (Mc 14,36), Papà amato! Facendo propria la semplicità di cuore tipica dei bambini, Gesù prega Dio con piena confidenza, con un affetto naturale e spontaneo.
Questo grido di Gesù deve essere risuonato con tale frequenza nelle prime comunità cristiane che anche i credenti di lingua greca lo utilizzano. Ce lo testimonia l’Apostolo Paolo, scrivendo a cristiani provenienti dal paganesimo: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito di figli, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abba, Padre!’” (Rm 8,15); “Che voi siete figli lo prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: ‘Abba, Padre!’” (Gal 4,6). Insomma, i primi cristiani si rivolgono a Dio in modo franco e confidente, senza moltiplicare le parole, perché sanno che così ha fatto Gesù, loro fratello.
Il senso della paternità di Dio ci è rivelato da Gesù, colui che con le sue azioni e le sue parole, cioè con tutta la sua vita, ci ha narrato Dio (cf. Gv 1,18). Secondo questo racconto, Dio è un Padre che conosce i suoi figli ed è attento ai loro bisogni, pronto a rispondere alle loro domande di cose buone (cf. Mt 7,9-11): se pensa agli uccelli del cielo, a maggior ragione penserà ai suoi figli, che dunque non devono preoccuparsi (cf. Mt 6,25-34); è un Padre che non fa distinzione tra i figli buoni e quelli malvagi, ma fa brillare il suo sole e fa piovere su tutti (cf. Mt 5,45); è un Padre che ama il figlio anche nel suo peccato, senza esigere da lui alcuna reciprocità (cf. Lc 15,11-32)… Ecco la vera paternità di Dio, che ci è chiesto semplicemente di accogliere, facendo fiducia a Gesù.
Ma quando noi preghiamo: “Padre”, diciamo anche da dove siamo venuti, confessiamo di essere stati voluti, pensati, amati e chiamati alla vita da lui, quale che sia la nostra vicenda terrena. Sì, “noi siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (cf. 1Gv 3,1). Ecco dunque che cosa è fondamentale per essere cristiani, fratelli di Gesù: credere all’amore di Dio (1Gv 4,16) per ciascuno di noi e per tutta l’umanità. Invocarlo quale Padre è riconoscere che lui ci ha dato la vita e ci ama fedelmente: noi siamo figlie e figli suoi, da lui creati a sua immagine e somiglianza, dunque capaci di accogliere l’amore e di amare a nostra volta.

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