venerdì 16 dicembre 2011

Lc 1,26-38

IV Domenica di Avvento - Anno B

In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

Ermes Ronchi: L'annunciazione si apre con l'elenco di sette nomi propri di luoghi e persone (Gabriele, Dio, Galilea, Nazaret, Maria, Giuseppe, Davide) per indicare, attraverso il numero sette che simboleggia la pienezza, la totalità della vita. Non ai margini, ma al centro della vita Dio viene, come evento e non come teoria. Un giorno qualunque, un luogo qualunque, una giovane donna qualunque: il primo affacciarsi del Vangelo è un annuncio consegnato in una casa. Al tempio Dio preferisce la casa. È bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle chiese, ma anche - e soprattutto - nella vita quotidiana. Nella casa Dio ti sfiora, ti tocca, lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacrime o quando dici a chi ami le parole più belle che sai. La prima parola dell'angelo non è un semplice saluto, ma: Chaîre, sii lieta, gioisci, rallegrati! Non ordina: fa' questo o quello, inginocchiati, vai, prega... Ma semplicemente, prima ancora di ogni risposta: gioisci, apriti alla gioia, come una porta si spalanca al sole. Dio parla il linguaggio della gioia per questo seduce ancora. E subito aggiunge il perché della gioia: piena di grazia, riempita di tenerezza, di simpatia, d'amore, della vita stessa di Dio. Il nome di Maria è «amata per sempre». Il suo ruolo è ricordare quest'amore che dà gioia e che è per tutti. Tutti, come lei, amati per sempre. Maria fu molto turbata. Allora l'angelo le disse: Non temere, Maria. Non temere se Dio non sceglie la potenza, non temere, l'umiltà di Dio, così lontana dalla luci della scena, dai riflettori, dai palazzi; non temere questo Dio bambino che farà dei poveri i principi del suo regno. Non temere l'amore. Ecco concepirai e darai alla luce un Figlio, che sarà Figlio di Dio. La risposta di Maria non è un "sì" immediato, ma una domanda: come è possibile? Porre domande a Dio non è mancanza di fede, è stare davanti a Lui con tutta la dignità di creatura, con maturità e consapevolezza, usare tutta l'intelligenza e dopo accettare il mistero. Solo allora il "sì" è maturo e creativo, potente e profetico: eccomi sono la serva del Signore. Serva è parola biblica che non ha niente di passivo, non evoca sottomissione remissiva; serva del re è la prima dopo il re, è colei che collabora, con-creatrice con il creatore. E l'angelo partì da lei. Un inedito: per la prima volta in tutta la Bibbia è ad una creatura della terra, ad una donna, che spetta l'ultima parola nel dialogo tra il cielo e la terra: nuova dignità della creatura umana. La tua prima parola, Maria, / ti chiediamo di accogliere in cuore: / come sia possibile ancora /concepire pur noi il suo Verbo (Turoldo).

Io: Questa IV domenica di Avvento, vicinissima al Natale, è dominata dall’immagine di Maria. Essa rappresenta la Chiesa che accoglie la Parola del suo Salvatore che vuol farsi carne in lei. Si realizza così l’antica profezia fatta a Davide: Dio stesso si costruisce il Tempio per abitare in mezzo a noi (1L) e “realizzare la nostra salvezza” (2L). Questo Tempio è il cor­po di Maria, è la Chiesa di oggi, in cui siamo noi chiamati ad accogliere e donare al mondo la Parola fatta carne.
Come tutti gli abitanti della Palestina, Maria era in attesa del Messia promesso, un’attesa vecchia di secoli,ma non dimenticata. Sarà lei a ricevere il Figlio, sarà lei a mostrarlo, sarà lei a offrirlo.Tale promessa si fonda anche sulla “profezia di Natan” ascoltata nella 1L. Mille anni prima della nascita di Gesù, il re Davide era al massimo della sua potenza, e decise di costruire un grande Tempio, in cui Dio fosse presen­te tra il suo popolo. Ma, attraverso un profeta, Dio gli mandò a dire che que­sta grande opera sarebbe stata realizzata da Dio stesso. (Non siamo noi a ospitare Dio, è lui che opera per noi). Dio aggiunge una promessa: renderà la discendenza di Davide salda per sempre.
C’è un progetto di Dio che l’uomo può ostacolare, rallentare, ma non cancellare: questo progetto Paolo lo chiama MISTERO, incomprensibile, oscuro, ma ora rivelato e comunque contenuto nella Scrittura e pian piano manifestato nella storia, unico luogo della manifestazione di Dio.Dai grandiosi palazzi governativi di Gerusalemme (1L), la scena passa all’umile casa dell’umile villaggio di Nazareth alla giovane e insignificante ragazza Maria: siamo condotti da Dio ad un contesto feriale, ordinario, non certo glorioso. Eppure qui avviene un incontro inatteso, dal quale il destino del mondo verrà modificato.
E’ nella nostra quotidianità che deve avvenire l’incontro col Signore: qui, oggi. E con Maria siamo anche noi chiamati a dire SI, ECCOMI, SONO AL SERVIZIO DEL SIGNORE CHE MI CHIAMA.Dobbiamo fare uno sforzo per metterci nei panni di quella ragazza e per togliere al racconto quell’aureola di semplice accondiscendenza, di favola edificante. Maria è vicina a noi: è una ragazza con i suoi piccoli sogni, con la sua fede, con i suoi limiti.
L’Angelo entra da lei, ma può anche essere tradotto: entra in lei. E’ un incontro spirituale di difficile descrizione. Il mistero dell’incontro tra Dio e l’uomo non si può spiegare. La cosa importante è che lascia il segno. E che entra nella sua e nella nostra casa: nella nostra vita quotidiana, anche lontano dalla nostra Chiesa.GIOISCI-RALLEGRATI: è la prima comunicazione dell’Angelo: Dio vuole che ciascuno di noi sia contento, che l’uomo gioisca: la gioia è segno di pienezza di vita. Per Maria motivo di gioia è l’amore che Dio ha per lei: è la piena di grazia, cioè colei che ha fatto spazio a Dio e che Dio ha riempito con il suo amore, con la sua presenza. Amata per sempre.
Il Signore è con te: sempre, ovunque, il Signore sta dalla tua parte, ti vuole bene, vuole il tuo bene, la tua felicità.Non siamo noi i PROTAGONISTI: è Dio che chiama, Dio che compie, Dio che guida: ma noi dobbiamo ACCOGLIERE, COLLABORARE (Dio tutto può, ma nulla fa senza o contro la collaborazione dell’uomo).
Il nostro TURBAMENTO, la nostra PAURA spesso nasce da un atto di superbia: devo fare tutto io?! Temiamo di non essere all’altezza delle situazioni in cui ci troviamo: ma dobbiamo fare davvero tutto noi? E Dio?La differenza tra Davide e Maria è che il primo vuole fare qualcosa per Dio, Maria lascia che Dio faccia tutto per lei e per noi. La fede sta tutta qui (e non è poco): mettere da parte i nostri progetti, anche i più nobili e santi e permettere a Dio di essere Dio, perché lui faccia grandi cose.
E le cose annunciate dall’angelo sono incomprensibili oltre che enormi: Dio, il grande, l’onnipotente che genera in lei un Figlio, SUO figlio (opera dello Spirito Santo[1]: nato dall’incontro fecondo tra Dio e l’umanità), il Messia atteso, la realizzazione della profezia di Natan fatta a Davide (1L). Lo chiamerà Gesù: Dio salva (da cosa? Dal peccato, dalla di-sperazione, dalla mancanza di senso, di gioia…).Non solo: tutto ciò comporta per Maria un RISCHIO non indifferente: quello di perdere il promesso sposo, di essere considerata ragazza-madre, di essere scacciata come adultera. Tutti i suoi progetti (piccoli come i nostri) sono in pericolo. Maria si fida: sono al suo servizio, Lui mi indicherà la strada. Si sente amata, ama Dio: qui trova la forza per dare il suo si, per rispondere come prima di lei hanno fatto i grandi profeti: eccomi.
Anche a noi è richiesto il nostro ECCOMI: ci sto, non scappo, non cerco vie di fuga (neanche in progetti futuri fantasiosi): accetto questa situazione, i miei limiti, la ferialità della vita.Dio non mi chiede di rinunciare ai sogni (anzi, offre a Maria dimensioni future ben più ampie di quelle che lei si potesse immaginare), ma ai MIEI sogni, al fatto che siano solo miei e siano fonte di frustrazioni perché sempre lontani dal realizzarsi.
Dio offre dei SEGNI (a Maria la gravidanza impossibile di Elisabetta): “il segno aiuta a credere, sostiene la fede, ma non dispensa dalla necessità di credere. Infatti, Maria darà il suo assenso al progetto che le viene proposto prima di andare a verificare l’esattezza del segno che le è stato dato” (D.Scaiola).“Nulla è impossibile a Dio”: questa è la misura della fede proposta dall’Angelo. E con linguaggio biblico risponde alla sua comprensibile obiezione (“Come è possibile? Non conosco uomo! Sono vergine!) dicendo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”, rimanda cioè a quanto avveniva per l’arca dell’alleanza, segno efficace della presenza di Dio in mezzo a Israele. Maria è, dunque, vista come il nuovo tempio perché il suo grembo ospiterà il Figlio di Dio.
Ed è Figlio di Dio realmente e non per adozione: “Se Gesù risultasse dall’amore di Giuseppe e Maria, per quanto grande e santificato fosse questo amore, il frutto sarebbe stato unicamente umano…Gesù sarebbe reso figlio da Dio solo per adozione…In nessun modo saremmo davanti al mistero che la Scrittura rivela e la fede confessa: quello del Figlio effettivo di Dio fatto uomo per l’Incarnazione” (G:Martelet).Ma al momento il dato più rilevante rimane questo: Dio si è scelto la DIMORA , Maria. E’ lei che si fa tabernacolo, casa accogliente ed è con lei che siamo chiamati a farci dimora anche noi di Dio che viene ad abitare in mezzo a noi e, attraverso di noi, in questa società che ha sempre più bisogno di Lui.Vergine santa, insegnaci a scoprire nella tua vita i gesti e le parole che dobbiamo imparare per essere più simili a Gesù.
Insegnaci come si fa ad avere le mani sempre pronte al servizio;ad avere gli occhi aperti alle necessità dei fratelli;
ad avere il cuore che ama senza distinzione.Aiutaci ad essere persone limpide e serene, silenziose e laboriose, ricche dei tuoi esempi,
capaci di ascoltare il Signore che ci parla e ci suggerisce i progetti più belli per una vita più vera.
Così, tutti nella piena comunione torneremo ad amare con te,il silenzio e la preghiera, che ci aiuta a dire ogni giorno come te:
“Ciò che Tu vuoi, Signore, si compia in me”.
VEDI ANCHE: http://sangabriele.myblog.it/
e il VIDEO-VANGELO commentato dal Vescovo Monari di Brescia: http://www.cercoiltuovolto.it/wp/video/video-vang... RISONANZE:
“La terra Santa è segnata da due laghi. Il primo è quello di Tiberiade che riceve acqua e dona acqua attraverso il Giordano. Il secondo, invece, riceve soltanto, accumula e nulla dà ed è per questo che si chiama mar Morto” (dalla tradizione ebraica).
“Madre di Dio che in te è Dio diventato bambino, madre di tutto il creato: madre del bimbo che in te si è incarnato, madre dell’infinito generato. Madre di ogni principio, incominciato il giorno in cui il principio è penetrato in te che ogni principio hai abbracciato… Madre di ogni secondo illuminato, madre del nuovo corso inaugurato in te, per te cresciuto ed educato al mondo, madre dell’inaspettato disegno da te sul mondo intero riversato…” (Aldo Nove).
“Chi ha imparato ad avere fiducia non trema, ha il coraggio di darsi da fare, di protestare quando viene detto qualcosa di spregevole, di cattivo, di distruttivo. E soprattutto ha il coraggio di dire “si” quando si ha bisogno di lui” (C.M.Martini).
Non essere amati è una sfortuna, non saper amare è una tragedia (A. Camus)
[1] E’ lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio che genera, dà vita, abita, agisce. Maria in fondo non deve fare niente, se non lasciare agire lo Spirito. “Se Gesù risultasse dall’amore di Giuseppe e Maria, per quanto grande e santificato fosse questo amore, il frutto sarebbe stato unicamente umano…Gesù sarebbe reso figlio da Dio solo per adozione…In nessun modo saremmo davanti al mistero che la Scrittura rivela e la fede confessa: quello del Figlio effettivo di Dio fatto uomo per l’Incarnazione” (G:Martelet). Si cadrebbe così nell’eresia antica dell’adozionismo per la quale Cristo sarebbe un figlio tra i figli adottivi di Dio, sia pure con un rilievo maggiore. Cristo sarebbe, sì, nostro fratello, ma con tutti i limiti della nostra realtà, senza la possibilità di trascendere e salvare la nostra condizione.

