domenica 7 agosto 2011

Giovanni 6, 51-58: GESU' PANE DI VITA

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». (...)

Ermes Ronchi:
Il senso della festa del Corpo e Sangue del Signore è riassunto nel brano del Vangelo da un termine continuamente ribadito: «vivere», ogni volta intrecciato ad un secondo termine: mangiare. Per ben sette volte Gesù ripete che mangiare la sua carne fa vivere.
Carne e sangue indicano non la fisiologia del suo corpo, ma la totalità della sua umanità: «Prendete come alimento, energia e luce, l'amore, il coraggio, la bellezza e la libertà che ho mostrato con la mia vita!».
Dio va fino all'estremo della sua incarnazione, fino alla materia, diventando nell'Eucaristia pane, pezzo di terra germinata.
Un Dio che si fa cellula del mio corpo, respiro, gesto, pensiero, si trasforma in me e mi trasforma in sé.

Alberto Maggi:
Nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni troviamo un lungo e intenso insegnamento sull’Eucaristia. Giovanni è l'unico evangelista che non riporta la narrazione della cena, ma è quello che, più degli altri, riflette sul profondo significato della stessa.
Quindi il capitolo 6 è un insegnamento, una catechesi alla comunità cristiana, sull’Eucaristia. Leggiamo il capitolo 6, dal versetto 51. “«Io sono»”, e Gesù rivendica la condizione divina, “«il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno»”.
Gesù garantisce che l’adesione a lui è ciò che permette all’uomo di avere una vita di una qualità tale che è indistruttibile. Questa è la vita eterna. Gesù, il figlio di Dio, si fa pane perché quanti lo accolgono e sono capaci di farsi pane per gli altri, diventino anch’essi figli di Dio. “«E il pane che io darò è la mia carne»” - Gesù adopera proprio il termine carne, che indica l’uomo nella sua debolezza, “«per la vita del mondo»”.
Quello che Gesù sta dicendo è molto importante: la vita di Dio non si da al di fuori della realtà umana. Non ci può essere comunicazione dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Quindi il dono di Dio passa attraverso la carne, dice Gesù. L’aspetto terreno, debole, della sua vita.
“Allora i Giudei”, con questo termine nel vangelo di Giovanni si indicano le autorità, “«si misero a discutere aspramente tra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»” Un Dio che, anziché pretendere lui i doni dagli uomini, si dona all’uomo fino ad arrivare a fondersi con lui, si fa alimento per lui. Questo è inaccettabile per le autorità religiose che basano tutto il loro potere sulla separazione tra Dio e gli uomini.
Gesù vuole evitare che l’adesione a lui sia un’adesione ideale, ma dev’essere concreta. Infatti dice: “«Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna»”. La vita eterna per Gesù non è un premio futuro per la buona condotta tenuta nel presente, ma una possibilità di una qualità di vita nel presente. Gesù non dice “avrà la vita eterna”. La vita eterna c’è già. Chi, come lui, fa della propria vita un dono d’amore per gli altri, ha una vita di una qualità tale che è indistruttibile.
“«E io lo risusciterò nell’ultimo giorno»”. L’ultimo giorno non è la fine dei tempi. L’ultimo giorno, nel vangelo di Giovanni, è il giorno della morte in cui Gesù, morendo, comunica il suo Spirito, cioè elemento di vita che concede, a chi lo accoglie, una vita indistruttibile.
Alla vita ricevuta da Dio corrisponde una vita comunicata ai fratelli. Questo è il significato dell’Eucaristia. E, come il Padre ha mandato il figlio ad essere manifestazione visibile di un amore senza limiti, così quanti accolgono Gesù sono chiamati a manifestare un amore incondizionato.

Luca 4,1-13: TENTAZIONI NEL DESERTO

(Mt 4,1-11; Mc1,12-13) I Domenica di Quaresima Anno C

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: -Non di solo pane vivrà l'uomo-». (...) Gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: -Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano- (...)». Gesù gli rispose: «È stato detto: -Non metterai alla prova il Signore Dio tuo-». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Ermes Ronchi:
• Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, sono le tentazioni dell'uomo di sempre. «Le grandi tentazioni non sono quelle di cui è preoccupato un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma quelle che vanno a demolire la fede» (O. Clément).
• C'è un crescendo nelle tre prove: vanno da me, agli altri, a Dio.
• La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che Gesù apre, spalanca. Né di pietre né di solo pane vive l'uomo. Siamo fatti per cose più grandi; il pane è buono, è nel Padre Nostro, è indispensabile, ma più importanti ancora sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. È l'invito a non accontentarsi, a non ridurre i nostri sogni a denaro. Non di solo pane vive l'uomo! Il pane è buono, il pane dà vita, ma più vita viene dalla Parola di Dio.
• Poi il tentatore alza la posta. Da me agli altri: io so come conquistare il potere! Tu ascoltami e ti darò il potere su tutto... È come se il diavolo dicesse a Gesù: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i posti chiave. Vuoi salvare il mondo con niente, con l'amore, addirittura con la croce? Sei un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in più? Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, autorità, spettacolo, allora ti seguiranno! Ma Gesù vuole liberare, non impossessarsi dell'uomo, lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male del mondo non sarà vinto da altro male, ma per una insurrezione dei cuori buoni e giusti. Il diavolo chiede ubbidienza e offre potere. Fa un commercio, un mercato con l'uomo. Esattamente il contrario di come agisce Dio, che non fa mercato dei suoi doni, ma offre per primo, dà in perdita, senza niente in cambio...
• L'ultimo gradino è una sfida aperta a Dio, demolisce la fede facendone l'imitazione: «Chiedi a Dio un miracolo». E ciò che sembra essere il massimo della fede, ne è invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di sé, fino alla sfida. Buttati verranno gli angeli. Gesù risponde «no»: «Io so che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Dio è già in me forza della mia forza». E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio è presente, è vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ciò che io chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve. Interviene, ma non con un volo di angeli, bensì con tanta forza quanta ne basta al primo passo.