sabato 10 dicembre 2011

Giovanni 1,6-8.19-28: Giovanni Battista, testimone di luce

III Domenica d'Avvento Anno B

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». (...) Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa» (...).

Vegliate- preparate- gioite- accogliete: sono i 4 imperativi classici dell’Avvento.

Oggi, III domenica di Avvento, è la domenica della GIOIA, o meglio della TESTIMONIANZA gioiosa: dopo aver risvegliato la nostra fede assopita, aver ricominciato a preparare la strada al Signore che viene, occorre sempre metterci in cammino condividendo questo percorso con altri fratelli.

Il cristiano non è un solitario, ma è un fratello che ha a cuore gli altri fratelli e che desidera, ha bisogno di condividere la sua fede. Da qui il dovere di testimoniare, di annunciare in modo credibile, gioioso.

I personaggi biblici di riferimento sono quelli della domenica scorsa: Isaia e Giovanni Battista, testimoni scomodi, ma credibili che invitano a prepararci e ci chiedono di fare come loro: annunciare il Signore che viene a cambiare la storia.

Isaia (1L) testimonia la sua gioia nel Signore, l’esultanza della sua anima in Dio, nel Dio che lo ha rivestito, avvolto, conquistato come uno sposo e che gli permette di guardare al futuro con speranza: la terra arida produce i suoi germogli, sta per far germogliare i suoi semi di salvezza e di giustizia. Affida questa nuova primavera ad un personaggio misterioso inviato da Dio (e da lui consacrato con lo Spirito che è su di sé) per portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamerà la libertà per gli schiavi e i prigionieri.

Sono le parole che, in una Sinagoga, Gesù si troverà a leggere e commentare scandalizzando l’assemblea: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito”.

Ne è consapevole Maria, sua madre, nonostante abbia di fronte un bambino e poco possa immagine chi questo bambino diverrà: ha ricevuto la testimonianza e ha visto i segni del fatto che quel bambino è il Messia atteso e lei ne è sua madre. Per questo fa sue le parole di Isaia e degli altri profeti esplodendo di gioia con il Magnificat, il canto di lode che abbiamo ascoltato nel Salmo responsoriale.

Anche S.Paolo ci invita ad essere sempre lieti: la gioia è uno dei frutti dello Spirito, un segno esteriore che conferma le scelte fatte per la nostra vita.

Paolo offre ai Tessalonicesi e oggi a noi un PROGRAMMA DI VITA caratterizzato da un’estrema libertà: ci dice solo: “non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” sapendo pregare interrottamente (e come si fa se non trasformando la nostra vita, ogni suo istante, in preghiera?) e ringraziare il Signore per ogni cosa. Così saremo Santi, cioè persone felici, realizzate e se temete perché vi sentite ben poco santi ricordatevi, ci dice sempre S.Paolo, di avere fede in colui che ci chiama: è lui, se glielo permettiamo, che farà tutto questo!

Giovanni Battista è presentato dall’evangelista omonimo soprattutto come il TESTIMONE (è la parola che più volte viene ripetuta in questo brano), colui che introduce la persona di Gesù, ma che, interpellato, insiste nel dire quello che lui NON E’: non è il Cristo, non è Elia, non è il profeta. Egli è solo una voce che grida nel deserto.

Una voce che è consapevole del suo posto e dei suoi limiti: il fatto che tante persone lo cercano e ascoltano con interesse le sue parole non lo portano a dimenticare di essere testimone di qualcun altro, di dover indicare questo, di mettersi in ombra perché costui sia illuminato.

E’ una voce inoltre che “ci insegna una verità di fede fondamentale: per arrivare alla fede in Gesù, all’incontro con lui, abbiamo bisogno di testimoni. Nessuno accede alla fede direttamente, ma ciascuno di noi incontra il Signore attraverso la mediazione di altri e, ciascuno di noi, a sua volta, deve diventare testimone di Gesù perché altri lo possano incontrare” (D.Scaiola).

A volte noi sacerdoti, ma penso ugualmente voi genitori con i vostri figli,ci sentiamo un po’ come Giovanni che grida nel deserto: chi lo ascolta? Urliamo, ma ben altre voci trovano ascolto. Non solo: mette paura il dover essere testimoni: chi può sentirsi capace, degno di annunciare Cristo? E come testimoniare Cristo in famiglia, a lavoro e con chiunque incontriamo quando la nostra fede è continuamente alla prova di fragilità, dubbi, mezze misure, ipocrisie? E chi può dire con coraggio: ho incontrato il Cristo, il vivente e non posso tenermi per me questa notizia? Era questa l’esplosione piena di gioia dei primi cristiani: la gente li vedeva e già si sentiva attratta: “guarda come si vogliono bene”. Li sentiva annunciare e veniva presa dallo stesso loro ardore. In pochi decenni, nonostante molte incomprensioni e persecuzioni (o forse proprio grazie ad esse), fanno giungere il messaggio evangelico in tutto il mondo allora conosciuto. Senza internet, tv, giornali, senza mezzi veloci con cui spostarsi.

“Oggi, più che in altre epoche della storia, ci domandiamo come mai sia così scarsa la presenza di profeti o almeno perché sia tanto difficile individuarli. Forse dipende dal fatto che abbiamo spento la profezia o non le abbiamo dato sufficiente ascolto” (D. Scaiola). Forse abbiamo lasciato che la nostra fede si sia intiepidita, l’abbiamo lasciata inerte, senza alimentarla?

Ci hai esortato alla gioia, Signore: «State lieti, sempre».
Anzi, ci hai insegnato le parole per dire la gioia: «Io esulto e gioisco nel Signore, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza».
Fa’ di me, o Signore, un cristiano lieto:
lieto come Giovanni nel vedere la luce che già viene,
nel sentirsi voce al servizio della Parola;
lieto come il profeta, nel sapersi riempito del tuo Spirito di santità;
lieto come Maria nel riconoscere e magnificare quello che tu hai già compiuto per me e in me.
Ci hai esortato alla preghiera, Signore: «Pregate incessantemente».
Mi sembra quasi impossibile: abituato a separare preghiera e lavoro,
penso sempre che la preghiera si possa fare solo stando in ginocchio.
Eppure lo so che sei continuamente presente, a condividere le mie giornate e il mio lavoro.
Sei tu, anzi, che mi vuoi santificare «fino alla perfezione»,
tu che guidi i miei passi incerti sul sentiero della santità.
Insegnami a vivere costantemente alla tua presenza,
a fare ogni cosa per amore tuo.

Ermes Ronchi: Ad una cosa sola il profeta rende testimonianza: non alla grandezza, alla maestà, alla potenza di Dio, ma alla luce. Ed è subito la positività del Vangelo che fiorisce, l'annuncio del sole, la certezza che il rapporto con Dio crea nell'uomo e nella storia un movimento ascensionale verso più luminosa vita. Giovanni afferma che il mondo si regge su un principio di luce, che vale molto di più accendere una lampada che maledire mille volte la notte. Che la storia è una via crucis ma anche una via lucis che prende avvio quando, nei momenti oscuri che mi circondano, io ho il coraggio di fissare lo sguardo sulla linea mattinale della luce che sta sorgendo, che sembra minoritaria eppure è vincente, sui primi passi della bontà e della giustizia. Ad ogni credente è affidato il ministero profetico del Battista, quello di essere annunciatore non del degrado, dello sfascio, del peccato, che pure assedia il mondo, ma testimone di speranza e di futuro, di sole possibile, di un Dio sconosciuto e innamorato che è in mezzo a noi, guaritore delle vite.
Chi sei tu? È rivolta anche a noi questa domanda decisiva. E la risposta è come in Giovanni, nello sfrondare da apparenze e illusioni la nostra vita. Io non sono l'uomo prestigioso che vorrei essere ne il fallito che temo di essere. Io non sono ciò che gli altri credono di me, né un santo, né solo peccatore. Io non sono il mio ruolo o la mia immagine. La mia identità ultima è Dio; il mio segreto è in sorgenti d'acqua viva che sono prima di me. La vita scorre nell'uomo, come acqua nel letto di un ruscello. L'uomo non è quell'acqua, ma senza di essa non è più. Così noi, senza Dio. E venne un uomo mandato da Dio. Anch'io sono un uomo mandato da Dio, anch'io testimone di luce, ognuno un profeta dove si condensa una sillaba del Verbo. Il nostro tempo è tempo della luce nel frammento opaco, di fiducia e smarrimento, dentro il quale io cerco l'elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente. Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella definizione dell'uomo: Voi siete luce! Luce del mondo.

venerdì 2 dicembre 2011

Marco 1,1-8: preparate la via

II Domenica di Avvento - Anno B

Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio (...). Vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati (...). E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Io: II tappa del nostro cammino di Avvento: dopo l’invito perentorio a vegliare, a svegliarci dal sonno ecco l’invito a mettersi in cammino, a preparare la strada al Signore che viene. In premio c’è l’incontro col Signore, ci sono terre e cieli nuovi dove regni l’amore e la giustizia, la felicità e la solidarietà.
La 1° lettura del profeta Isaia parla al popolo in ESILIO invitandolo a preparare la strada del ritorno, annunciando la fine di una esperienza terribile, offrendo parole di consolazione; S.Pietro nella 2° lettura invita a guardare avanti, ad attendere i “cieli nuovi e terra nuova” promessi da Dio, dove abita la giustizia.
Sono alcune delle dimensioni proprie dell’Avvento che si è aperto domenica scorsa con l’invito perentorio di vigilare, risvegliare la nostra fede, attendere il ritorno glorioso del Signore (il che vuol dire anche a-tendere: tendere-a, verso il Signore: volgere verso di lui la nostra attenzione, convertirsi riconducendo la nostra vita verso di lui in un cammino di speranza).
Siamo consapevoli di vivere come in ESILIO, in un mondo dove le tenebre sono “dominanti”, ma anche che una LUCE è sorta per guidarci verso i CIELI e le TERRE NUOVE. E’ in gioco dunque un FUTURO luminoso fatto attraverso un richiamo al PASSATO per un PRESENTE ATTIVO e pieno di SPERANZA.
Giovanni è il protagonista di questa II tappa:
- ULTIMO PROFETA dell’A.T. si rivolge alle folle aprendole all’attesa del Messia, del liberatore.
- E’ la VOCE che prepara la via alla PAROLA e che grida di aprire nel deserto la strada che porta dalla terra della schiavitù alla patria della liberazione.
- Giovanni VIVE CIO’ CHE ANNUNCIA.
- E’ l’annunciatore, cioè il PROFETA che, denunciando il PECCATO e annunciando il PERDONO, dispone l’uomo a CONVERTIRSI alla giustizia di Dio in ATTESA del NUOVO, lo dispone al cammino, alla continua ricerca di ciò a cui tende.
- GIOVANNI BATTEZZA NEL DESERTO: il deserto è la tappa obbligata del cammino tra la schiavitù e la libertà, tra Egitto-Babilonia e la terra promessa (tensione tra un NON-PIU’ e un NON-ANCORA, distanza da attraversare per non tornare indietro o morire sul posto). E’ il luogo dove Dio rivela sé stesso e la sua fedeltà e educa il popolo.
Il deserto è la condizione di ESSENZIALITA’, di POVERTA’ richiesta per conoscere sé stessi e Dio.
- VESTITO di peli di CAMMELLO: è la divisa di ELIA, padre dei profeti, di cui Giovanni è l’ultimo figlio. Il CAMMELLO, che porta i pesi altrui e attraversa il deserto, è un’immagine di Cristo e Giovanni ne è come rivestito. UNA CINTA di pelle ai FIANCHI: i “fianchi cinti” indicano la continenza, la sobrietà, la padronanza di sé e la disponibilità al cammino propria di chi deve compiere l’esodo pasquale.
- MANGIAVA LOCUSTE (le cavallette,che combattono e uccidono i serpenti, sono un’immagine della Parola di Dio, nutrimento dell’uomo che lo aiuta a vincere il serpente e la sua menzogna) e MIELE SELVATICO (la parola di Dio è descritta come più dolce del miele): cibi dell’essenzialità del deserto.
- Il Battista prepara la venuta del Messia, “quello che è più forte di me”: egli ci BATTEZZERA’ (= immergerà) in Spirito Santo (= vita di Dio): in Gesù, il Dio che si immerge nella realtà umana, l’uomo si immerge nella vita di Dio.
- DIETRO: dopo, ma E’ PIU’ FORTE DI ME: riconoscimento di dover mettersi dietro (lui deve crescere e io diminuire), di seguirlo come il 1° discepolo. E’ importante stabilire l’ordine giusto: Gesù davanti e lui dietro. E noi? Quante volte ci mettiamo avanti?
- NON SONO DEGNO: non falsa umiltà, ma prova di come Giovanni sa stare al suo posto (senza traccia di orgoglio, di rivendicazione) e vivere ciò che annuncia (fino al martirio, rendendo testimonianza fino alla fine). I nostri rapporti sono caratterizzati da prove di forza che rompono la comunione: solo presentandoci con le nostre fragilità e senza imporre agli altri la nostra pre-potenza possiamo costruire rapporti fraterni e veri.
- Lui vi BATTEZZERA’ in SPIRITO SANTO = vi IMMERGERA’ nella VITA (Spirito) di DIO (il Santo) dandoci la sua vita. Dio ha messo nel cuore dell’uomo il desiderio-bisogno di Lui: ora lo colma pienamente con il dono di sé!
Cosa possiamo fare per preparare la strada?
- abbassate i colli e appianate le buche: ciascuno di noi deve riconoscere le proprie LACUNE da colmare, le mancanze da sistemare. Dall’altra parte viviamo “monti e colli”, cioè forme di superbia e di orgoglio da abbassare.
- La gente scendeva per sentire, attraverso Giovanni, la Parola di Dio: riscoprire la lettura della Parola.
- La gente si faceva battezzare confessando i propri peccati: l’avvento è il tempo propizio per celebrare il sacramento della penitenza e ricevere il perdono di Gesù che rigenera la nostra vita di figli di Dio.
- Giovanni vive nell’austerità: è l’invito a riscoprire l’essenzialità della vita, la semplicità dando un taglio alle nostre comodità, al consumismo sfrenato, all’idolatria del comprare. Ci invita a sensibilizzarci nei confronti di coloro che hanno bisogno (giornata del pane).
- Giovanni vive nel deserto, fuori dal chiasso, per sentire la voce di Dio. Regaliamoci spazi di silenzio e maggiore preghiera. Riempire tutti gli spazi e tempi col rumore non ci permette di ascoltare Dio che parla nel silenzio.
Questi sono dunque gli strumenti privilegiati per preparare la strada al Signore che vuol nascere, abitare e agire nella nostra vita: la Parola di Dio, la Confessione , una vita austera e solidale, un po’ di silenzio orante.
Aspettiamo con fiducia l’avvento dei cieli e terre nuove nei quali abita la giustizia di Dio, impegnamoci per farli sorgere vivendo in pace, senza colpa e senza macchia. Amen.

mercoledì 23 novembre 2011

Marco 13,33-37

I domenica di Avvento (B)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».


VEGLIATE! Cioè?
1. PREMESSA: L’AVVENTO
Non possiamo dimenticarci che questa domenica apre un nuovo anno liturgico (quante volte lo ripeto quasi inutilmente ai ragazzi del catechismo) e ci immette nel tempo dell’AVVENTO, dell’ATTESA della venuta del Signore.
Ma cos’è l’AVVENTO? La risposta immediata dei ragazzi (quando và bene e sembrano particolarmente attenti) è che si tratta di un periodo per prepararci al Natale. E’ una risposta corretta, ma fortemente riduttiva: che bisogno c’è di vivere 4 settimane per prepararci a ricordare un evento che, seppur decisivo per la nostra fede, è accaduto più di 2000 anni fa? O forse attendiamo ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme?
Certo sarebbe già un passo in avanti: prepararci a vivere spiritualmente il Natale ci eviterebbe nostalgie verso un passato in cui, da bambini, attendevamo realmente quel giorno fatidico e godevamo di un clima quasi magico e poetico. E ci eviterebbe di rimanere vittime di quel consumismo della corsa ai regali che sempre critichiamo, ma inevitabilmente (?) ci coinvolge; o del dopo abbuffate coi parenti che ci rintronano e ci lasciano solo un po’ più appesantiti di prima.
L’avvento non è solo un ricordo, ma l’attesa di un incontro che richiede la nostra disponibilità, il nostro desiderio. L’incontro improvviso, nel senso che non possiamo programmarlo, con il Signore che viene a “visitarci” quando meno ce lo aspettiamo (visite che possono cambiare la nostra vita e convertirci a lui), ma che sono spesso “occasioni mancate” perché distratti, presi da altro, addormentati, non attenti. Come cristiani sappiamo che Gesù è in mezzo a noi “fino alla fine dei tempi”, ma anche che non possiamo vederlo con i nostri occhi. Sappiamo che questo incontro diventerà definitivo e “visibile” alla fine della nostra esistenza (e ancora una volta tutto ciò sarà in un momento inaspettato) o, come ripetiamo ogni domenica nel Credo, alla fine dei tempi, quando il Signore tornerà Glorioso, visibile nella sua grandezza, “giudicherà i vivi e i morti” e darà compimento a tutte le cose ristabilendo un ordine e un’armonia troppe volte distrutta dagli uomini.
L’avvento, soprattutto nella sua prima parte, vuole risvegliarci dal torpore e dal dubbio che questo mondo che è andato avanti per tanti millenni non finirà certo proprio ora di esistere e dunque che, se il Signore verrà, lo farà in tempi talmente futuri da non riguardarci direttamente.
2. VEGLIATE!
Forse ora comprendiamo meglio l’appello insistente che le letture di oggi ci fanno di VEGLIARE, stare attenti, vigilare… Gesù nel breve brano del Vangelo di Marco (che ci accompagnerà in questo nuovo anno liturgico) lo ripete ben 3 volte. Non per metterci paura (come a volte facevano i preti di un tempo ricordandoci con insistenza: “ricordati che devi morire”, il giudizio di Dio è alle porte…), piuttosto, eventualmente, per esprimere la paura che lui, buon Pastore, ha di perderci.
Essere attenti significa letteralmente essere “tesi a”, “pro-tesi”, “tesi per” l’incontro col Signore che viene o, negativamente, tesi per non essere sorpresi da una sciagura imminente. Significa essere sempre all’erta, stare di sentinella, attenti a ciò che avviene attorno a noi per coglierne segnali di qualcosa che potrebbe cambiare l’esistenza (come l’arrivo di un LADRO, per chi ha da temere di perdere qualcosa di importante o come l’arrivo dello SPOSO per chi lo cerca e lo attende).
Perché attendere e vegliare? Perché “non sapete quando sarà il momento preciso”… “perché il padrone di casa non giunga all’improvviso trovandovi addormentati”. Così, poco più avanti nel vangelo, Marco racconta come i discepoli sono afferrati dal sonno nell’orto del Getsemani, incapaci di condividere con il loro Signore un momento così drammatico e cruciale della sua esistenza e a loro volta incapaci di comprendere gli eventi che staranno per accadere e che li vedranno fuggitivi e angosciati se non addirittura traditori.
Nel Vangelo Gesù per indicare in CHE MODO vegliare usa l’esempio del PORTIERE il quale deve essere costantemente preparato ad accogliere il padrone di casa (che sembra averci definitivamente abbandonato lasciandoci come custodi della casa-chiesa) che da un momento all’altro ritornerà. E’ bella questa immagine del portiere: ci ricorda che siamo suoi custodi, suoi servitori, mai padroni. Ci pone inoltre nella SOGLIA della casa-chiesa, pronti ad accogliere la sua venuta senza lasciarci ingannare dalla “forma” con cui egli si presenterà (“perché, diceva Gesù domenica scorsa, avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero nudo e mi avete vestito…”: ero io quel povero, quel bisognoso che avete o non avete aiutato e accolto).
3. LO “STILE DELLA VIGILANZA”
Ma cosa significa per noi oggi vegliare, stare attenti, essere pronti?
Significa non dimenticare mai che la vita è un pellegrinaggio, non un fortunoso vagabondaggio, e neanche una più o meno piacevole gita turistica: quindi non dobbiamo mai illuderci di essere già arrivati e non possiamo mai dimenticarci della nostra meta.
Significa attrezzarsi per il “santo viaggio” con un equipaggiamento leggero, con la “bisaccia del pellegrino”, munita dell’essenziale: altrimenti non ci muoveremo di tappa in tappa, ma ci sposteremo solo di poltrona in poltrona.
Significa non misurare il tempo dalla morte in qua, ma dalla morte in là: perciò niente ci turbi, niente ci spaventi: solo il Signore basta!
Vegliare significa considerare gli altri - familiari, amici, colleghi - nostri compagni di pellegrinaggio: quindi significa amare ognuno come un fratello avuto in dono senza mai bramare di possedere alcuno come proprietà privata; significa servire tutti, ma non asservire nessuno.
Vegliare significa considerare la salute, il lavoro, il denaro, il divertimento per quello che sono: non come privilegi da difendere, ma come doni da condividere; come dei mezzi utili per il pellegrinaggio, non come le mete ultime del cammino.
Significa compiere il servizio che ci è richiesto, come fosse l’ultimo, ma sempre come “servi inutili”: con i fianchi cinti e le lucerne accese.
E sempre pronti a ripiegare le tende per andare là dove siamo chiamati, senza accasarci mai da nessuna parte, fin quando non arriveremo al giorno beato dell’incontro definitivo. Significa guardare al futuro non come a un fato incombente e implacabile, né come a un destino fortuito, volubile e capriccioso; significa sperare che la sofferenza, la malattia, la morte e tutte le catastrofi, naturali o sociali, non siano l’ultima parola della storia.
Vegliare significa ricevere, guardare e onorare le cose che Dio ha creato “come se al presente uscissero dalle mani di Dio” (GS 35); significa pure non esitare a piantare un seme oggi, anche se si sapesse che il mondo finirà domani.
4. CONCLUSIONI
Un altro Avvento dunque a smascherare la nostra fede debole e addomesticata ? La nostra mancata attesa della venuta del Signore? Forse anche questo, ma più in positivo questo nuovo Avvento deve essere lo stimolo, il pungolo che ci risvegli dal nostro sonno spirituale, che rinnovi in noi uno STILE di vigilanza, un esercizio interiore di attesa del Signore che ci apra alla visione nella fede delle realtà invisibili.
Questo il grido di Teilhard de Chardin: “Cristiani, incaricati di tenere sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?”.
L’unico atteggiamento saggio e l’unico stile di vita da assumere è dunque la vigilanza, cioè l’essere costantemente all’erta, svegli, in attesa, vivere in un atteggiamento di servizio, a disposizione del padrone che può tornare in ogni momento. Ciò implica impegno, lotta, fatica, rinuncia. Non si può cadere nel disimpegno o nell’indifferenza. La vigilanza è in definitiva l’INSONNIA di chi è innamorato. L’avvento allora, in definitiva, ci parla della venuta del Signore verso l’uomo, ma insieme sprona l’uomo che deve corrispondere con il suo avvicinamento verso il Signore.
Le altre letture arricchiscono queste tematiche condensate nel vangelo: Isaia (1L) si rivolge con un accorato appello, o una preghiera vigorosa, direttamente a Dio (“nostro padre, redentore”): “Perché, Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore? Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. L’Avvento è il tempo opportuno per rinnovare la nostra preghiera come rapporto filiale, accorato al Padre: a lui dobbiamo chiedere aiuto per non soccombere alla prova. Perché, come prosegue Isaia, dobbiamo essere consapevoli della nostra debolezza e del nostro peccato (“siamo avvizziti come foglie”, ci siamo allontanati da te) per poter tornare alla casa del Padre come il figliol prodigo ricordando: “Signore, tu si nostro padre…siamo opera delle tue mani”: abbiamo sbagliato, ma non abbandonarci. San Paolo infine (2L) ci ricorda che abbiamo ricevuto ricchi doni: con le mani piene dei loro frutti, ci prepariamo, sereni ma operosi, per l’incontro finale con il Signore.

Ermes Ronchi: Nel Vangelo il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi. Atto di fiducia grande, da parte di Dio; assunzione di una responsabilità enorme, da parte dell'uomo. Come custodire i beni di Dio che abbiamo fra le mani? Beni di Dio che sono il mondo e ogni vivente? Il Vangelo propone due atteggiamenti iniziali: fate attenzione e vegliate. Tutti conosciamo che cosa comporta una vita distratta: fare una cosa e pensare ad altro, incontrare qualcuno ed essere con la testa da tutt'altra parte, lasciare qualcuno e non ricordare neppure il colore dei suoi occhi, per non averlo guardato. Gesti senz'anima, parole senza cuore. Vivere con attenzione è l'altro nome dell'Avvento e di ogni vita vera. Ma attenti a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle domande mute e alla ricchezza dei loro doni. Quanta ricchezza di doni sprecata attorno a noi, ricchezza di intelligenza, di sentimenti, di bontà, che noi distratti non sappiamo vedere. Attenti al mondo grande, al peso di lacrime di questo pianeta barbaro e magnifico, alla sua bellezza, all'acqua, all'aria, alle piante. Attenti alle piccole cose di ogni giorno, a ciò che accade nel cuore, nel piccolo spazio che mi è affidato. Il secondo verbo: vegliate. Contro la vita sonnolenta, contro l'ottundimento del pensare e del sentire, contro il lasciarsi andare. Vegliate perché c'è un futuro; perché non è tutto qui, il nostro segreto è oltre noi, perché viene una pienezza che non è ancora contenuta nei nostri giorni, se non come piccolo seme. Vegliate perché c'è una prospettiva, una direzione, un approdo. Vegliare come un guardare avanti, uno scrutare la notte, uno spiare il lento emergere dell'alba, perché la notte che preme intorno non è l'ultima parola, perché il presente non basta a nessuno. Vegliate su tutto ciò che nasce, sui primi passi della pace, sui germogli della luce. Attesa, attenzione, vigilanza sono i termini tipici del vocabolario dell'Avvento e indicano che tutta la vita dell'uomo è tensione verso, uno slancio verso altro che deve venire, che il segreto della nostra vita è oltre noi. Allora è sempre tempo d'Avvento, sempre tempo di abbreviare distanze, di vivere con attenzione. Sempre tempo di adottare strategie di risveglio della mente e del cuore, in modo da non arrendersi al preteso primato del male e della notte, in modo da non dissipare bellezza, e non peccare mai contro la speranza.

giovedì 17 novembre 2011

Matteo 25, 31-46: IL GIUDIZIO FINALE

SOLENNITA' DI CRISTO RE ANNO A
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. (...)

Ermes Ronchi:
Il Vangelo dipinge una potente visione, drammatica, che noi chiamiamo il giudizio finale. Disegna una scena dove è rivelata, più che la sentenza ultima, la verità ultima sull'uomo, è mostrato che cosa resta della vita quando non resta più niente. Resta l'amore del prossimo. Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere: e tu mi hai aiutato. Sei passi di un percorso dove la sostanza della vita è sostanza di carità. Sei passi verso la terra come Dio la sogna. Tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me! Il povero è come Dio! Carne di Dio sono i poveri, i loro occhi sono gli occhi di Dio, la loro fame è la fame di Dio. Se un uomo sta male anche Lui sta male. Noi abbiamo ridotto i poveri ad una categoria sociale, all'anonimato. Invece per il Vangelo il povero non è l'anonimo, ha il nome di Dio. Un Dio che ha legato la salvezza non ad azioni eccezionali, ma ad opere quotidiane, semplici, possibili a tutti. Non ad opere di culto verso di lui, ma al culto degli ultimi della fila. Un Dio che dimentica i suoi diritti, preferendo i diritti dei suoi amati. E mi sorprende, m'incanta sempre un'immagine: gli archivi di Dio non sono pieni dei nostri peccati, raccolti e messi da parte per essere tirati fuori contro di noi, nell'ultimo giorno. Gli archivi dell'eternità sono pieni sì, ma non di peccati, bensì di gesti di bontà, di bicchieri d'acqua fresca donati, di lacrime accolte e asciugate. Una volta perdonati, i peccati sono annullati, azzerati, non esistono più, in nessun luogo, tanto meno in Dio. E allora argomento del giudizio non sarà il male, ma il bene; non l'elenco delle nostre debolezze, ma la parte migliore di noi; non guarderà la zizzania ma il buon grano del campo. Perché verità dell'uomo, della storia, di Dio è il bene. Grandezza della nostra fede. Poi però ci sono quelli condannati: via da me... perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare. Quale è la loro colpa? Non è detto che abbiano fatto del male ai poveri, non li hanno aggrediti, umiliati, cacciati, semplicemente non hanno fatto nulla per loro. Sono quelli che dicono: non tocca a me, non mi riguarda. Gli uomini dell'indifferenza. Quelli che non sanno che cosa rispondere alla grave domanda di Dio a Caino: che cosa hai fatto di tuo fratello? Il giudizio di Dio non farà che ratificare la nostra scelta di vita: via, lontano da me, perché avete scelto voi di stare lontano da me che sono nei poveri. Allora capisco che il cristianesimo non si riduce semplicemente a fare del bene, è accogliere Dio nella mia vita, entrare io nella vita di Dio: l'avete fatto a me!

- “«l’avete fatto a me»”. Questo non giustifica una certa forma di spiritualità che contempla “vedere nell’altro Gesù”, ma di guardarlo come Gesù. Quindi non amare gli altri per Gesù, ma amarli con Gesù e come Gesù.
- “«Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno»”. Mentre prima Gesù ha detto “venite benedetti dal Padre mio”, perché il Padre benedice, qui dopo “maledetti” non dice “dal Padre mio”. Da chi sono stati maledetti? Da se stessi.
- il Signore non chiederà alle persone se hanno creduto, ma se hanno amato; non chiederà se sono saliti al tempio, ma se hanno aperto la loro casa al bisognoso. Non chiede se hanno offerto, ma se hanno condiviso il loro pane con l’affamato.

domenica 13 novembre 2011

Lc 18,35-43: IL CIECO GUARITO

Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!».
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Paolo Curtaz: Passa il Signore. Passa nella nostra vita, quando meno ce lo aspettiamo, passa quando tutto, intonro a noi, è buio fitto. Passa, e ce ne accorgiamo perché qualcuno ne parla, perché ne avvertiamo la presenza. "Passa Gesù Nazareno": questo e solo questo dev'essere l'annuncio della Chiesa, il suo grido, la sua passione, dire ad ogni uomo che Gesà passa, che non tiene le distanze. Comunità di ciechi guariti, la Chiesa grida il suo Signore, grida al suo Signore perché altri, che dimorano nelle tenebre, possano infine vedere. Allora, se abbiamo fede, cominciamo a gridare con la forza della preghiera, chiediamo salvezza, urliamo la nostra solitudine e il nostro buio interiore. In quel momento molti, attorno a noi, ci dicono di tacere. "Dio non esiste", "Non si occupa di te", "Rassegnati". Il nostro mondo vuole ridurre l'incontro con Gesù a devozione personale, a ipersensibilità spirituale, a pia illusione, se abbiamo fede, se non cediamo, se ancora gridiamo dal profondo della nostra disperazione, il Signore si ferma e si avvicina. Se lo vogliamo, perché sempre Dio rispetta la nostra volontà, ci restituisce la luce interiore. Lodiamolo, oggi, insieme a tutta la comunità dei redenti!


Il Vangelo di oggi è un insegnamento sulla preghiera. Il cieco fa un'intensa e insistente preghiera di domanda: "Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me! ' e poi ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!"".
Una volta esaudito, la sua diventa preghiera di lode, che si allarga a tutto il popolo: "Cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio".
La preghiera di domanda ha due condizioni, e tutte e due compaiono nel racconto evangelico. La prima condizione è essere consapevoli di aver bisogno del Signore. U cieco ha questa consapevolezza, ma piuttosto confusa: lui sa di aver bisogno della vista e grida forte, e non è possibile farlo tacere, perché ha coscienza della sua miseria, della sua condizione che non è normale e vuole a tutti i costi uscirne.
La seconda condizione è la fiducia: senza di essa non ci sarebbe preghiera, ma soltanto scoraggiamento e disperazione. Se invece, nella nostra miseria, si accende la fiducia, possiamo pregare; per questo Gesù ha detto: "La tua fede ti ha salvato". La consapevolezza della propria miseria si è accompagnata alla fede nella potenza e nella misericordia del Signore: il cieco ha pregato, ha gridato, è stato esaudito e ha potuto alla fine lodare Dio.
Consapevolezza e fiducia, dunque, una consapevolezza che non deve essere motivo di tristezza: è la premessa per una preghiera autentica, perché ci fa ricorrere a Dio con un grido più sincero per essere guariti. Non dobbiamo rinchiuderci nella nostra miseria; piuttosto dire a Dio: "Signore, tu vedi come sono misero e bisognoso di te: io credo che tu, nella tua bontà, hai pietà di me e mi guarisci. Io lo credo, o Signore!". Allora la nostra preghiera sarà esaudita e potremo dare lode a Dio e alla sua infinita misericordia.

venerdì 11 novembre 2011

Matteo 25,14-30: LA PARABOLA DEI TALENTI

XXXIII Domenica Tempo ordinario-Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro (...)».

Ermes Ronchi:
Dai protagonisti della parabola emergono due visioni opposte della vita: l'esistenza, e i talenti ricevuti, come una opportunità; oppure l'esistenza come un lungo tribunale, pieno di rischi e di paure. I primi due servi entrano nella vita come in una possibilità gioiosa; l'ultimo non entra neppure, paralizzato dalla paura di uscirne sconfitto. La parabola dei talenti è il poema della creatività, senza voli retorici, perché nessuno dei tre servi crede di poter salvare il mondo. Tutto invece odora di casa, di viti e di olivi o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa. Di semplicità e concretezza. Ciò che io posso fare è solo una goccia nell'oceano, ma è questa goccia che dà senso alla mia vita (A. Schweitzer). Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l'estate feconda di frutti. Leggiamo bene il seguito della parabola: Dio non è un padrone che rivuole indietro i suoi talenti, con in aggiunta quelli che i servi hanno guadagnato. Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma è moltiplicato un'altra volta: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Il padrone non ha bisogno di quei dieci o quattro talenti. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita, questa spirale d'amore crescente è l'energia segreta di tutto ciò che vive. Noi non viviamo semplicemente per restituire a Dio i suoi doni. Ci sono dati perché diventino a loro volta seme di altri doni, lievito che solleva, addizione di vita per noi e per tutti coloro che ci sono affidati. Non c'è neppure una tirannia, nessun capitalismo della quantità. Infatti chi consegna dieci talenti non è più bravo di chi che ne consegna quattro. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Non ci sono dieci talenti ideali da raggiungere: c'è da camminare con fedeltà a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. La parabola dei talenti è un invito a non avere paura della vita, perché la paura paralizza, perché tutto ciò che scegli di fare sotto la spinta della paura, anziché sotto quella della speranza, impoverisce la tua storia. La pedagogia del Vangelo offre tre grandi regole di maturità: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la paura delle paure, la paura di Dio.

Io:
- il valore del talento (moneta pari a circa 26 Kg di argento, guadagno di circa 20 anni di lavoro "ordinario");
- di fronte ad un bene così ampio non importa se i talenti affidati siano 1 o 2 o 5, ma l'uso che ne viene fatto (e il rapporto di fiducia col padrone);
- il terzo servo, quello che riceve 1 talento, formalmente non ha nessuna colpa: riceve un talento e, al ritorno del padrone, è pronto a riconsegnarlo. Per fare questo lo ha messo al sicuro nascondendolo sotto terra;
- qual'è il problema? Cosa fa di lui un servo "malvagio e pigro" meritevole di "pianto e stridore di denti"?
- Per rispondere occorre riflettere su cosa rappresenti il simbolo del talento: cosa riceviamo di inestimabile valore? Si, la vita stessa. E' di questa che ci viene chiesto conto: "Cosa hai fatto della tua vita"?
- Se la risposta è "Ho avuto paura"... "l'ho nascosta sotto terra"... te la restituisco così come me l'hai data, senza avergli dato uno scopo, un senso, nè per me nè per gli altri, inerte, sterile, vuota... ci stupiamo allora della risposta dura del padrone?
- "Ho avuto paura di te...": ricorda un'altra paura biblica: quella di Adamo dopo il peccato. Era in armonia con Dio, con Eva, con il creato. Dopo il peccato originale questo rapporto si rompe, ha improvvisamente paura della sua nudità e per questo si nasconde; Dio diventa un avversario duro di cui avere paura, la donna qualcuno su cui scaricare le colpe, il creato un motivo di fatica e sudore.
- Gli altri servi sono invitati a prendere parte della sua gioia, ad avere autorità su molto (non importa se ha guadagnato 2 o 5 talenti: la risposta e la promessa è la stessa). Si sono sentiti in dovere e forse nel piacere di far fruttificare i talenti ricevuti. Si sono comportati più da figli che da servi e ora vengono ricambiati come figli più che come servi.

giovedì 3 novembre 2011

Matteo 25, 1-13: LE VERGINI STOLTE E SAGGE

XXXII domenica Tempo ordinario Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora».

Ermes Ronchi:
Ecco lo sposo! Andategli incontro! In queste parole trovo l'immagine più bella dell'esistenza umana, rappresentata come un uscire e un andare incontro. Uscire da spazi chiusi e, in fondo alla notte, lo splendore di un abbraccio. Dio come un abbraccio. L'esistenza come un uscire incontro. Fin da quando usciamo dal grembo della madre e andiamo incontro alla vita, fino al giorno in cui usciamo dalla vita per incontrare la nostra vita, nascosta in Dio.
Il secondo elemento importante della parabola è la luce: il Regno di Dio è simile a dieci ragazze armate solo di un po' di luce, di quasi niente, del coraggio sufficiente per il primo passo. Il regno di Dio è simile a dieci piccole luci, anche se intorno è notte. Simile a qualche seme nella terra, a una manciata di stelle nel cielo, a un pizzico di lievito nella pasta. Ma sorge un problema: cinque ragazze sono sagge, hanno portato dell'olio, saranno custodi della luce; cinque sono stolte, hanno un vaso vuoto, una vita vuota, presto spenta. Gesù non spiega che cosa sia l'olio delle lampade. Sappiamo però che ha a che fare con la luce e col fuoco: in fondo, è saper bruciare per qualcosa o per Qualcuno. L'alternativa centrale è tra vivere accesi o vivere spenti. Dateci un po' del vostro olio perché le nostre lampade si spengono... la risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Il senso profondo di queste parole è un richiamo alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, essere buono o onesto al posto mio, desiderare Dio per me. Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me? Parabola esigente e consolante.
Tutte si addormentano, sagge e stolte, ed è la nostra storia: tutti ci siamo stancati, forse abbiamo mollato. Ma nel momento più nero, qualcosa, una voce una parola una persona, ci ha risvegliato. La nostra vera forza sta nella certezza che la voce di Dio verrà. È in quella voce, che non mancherà; che verrà a ridestare da tutti gli sconforti; che mi rialza dicendo che di me non è stanca; che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. Dio non ci coglie in flagrante, è una voce che ci risveglia, ogni volta, anche nel buio più fitto, per mille strade. A me basterà avere un cuore che ascolta, ravvivarlo come una lampada, e uscire incontro a un abbraccio.

Nel tempo dell'attesa il cristiano si prepara all'incontro, alimentando la lampada della fede con l'olio della carità, della preghiera e dell'ascolto della Parola di Dio, diviene "discepolo della Sapienza" (I Lettura), sempre assetato di Dio e della sua verità.
Come è accaduto alle vergini sagge che hanno saputo conservare dell'olio per i momenti tenebrosi (Vangelo), anche per ciascuno di noi si impone di vigilare nello spirito, perché l'armatura della fede possa proteggerci di fronte alla tentazione di assopirci in una vita mediocre e continuamente oppressa dal peccato.
Tiberio Cantaboni

- vita come uscita e incontro con lo sposo, come buio e luce (sufficiente per il passo successivo);
- l'esempio della beata Chiara Luce Badano (che si prepara all'incontro con lo sposo);
- tutte si addormentano: non basta la buona volontà di restare vigilanti: occorre la fede, la carità che ci risveglia e illumina nel momento dell'incontro (quando ci verrà chiesto: mi hai amato? Nei più piccoli mi avete visitato, vestito, accudito con amore e per amore?);
- non si può delegare nel momento dell'incontro: l'olio della fede e della carità non è in vendita: è donato, ma và accolto e conservato con cura.

mercoledì 2 novembre 2011

Mt 8, 23-27: Una fede insufficiente

«In quel tempo, essendo Gesù salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: "Salvaci, Signore, siamo perduti!". Ed egli disse loro: "Perché avete paura, uomini di poca fede?". Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: "Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?"» (Mt 8, 23-27).

Carlo Maria Martini:
Abbiamo già citato la pagina evangelica della liturgia di oggi, quando abbiamo sentito Paolo ricordare a Timoteo che non gli è stato conferito uno spirito di timore, di viltà o di smarrimento (deilias). E ritroviamo infatti nel racconto evangelico la stessa radice greca: «Perché avete paura?», perché siete timidi, vili, smarriti? Il brano evangelico odierno ci aiuta ad approfondire che cosa significa l'attitudine pratica a ricondurre tutto al primato di Dio e di Cristo.

Paura nella tempesta

Ci troviamo di fronte allo scatenarsi nel mare di un «sisma» - dice il testo greco -, un movimento così violento che la barca era coperta dalle onde. Una tempesta è una situazione negativa incontrollabile, a cui umanamente non si sa come fare fronte. Essa può significare una situazione incontrollabile interiore, quando si entra in una sarabanda, in una fantasmagoria di emozioni negative, di angosce, di ira, di frustrazione, di ripugnanza, di disperazione da cui non si sa più come salvarsi; si è in balìa di qualcosa di più forte di noi, che non si sa come padroneggiare.

Può indicare pure una situazione esteriore sociale, civile, ecclesiastica, una situazione di forze contrastanti impazzite, che agitano da ogni parte la nostra barca, sia essa la nostra persona o la nostra comunità o gruppo sociale o nazione. Di queste tempeste, di tali forze impazzite contrastanti è piena la storia, anche contemporanea. Così per esempio la situazione della ex Jugoslavia o di alcuni Paesi del Centro Africa.

In una simile realtà, nella quale sono entrati gli apostoli, Gesù dorme e poi, svegliato, grida: «Perché avete paura, uomini di poca fede?». Rimprovera così la stessa viltà e sconforto che abbiamo visto rimproverati a Timoteo da parte di Paolo. E comprendiamo che questa paura e viltà sono relative alla poca fede, sono frutto di poca fede. Gesù non accusa semplicemente il distacco fede-vita; piuttosto la poca fede, la fede scarsa, insufficiente, più piccola di quel grano di senapa che sposta le montagne.

La poca fede

In che cosa consiste la poca fede, che poi genera paura (paura vana - dice Gesù -, pur di fronte a tempeste che apparentemente non si possono dominare)? Possiamo identificarla col volersi salvare da soli, col non riconoscere il primato di Dio come salvatore; e quindi col collocare direttamente, di fatto (anche se è altrimenti a parole), ogni speranza in se stessi. La fede è allora solo in fondo, come uscita di sicurezza, se proprio le cose van male.

Così hanno fatto gli apostoli: prima hanno messo ogni speranza nelle proprie forze, si sono fidati di farcela - altrimenti non avrebbero affrontato il mare -; alla fine, quando le cose non vanno, viene anche l'invocazione a Gesù. E esattamente il contrario del primato di Dio, è l'ul-timità di Dio. Non si è cominciato da lui, ma si arriva a lui per disperazione.

Dunque il riconoscimento del primato di Dio è appunto la fede. Intendere la fede che Gesù chiede come l'attesa di una salvezza dalla tempesta comunque, non sarebbe credere, ma tentare Dio. Gesù aveva rifiutato di gettarsi dal pinnacolo del tempio aspettandosi di essere in ogni caso salvato, perché avrebbe significato tentare Dio (cfr. Mt 4). E la stessa esperienza degli apostoli ci dice che Dio non li salverà, un giorno, dalla morte. Ciò che Dio promette è la salvezza dal timore della morte: «Non temete coloro che possono uccidere il corpo» {Mt 10,28).

L'affermare il primato di Dio, non consiste nel ritenere che Dio comunque penserà a darmi la salvezza che attendo. E non consiste neppure nel rifiuto di darsi da fare; Gesù non rimprovera gli apostoli perché si sono dati da fare con la barca, con i remi. Rimprovera qualcosa di molto più sottile, delicato e fine, non riducibile a formule.

«So a chi ho creduto»

Che cosa chiede allora Gesù in positivo, come vera fede, fede non piccola? Lo possiamo esprimere ancora con le parole della seconda Lettera a Timoteo: «So a chi ho creduto» (1, 12). Non aspetto la salvezza comunque; non cesso di darmi da fare; né mi impegno, mettendo Dio per ultimo. Fin dall'inizio so a chi ho creduto e per questo fin dall'inizio vivo senza sosta e con pace la mia lotta contro ogni forma di autogiustificazione, nella certezza che anche le situazioni apparentemente insostenibili, incontrollabili, sono realtà in cui Dio ci ha posto.

Ecco la grazia della fede che domandiamo per noi e che chiediamo di trasmettere, quella che ci dà pace, ci conforta nelle tribolazioni, ci accompagna nelle oscurità, ci sostiene nelle debolezze e nelle frustrazioni; ci permette di affrontare le tempeste della vita, della Chiesa, del ministero, della vita sociale, economica e politica, non con ricette già preparate, ma con il cuore pacificato dal riconoscimento del primato di Dio. E tale primato che la liturgia ci invita oggi a riconoscere dando a Dio solo onore, lode e gloria per mezzo di Gesù Cristo e della sua morte e risurrezione.

giovedì 27 ottobre 2011

Matteo 23, 1-12: contro chi dice, ma non fa

XXXII domenica tempo ordinario - Anno A

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno (...) Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste (...) Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Gesù mette in evidenza tre tentazioni-vizi:
1- ipocrisia ("dicono e non fanno")
2- vanità ("le loro opere le fanno per essere ammirati")
3- potere (amano i posti d'onore e i primi seggi")

Ermes Ronchi: Il più grande è chi ama di più
Il Vangelo evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita autentica deve affrontare. La prima: essere o apparire. La seconda: l'amore per il potere. Praticate ciò che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. La severità di Gesù non va contro la debolezza di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia di chi fa finta. Verso la nostra debolezza Gesù si è sempre mostrato premuroso, come il vasaio che, se il vaso non è riuscito bene, non butta via l'argilla, ma la rimette sul tornio e la plasma di nuovo, fino a che realizza il suo progetto. Gesù non sopporta gli ipocriti. Ipocrita (termine greco che significa "attore di teatro") è il moralista che invoca leggi sempre più dure, ma per gli altri (legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito); ipocrita è l'uomo di Chiesa che più si mostra severo e duro con gli altri, più si sente giusto, vicino a Dio (mentre è vicino solo alla propria aggressività o invidia verso i fratelli). Paolo oggi dice: «Avrei voluto darvi la mia vita». L'ipocrita dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto». L'ipocrita non si accontenta di essere peccatore, vuole apparire buono. E con la sua falsa virtù fa sì che gli uomini non si fidino più neanche della virtù autentica. Gesù poi stigmatizza un secondo errore che rovina la vita: l'amore del potere. Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli. E già questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli, nessuno superiore agli altri, relazione paritaria e affettuosa. Ma a Gesù questo non basta, e opera un ulteriore capovolgimento: il più grande tra voi è colui che serve. Il più grande è chi ama di più. Il mondo ha bisogno d'amore e non di ricchezza per fiorire. E allora il più grande del nostro mondo sarà forse una mamma sconosciuta, che lavora e ama nel segreto della sua casa, o nelle foreste d'Africa, o uno di voi che legge, o colui o colei che vi è vicino. Gesù rovescia la nostra idea di grandezza, ne prende la radice e la capovolge al sole e all'aria e dice: tu sei grande quanto è grande il tuo cuore. Siete grandi quando sapete amare, quando sapete farlo con lo stile di Gesù, traducendo l'amore nella divina follia del servizio: sono venuto per servire non per essere servito. È l'assoluta novità di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui ai piedi di tutti. Dio è il grande servitore, non il padrone. Lui io servirò, perché Lui si è fatto mio servitore. Servizio: nome nuovo, nome segreto della civiltà.

giovedì 20 ottobre 2011

Mt 22,34-40: IL PIU' GRANDE COMANDAMENTO

XXX domenica del tempo ordinario/A

Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Ermes Ronchi: Qual è il grande comandamento? Gesù risponde indicando qualcosa che sta al centro dell'uomo: tu amerai. Lui sa che la creatura ha bisogno di molto amore per vivere bene. E offre il suo Vangelo come via per la pienezza e la felicità di questa vita. Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l'unica misura dell'amore è amare senza misura. Ama Dio con tutto il cuore: totalità non significa esclusività. Ama Dio senza mezze misure, e vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare i tuoi familiari, gli amici, te stesso. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica. Ama con tutta la mente. L'amore rende intelligenti, fa capire prima, andare più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L'amore rende forti, capaci di affrontare qualsiasi ostacolo e fatica. Da dove cominciare? Dal lasciarsi amare da Lui, che entra, dilata, allarga le pareti di questo piccolo vaso che sono io. Noi siamo degli amati che diventano amanti. Domandano a Gesù qual è il comandamento grande e Lui invece di un comandamento ne elenca due: amerai Dio, amerai il prossimo. Gesù non aggiunge nulla di nuovo: il primo e il secondo comandamento sono già scritti nella Bibbia. Eppure dirà che il suo è un comando nuovo. Dove sta la novità? Sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l'unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l'uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Questa è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio. Il volto dell'altro è da leggere come un libro sacro, la sua parola da ascoltare come parola santa, il suo grido da fare tuo come fosse parola di Dio. «Sul tuo corpo volteggiano angeli / come intorno a una chiesa /... e di Lui sono i tuoi occhi» (Turoldo). Amerai il tuo prossimo come ami te stesso. È quasi un terzo comandamento sempre dimenticato: «ama te stesso», perché sei come un prodigio, porti l'impronta della mano di Dio. Se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine. Se per te desideri pace e perdono, questo tu offrirai all'altro. Se per te desideri giustizia e rispetto, tu per primo li darai. Ma perché amare, amare con tutto me stesso? Perché portare il cuore a queste vertigini? Perché dare e ricevere amore è ciò su cui posa la beatitudine della vita. Perché Dio-amore è l'energia fondamentale del cosmo, e amando partecipi di questa energia: quando ami, è il Totalmente Altro che viene perché la storia sia totalmente altra da quello che è.

VEDI ANCHE: http://liberstef.myblog.it/archive/2008/10/24/materiale-liturgico-per-omelia-e-catechesi-xxx-dom-t-o-a-26.html

giovedì 13 ottobre 2011

Mt 22,15,21: DATE A CESARE...E A DIO

XXIX TEMPO ORDINARIO/A

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».



Io: NOI, TRA DIO E CESARE

Due, credo, sono i principali temi che possiamo cogliere nelle letture di questa domenica: il rapporto con il potere (e tra potere politico e Dio) e il bisogno di collaborare col progetto di Dio. Due dimensione che, come spesso accade, sono strettamente intrecciate tra loro.
La prima dimensione si coglie chiaramente dal Vangelo dove i “potenti” del popolo ebraico non ne possono più delle provocazioni e dello scompiglio causato da Gesù e si incontrano per cercare di metterlo in seria difficoltà: si alleano con i fedeli di Erode (non molto ben visti dai farisei, puri, ma anche neutri nel rapporto con i dominatori romani) e escogitano un tranello molto insidioso: è giusto pagare le tasse a Roma? A un popolo dominatore che attenta alla libertà (anche religiosa) degli ebrei? E’ un bivio stretto: da una parte il si che renderebbe meno popolare Gesù, facilmente accusabile di connivenza con i romani, dall’altra il no che lo porrebbe come un chiaro rivoluzionario, amico degli zeloti, accusabile di fronte alla legge di Roma.

Gesù sa cogliere bene il tranello nascosto dietro le parole di falsa adulazione e risponde: “ipocriti” e stolti: tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio (“date a Dio ciò che è di Dio”), ma che non esclude il dovere di contribuire con le tasse a chi è chiamato a gestire il bene pubblico.

Da questo discorso possiamo trarre importanti conseguenze ancora ben attuali:

- la vita è di Dio: nessun potere politico può arrogarsi il diritto di decidere di toglierla o impedire di esprimere le personali convinzioni religiose. Tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio e lo Stato non può pretendere ciò che appartiene a Dio. Se lo facesse si dovrebbe resistergli.

- Ma non ci sono scuse valide per evadere le tasse, per non contribuire alla ricerca del bene comune, per quanto ci possano essere dubbi sul modo di ricercare tale bene da parte dei politici di turno.

- Gesù implicitamente riconosce che debba esistere una società civile autonoma, un’autorità che debba provvedere alle esigenze del bene comune. Anzi, il cristiano, per quanto non si debba sentire DI questo mondo, è consapevole di vivere IN questo mondo e che debba collaborare per trasformare fin d’ora questo mondo nel Regno di Dio annunziato e inaugurato da Gesù Cristo. Il cristiano è dunque invitato ad assumersi la propria responsabilità come cittadino per la costruzione di una società migliore. Per quanto amareggiato non può rifiutare la politica in toto, ma anzi dovrebbe impegnarsi per trasformarla a partire dal quartiere, dalla scuola, dal sindacato, dal volontariato, dall’amministrazione locale, fino al vero e proprio impegno politico in senso stretto.

- “Gesù non presenta un “programma politico”, piuttosto invita gli uomini (dunque ciascuno di noi) alla conversione, al pentimento, alla giustizia, all’umiltà del cuore, alla carità, al servizio degli altri, specialmente dei poveri” (G.De Rosa)

« Rendete a Dio quello che è di Dio » . Ma che cosa gli appartie­ne? « La terra, l’universo e tutti i viventi » (salmo 24,1); «io appar­tengo al Signore» ( Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la lo­ro coscienza, non può impa­dronirsi della loro libertà. A Ce­sare non spetta il cuore, la men­te, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a o­gni tentazione di possesso, ri­peti a Cesare: Io non ti appar­tengo.

La prima lettura aggiunge altri elementi: il progetto di Dio non si realizza nella storia in maniera magica (o per mezzo di un dio burattinaio che muove le persone come fossero burattini): è grazie a persone che se ne fanno carico o che, in quanto uomini di “buona volontà” (cioè capaci di seguire una retta coscienza) gli permettono inconsapevolmente di agire: Dio tutto può, ma nulla fa contro la volontà umana. Così il profeta Isaia può far parlare Dio di Ciro (re persiano e dunque pagano, il quale dopo il lungo e duro periodo di esilio imposto dai babilonesi permetterà al popolo ebraico di tornare alle loro terre) come di un suo strumento di cui si serve per portare a compimento i suoi progetti di bene nei confronti del popolo. Ci ricorda così come il Regno si realizza sia per mezzo di attivi e consapevoli collaboratori, sia in maniera più misteriosa, insinuandosi tra le pieghe della storia e mostrando come quando l’autorità politica (indipendentemente dalle convinzioni religiose delle persone che la rappresentano) si mette al servizio dei popoli e agisce aiutando i più deboli, diventa strumento di Dio.

Paolo infine, nella seconda lettura, ci permette di ricordare che oggi siamo invitati in modo particolare a pregare e sensibilizzarci nei confronti della dimensione missionaria della Chiesa, lui che, da grande missionario, ha agito (non da solo, ma con stretti collaboratori) costruendo rapporti di solidarietà con le nuove Chiese che veniva a formare.

- Ci ricorda dunque il dovere di non isolarci nei confronti del mondo e in particolare nei confronti delle Chiese presenti nel terzo mondo, da considerare come sorelle giovani.

- Ci ricorda il dovere di sostenere, nella preghiera e concretamente, coloro che, in prima linea (missionari religiosi o laici), sono presenti in questi paesi per edificare comunità mature nella fede e nella carità.

- Ci ricorda inoltre, insieme a quanto detto per le altre letture, il dovere di impegnarci per costruire ad ogni livello un mondo più equo, più giusto, più solidale.

- Ed infine ci ricorda che, come per Paolo, è un dovere per ciascuno di noi annunciare il Vangelo: un annuncio fatto di parole, ma soprattutto di testimonianza concreta attraverso scelte di vita coerenti, dettate dall’amore.

Il cristiano «sta nel mondo senza essere del mondo» (Gv 17,11-16), abita con piena lealtà la città degli uomini, ma la sua vera cittadinanza è nei cieli. È quanto si legge in uno splendido scritto delle origini cristiane: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Abitando città greche o barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera».

Alberto Maggi: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/esegesi/AMaggi_1318447159.htm

giovedì 6 ottobre 2011

Matteo 22, 1-14: LA FESTA DI NOZZE E GLI INVITATI

XXVIII Domenica Tempo ordinario - Anno A

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [...] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Io

Ermes Ronchi:
È bello questo nostro Dio che quando è rifiutato, anziché abbassare le attese le alza: chiamate tutti! Che apre, allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati: tutti quelli che troverete, cattivi o buoni, fateli entrare. Notate: prima i cattivi e poi i buoni... Noi non siamo chiamati perché siamo buoni e ce lo meritiamo, ma perché diventiamo buoni, lasciandoci incontrare e incantare da una proposta di vita bella, buona e felice da parte di Dio.
L'abito nuziale che un commensale non indossa ed è gettato fuori. A capire che cosa rappresenti quell'abito ci aiuta una parola sussurrataci il giorno del Battesimo quando, ponendo sopra di noi una piccola veste bianca, il sacerdote ha detto: «Bambino mio adesso rivestiti di Cristo!». Il nostro abito è Cristo! Passare la vita a rivestirci di Cristo, a fare nostri i suoi gesti, le sue parole, il suo sguardo, le sue mani, i suoi sentimenti; a preferire coloro che egli preferiva. L'abito nuziale è quello della Donna dell'Apocalisse: vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di stelle, che indossa il guardaroba di Dio, l'abito da festa del creato, che è la luce, il primo di tutti i simboli di Dio. In quella Donna è ciascuno di noi, cercatore di luce che venga a vincere le paure e le ombre che invecchiano il cuore. La parabola ci aiuta a non sbagliarci su Dio. Noi lo pensiamo come un Re che ci chiama a servirlo e invece è Lui che ci serve. Lo temiamo come il Dio dei sacrifici ed è il Dio cui sta a cuore la gioia; uno che ci impone di fare delle cose per lui e invece ci chiede di lasciargli fare cose grandi per noi. Lo pensiamo lontano, separato, e invece è dentro la sala della vita, la sala del mondo, come una promessa di felicità, una scala di luce posata sul cuore e che sale verso Dio.

giovedì 29 settembre 2011

Mt 21,33-43: I VIGNAIOLI OMICIDI

XXVII del T.O/A

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

IO:
Ancora una PARABOLA e ancora una volta sul tema della VIGNA, immagine cara alla Scrittura: sempre rivolgendosi ai capi del popolo di Israele ha loro raccontato domenica scorsa la parabola dei 2 figli un po’ restii a collaborare per lavorare nella vigna e 2 domeniche fa ci ha presentato la parabola dei braccianti che, presi a giornata, ricevono la stessa paga indipendentemente dalle ore di lavoro fatto.
Ci mostra in tutte e tre i racconti l’amore di Dio che ha cura della sua vigna e la risposta molto fredda, fatta spesso di mormorazioni e critiche, dei contadini che, nel brano odierno, arrivano al rifiuto completo e violento, persino omicida, del padrone e del figlio.

Gesù si rivolge a chi ha il compito di custodire la vigna, ai capi del popolo, ma si rivolge oggi anche a noi per aiutarci a comprendere un messaggio importante per la nostra vita. Quale?

- Innanzitutto ci ricorda l’AMORE di DIO per ciascuno di noi, parte della sua VIGNA e lo fa descrivendo la CURA che ha per la sua vigna, pianta che richiede particolari attenzioni: la protegge con una siepe, vi scava una buca per mettervi il torchio (e così spremere l’uva e produrre vino), vi costruì una torre, posto di avvistamento e di riparo per chi lavora nella vigna. Isaia arricchisce queste immagini con un cantico d’amore appassionato tra Dio e la sua vigna.

- Ci ricorda inoltre che la vigna, il popolo di Dio, non ci appartiene: noi siamo proprietà di Dio, apparteniamo a lui, ma siamo recalcitranti di fronte a chi sembra limitare la nostra libertà: ci poniamo di fronte a Dio come davanti ad un padrone che ci sfrutta, sfrutta il nostro lavoro, vuole solo il suo tornaconto (i frutti che i contadini dovevano al proprietario della vigna). Da qui la mormorazione, la contesa, la messa in discussione dell’opera del Signore.

- Ecco allora, in maniera molto amara, la rilettura della storia di Israele come una storia d’amore tra un Dio fedele e l’infedeltà del suo popolo che maltratta e uccide gli inviati dal Signore, i profeti, fino a meditare la morte del Figlio stesso (e Gesù si trova nell’ultima fase della sua vita terrena, ben consapevole dell’imminente e tragico finale).

- Si vuole l’eredità: la possibilità di non rispondere ad altri che a noi stessi, di fare senza Dio, senza padroni. Senza renderci conto che così facendo ci vendiamo ad altri padroni di turno: capi politici od economici, o, in maniera più sottile, ma più efficace vendendoci ad un sistema politico-economico che ci vuole consumatori vogliosi di cose che perdono subito il loro fascino e rimbambiti da tutto ciò che ci fa perdere di vista i nostri veri valori e bisogni. Si arriva così non solo a non compiere il bene, ma ad impedire ad altri di compierlo.

- Il messaggio è amaro e apparentemente negativo: la vigna dovrà essere tagliata (così Isaia) o affidata ad un nuovo popolo che produca i frutti (così conclude Gesù la parabola). Eppure l’obiettivo finale non è la vendetta, ma l’invito a prendere coscienza delle proprie infedeltà. Il perdono infatti non può essere accordato in modo unilaterale, senza coinvolgere l’altro in una dinamica di riconciliazione: senza pentimento non c’è disponibilità a cambiare e dunque a ricevere il perdono.

- «Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?». La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo in­tatto il ciclo immutabile del dare e dell’avere.
Ma Gesù non è d’accordo e intro­duce la novità propria del Vange­lo. Il sogno di Dio non è il tributo pagato, ma una vigna che non ma­turi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gon­fi di sole e di luce. Per questo è ve­nuto Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui godo. (Ermes Ronchi)

- Gesù mostra un Dio, padrone appassionato, che nonostante i rifiuti e la violenza, riesce ugualmente a portare avanti la sua azione a nostro favore. Trova un nuovo popolo a cui affidare la vigna e ne produca finalmente frutti da condividere nella gioia (il vino è da sempre simbolo di convivialità e di ebbrezza).

- E noi: siamo consapevoli dell’amore appassionato di Dio senza sentirci defraudati di qualche cosa? Siamo disponibili a lavorare nella vigna del Signore e dunque a vivere da veri cristiani nei nostri ambienti: scuola o lavoro, amici, famiglia, parrocchia, società? o ci lasciamo guidare in maniera passiva da altri padroni dimenticando o rinnegando la nostra fede?

Ancora una volta la conclusione è affidata alle parole di Paolo ascoltate nella seconda lettura: non state ad angosciarvi per le difficoltà della vita, imparate piuttosto ad affidarle e ad affidarvi a Dio con “preghiere, suppliche e ringraziamenti”. Mettete al centro della vostra vita, dei vostri pensieri ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode e lasciate perdere tutte quelle cose che, sapete bene, non meritano rispetto, ma che ci seducono e ci incatenano per gran parte del nostro tempo. Attenzione allora a ciò che vedete, sentite, leggete. Attenzione soprattutto a mettere in pratica ciò che di buono abbiamo imparato, ricevuto e ascoltato da Dio e da coloro che Dio ci mette accanto. Solo così il Dio della pace sarà con voi e la vostra vita ritroverà serenità e entusiasmo nonostante tutto. E così sia.

mercoledì 21 settembre 2011

Mt 21,28-32: I DUE FIGLI

XXVI T.O./A
Letture
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Io:
Quante volte i genitori (per non parlare dei nonni) si lamentano perché i loro figli sono disobbedienti, scontrosi, indisponibili e indisponenti. E quante volte i figli, confessandosi, riconoscono la loro disobbedienza verso i genitori mostrandosene in qualche modo pentiti.
Gesù prende spunto da quell’episodio universale ed eterno: succedeva in Palestina al suo tempo come succede da noi oggi. Da sempre ci sono rapporti conflittuali tra genitori e figli. Perché?

Ogni figlio crescendo cerca la sua indipendenza, ha bisogno di sentirsi grande, non accetta di sottomettersi: impara presto a dire NO alle richieste dei genitori. Quei no sanno di libertà, di indipendenza. Ma costano: ci fanno sentire cattivi e spesso portano a rotture forti con chi ci vuole bene, nonostante tutto. E allora anche noi sperimentiamo quello che Gesù ci ha raccontato: diciamo dei sì che si trasformano in no (si si, poi lo faccio, ma guarda caso quel poi si sposta sempre in avanti) e diciamo dei no che si trasformano in si, perché poi ci pentiamo. In noi ci sono entrambi i figli che lottano tra loro. Spesso vince il primo, ma a volte vince il secondo.

A Dio non piacciono gli uomini simili ai farisei, cioè come quelli che si sentono perfetti, migliori, che a parole sembrano molto religiosi e poi fanno i loro comodi. Egli preferisce coloro che, anche sbagliando, cercano ciò che è buono e li fa felici e quando si accorgono che sono andati fuori strada sono disposti a cambiare vita. E conclude dicendo ai farisei che i peccatori sono più vicini di loro a Dio[1].

I ragazzi che stanno crescendo e maturando verso l’età adulta non sopportano di essere sottomessi come quando erano bambini (e già a pochi anni vogliono essere chiamati ragazzi, non sopportano più di essere chiamati bambini). Vogliono decidere da soli cosa è bene per loro. È il cammino della conquista della libertà di fronte a tutte le persone con cui sono in relazione. In fondo stanno cercando ciò che gli piace e li rende felice.

La difficoltà è capire che dopo i no, si cerchi davvero ciò che è giusto e lo si faccia perché ci si crede. Come il primo figlio della parabola, che ha detto di no perché voleva essere libero e poi liberamente è andato a lavorare nella vigna, perché ha capito e creduto che fosse una cosa buona anche per lui. La difficoltà è soprattutto capire che non c’è concorrenza tra i genitori e i figli, tra Dio che è Padre e tutti gli uomini, suoi figli. I genitori e tanto più Dio non sono degli sfruttatori che cercano il loro tornaconto, che spadroneggiano sui figli. Vogliono anche loro che siano persone mature, felici. E sanno per esperienza che i figli vanno aiutati in questo.

La libertà non è essere liberi di fare qualunque cosa che ci venga in mente, ma essere liberi di fare ciò che realmente ci rende felici. Essere liberi dai condizionamenti che ci tengono legati, che ci bloccano. Quante volte sperimentiamo (anche noi adulti, così come afferma lo stesso Paolo) di fare quello che in realtà non vorremmo, e di non riuscire a fare ciò che sappiamo essere la cosa migliore per noi. Quante volte ci ritroviamo pigri e rimbambiti davanti alla TV o al computer incapaci di affrontare i nostri compiti con entusiasmo. Ma guai a chi ci dice di staccarci da queste cose, guai a chi ci vorrebbe aiutare ad utilizzarli con maggiore intelligenza ponendoci limiti e freni: sembra che voglia attentare alla nostra libertà, che voglia solo imporre il proprio potere. Anche se in fondo sappiamo che vuole solo aiutarci a vivere in maniera più libera.

Ancora una volta Gesù ci mette davanti a questa incoerenza: l’incoerenza di chi sa che Dio ci ama, ma risponde con fastidio al suo invito di collaborare nella Vigna, cioè a fare la nostra parte per migliorare il nostro mondo, la scuola, il rapporto con i genitori e gli amici, il lavoro, la società, la Parrocchia. Entrambi i figli sono infastiditi da questo invito. Eppure è l’invito a costruire un mondo in cui vivere più felici, un mondo in cui si possa tutti condividere i frutti della Vigna. E che soddisfazione raccogliere i frutti del nostro impegno!

Questo è ancora una volta il primo motivo di conversione: essere consapevoli che Dio vuole il nostro bene e che lavorare per lui e con lui è l’opportunità più grande per essere felici e liberi.

Il secondo motivo è quello di una coerenza tra il dire e il fare: se diciamo una cosa e poi facciamo l’opposto siamo degli ipocriti. Meglio disobbedire, ma poi pentirsi e fare, che apparire bravi per poi, quasi di nascosto disobbedire. I farisei rappresentano coloro che vogliono farsi vedere come i migliori, i bravi. I ladri e le prostitute sono invece dei peccatori che non possono nascondere il loro sbaglio. Eppure sono stati i primi, di fronte a Gesù, ad accogliere l’opportunità di cambiare vita e di aderire alla sua proposta. Gli altri sono rimasti freddi, anzi, i più si sono messi in contrasto con Gesù, perché metteva in luce la loro ipocrisia. Non hanno accolto l’invito di Gesù.

Di conseguenza (ed è il terzo motivo di conversione): si sentono superiori ai peccatori, li disprezzano, li guardano dall’alto al basso. Non riconoscendo di essere ben più in torto rispetto a chi, pur avendo evidentemente sbagliato, si pente e cambia vita.

Scrive S.Paolo: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. E così sia!

[1] “Gesù sapeva bene che tutti gli uomini sono peccatori: ma qual è il motivo della sua preferenza per la compagnia dei peccatori pubblici? Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua a essere stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano quelle devote, che disprezzano gli altri considerandoli immersi nel peccato, mentre ringraziano Dio per la loro pretesa giustizia.
Chi invece è un peccatore pubblico si trova costantemente esposto al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento: nel pentimento che nasce da un «cuore spezzato» (Sal 34,19) egli può divenire sensibile alla presenza di Dio, quel Dio che non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva.
È proprio in forza di tale consapevolezza che Gesù amava sedere a tavola con i peccatori manifesti, condividere con loro questo gesto di estrema comunione”. (Enzo Bianchi)
Alberto Maggi: commento

giovedì 15 settembre 2011

Matteo 20,1-16: GLI OPERAI DELLA VIGNA

Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».

Io:
Chi è Dio? Cosa vuole da noi?
Dio (e di conseguenza il suo regno) «… è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna»: così si apre la parabola odierna che, mentre rivela la distanza tra il pensiero di Dio e quello di noi uomini, ci invita a colmarla, assumendo i sentimenti di Dio narrati da Gesù.
Dio è un padrone, ma non secondo i nostri criteri: non cerca di spadroneggiarci, non cerca, come gli imprenditori di ogni tempo di ricavare il massimo guadagno concedendo il minimo possibile. Addirittura non segue neanche la nostra idea di GIUSTIZIA: una giustizia meritocratica dove chi più lavora, chi più si impegna più riceve. Anzi sembra provocarci e scatenare le nostre proteste o almeno molte perplessità.
Il padrone della vigna si accorda con gli operai per un denaro al giorno; poi esce a più riprese sulla piazza e assolda altre persone disoccupate, rispettivamente alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio. Con tutti quelli ingaggiati più tardi, egli non pattuisce la paga, ma si limita a dire: «Andate anche voi nella mia vigna, quello che è giusto ve lo darò». Venuta la sera, il padrone incarica il suo fattore di pagare gli operai, «incominciando dagli ultimi». Quelli delle cinque del pomeriggio ricevono un denaro. «Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più»: è un calcolo umanissimo, ma è un atto di presunzione, che dimentica quanto il padrone aveva pattuito con loro. Infatti: «Anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno».
Dio è un padrone che ha a cuore il bene delle persone: conosce il dramma di una vita senza senso, di chi si trova senza un ideale, una occupazione che offra motivo per impegnarsi.
La risposta che danno questi ultimi lavoratori al suo invito (“nessuno ci ha ingaggiati”) fa pensare a tanti, giovani e meno giovani, disoccupati, non solo o non tanto nel lavoro remunerato, quanto nel lavoro per costruire una vita solidale. Sono tanti i disoccupati in questo senso: sono quei giovani che, magari disillusi oppure soggiogati dal consumismo, si ripiegano su se stessi, allo stesso tempo vittime e responsabili di altrettanto degrado umano. Sono probabilmente così anche perché “nessuno li prende a giornata”.
Gesù vuole mostrare l’agire del Padre, la sua bontà, la sua magnanimità, la sua misericordia, qualità che superano il comune modo di pensare degli uomini. Lo superano davvero quanto il cielo dista dalla terra. Lavorare per il Signore, per il Vangelo, per la vita è già una grande ricompensa. Questa straordinaria bontà e misericordia crea mormorazione e scandalo.
Dio non fa ingiustizia a nessuno. È la larghezza della sua bontà che lo spinge a donare a tutti secondo il loro bisogno (la paga di una giornata, il necessario per una vita dignitosa). La giustizia di Dio non risiede in un astratto principio di equità, ma si misura sul bisogno dei suoi figli. Questa parabola ci spinge a considerare quale grande sapienza risieda nella via che il Signore ci indica. La ricompensa consiste nell’essere chiamati a lavorare per la vigna del Signore e nella consolazione che questa chiamata genera. Non importa in quale stagione della vita siamo stati presi a giornata nella vigna del padrone della vita.
Dall’altra parte ci siamo noi, operai della prima ora che non riescono a celare il disappunto. E anziché esprimere il dissenso in modo franco e leale, mormorano contro il padrone. Il contenuto della lamentela è ispirato alla logica perversa del confronto con gli altri: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi». Ciò che non riescono a sopportare, non è tanto la mancata corrispondenza tra lavoro compiuto e ricompensa, quanto l’uguaglianza del trattamento, il pensiero che altri venuti dopo siano stati oggetto della benevolenza del padrone: «Tu li hai fatti uguali a noi», dicono, letteralmente.
Il fatto di lavorare nella vigna del Signore non è da noi, lavoratori della prima ora, compreso come una fortuna, ma piuttosto come un dovere che a volte pesa (“noi abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”) e che deve avere un contraccambio, deve garantirci un privilegio. Non pensiamo all’angoscia che prova chi sta sulla strada senza nessuno che lo chiami, alla fatica, al vuoto interiore di chi attende di incontrare Dio fino alle cinque del pomeriggio, fino alla fine della sua vita. Piuttosto pensiamo che siano più fortunati di noi, che chi arriva al Signore alla fine della sua vita si è divertito e poi viene “premiato” come noi (pensiamo anche al fratello maggiore del figliol prodigo, incapace di condividere la gioia del Padre per aver riavuto un figlio che ormai credeva perduto, morto).
«Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te... Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». In questa domanda è racchiusa la matrice profonda dell’invidia, sentimento che consiste nell’avere un occhio cattivo verso l’altro, fino a non volerlo più vedere e a desiderarne la scomparsa. Quella che sembra una giusta rivendicazione sindacale viene smascherata dal padrone della vigna come invidia: l’invidia dell’uomo che si ritiene giusto e stigmatizza gli altri e Dio. Il suo unico arbitrio è la libertà di amare senza limite, gratuitamente e senza condizioni: e chi siamo noi per ostacolarlo?
Preghiamo piuttosto il Padre perché ci faccia comprendere “l’impagabile onore di lavorare nella sua vigna fin dal mattino” (colletta). Lungi dall’essere un dovere faticoso, è un privilegio e una gioia lavorare per il Signore, una fortuna immeritata della quale dovremo rendere conto, se non sapremo adeguatamente sfruttarla.
All’inizio di questo nuovo anno pastorale abbandoniamo allora ogni indugio nel rinnovare l’impegno per la comunità cristiana e per Dio: quello che oggi sembra essere un peso possa trasformarsi in gioia che contagia i troppi lavoratori rimasti disoccupati sulla strada in attesa di qualcuno che li inviti e li motivi a lavorare per il regno di Dio[1].

J. Ratzinger, Messa per l’elezione del Papa:
Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.
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[1] Così ha fatto Paolo (2° lettura) il quale, nonostante si trovi in carcere desideroso di porre fine alla sua testimonianza osteggiata, continua a incoraggiare le persone a lui affidate, le stimola, corregge, le pungola per superare stanchezze e limiti personali, sempre invitandole alla ricerca del Signore.

Alberto Maggi:
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/esegesi/AMaggi_1315991652.htm