Io:
• Gesù, inizia il suo cammino nel mondo (dopo il Battesimo è questo il primo atto e il primo luogo verso cui lo Spirito lo conduce) e a noi, iniziando un nuovo periodo quaresimale, mostra un'altra LOTTA SPIRITUALE che tutti, lui compreso, siamo chiamati continuamente a combattere: quella con NOI STESSI, con la nostra coscienza, con il Demonio che, continuamente, cerca di mettere dentro di noi tanti DUBBI su Dio, sulla sua bontà, sulla sua esistenza e cerca di DIVIDERCI da Lui e dagli altri.
• Le TENTAZIONI sono innanzitutto motivo di SCELTA. Una scelta di campo in cui decidere da che parte stare: con Dio o con il Diavolo, con il BENE o con il MALE, con la VITA o con la MORTE? Fosse così semplice la scelta, così chiari i confini tra le due parti, penso sarebbe semplice decidere da che parte stare.
• Solo che il diavolo non si presenta con le corna e con il mantello rosso, il male non si presenta con il suo carico di falsità e di morte. Tutt'altro: il diavolo cerca di nascondersi, di camuffarsi, di farci credere che non esiste. Il male a sua volta viene presentato come bene (immediato, di facile consumo, appetibile). E' subdolo, ingannatore, si nasconde e striscia come un SERPENTE.
• Abbiamo bisogno anche noi di lasciarci condurre nel DESERTO, in questi 40 giorni che ci preparano a celebrare in modo più pieno e consapevole, la Pasqua del nostro Signore, cioè l'evento centrale e fondamentale della nostra fede. 40 giorni sono un tempo simbolico che indica un cammino completo al termine del quale deve cambiare radicalmente la nostra vita, deve convertirsi a Dio (così abbiamo i 40 anni nel deserto del popolo d'Israele prima schiavo in Egitto, ma ancora non pronto a vivere libero nella Terra Promessa, i 40 giorni di Gesù nel deserto prima di iniziare la vita pubblica).
• Il deserto è il luogo (o la condizione) che ci costringe ad abbandonare le nostre MASCHERE (non solo quelle di carnevale, ma anche quelle che continuamente indossiamo per nasconderci o camuffarci, per sembrare migliori di quello che siamo, diversi) per riscoprire chi siamo realmente, cosa vogliamo, dove andiamo, in chi crediamo, per chi o cosa vale la pena spendere la nostra vita. Dobbiamo, per far questo, conoscere e misurarci con i nostri limiti e i nostri doni, con le nostre fragilità, paure, fughe. Dobbiamo fare la nostra SCELTA FONDAMENTALE: Dio o Diavolo? Bene o male? E per farla dobbiamo saper comprendere noi e gli altri, discernere il bene dal male. Per far questo dobbiamo ALLENARCI con gli STRUMENTI SPIRITUALI che il Signore ci ha affidato: la PAROLA DI DIO (ma attenzione: anche il Diavolo, e con Lui ogni fondamentalismo passato e presente, la conosce e ci mostra come si può manipolarla a piacimento), la PREGHIERA, la CARITA', il DIGIUNO.
• "Se tu sei il Cristo": il Diavolo cerca di istillare il dubbio. E le perplessità, le apparenti contraddizioni sono ben evidenti:
 perchè Dio non risolve in un batter d'occhio la fame nel mondo? (vedi la pietra da trasformare in pane)
 perchè Dio non obbliga al bene tutti gli uomini e non toglie con la sua potenza tanta corruzione? (vedi il mondo che il diavolo promette di mettere ai suoi piedi)
 Perchè il Signore non ci dà un segno grande e miracoloso per convincere tutti della sua onnipotenza? (vedi la proposta di gettarsi dal punto più alto del tempio per mostrare l'inequivocabile intervento degli angeli, tentazione che richiama quella della gente che, sotto la croce lo sbeffeggerà dicendo "Ha salvato gli altri, ora salvi sè stesso. Se Dio lo farà scendere dalla croce gli crederemo").
• A queste obiezioni risponde con l'obbedienza al Padre che è potente nell'amore (vedi, in allegato, l'intervento recente di Benedetto XVI su tale affermazione) e amare significa rispettare fino in fondo la LIBERTA' dell'altro, i tempi dell'altro, le scelte dell'altro. Dio ci spinge ad amare, ma non può/vuole obbligarci ad amare ( e di chi è la responsabilità della fame nel mondo? Di Dio o della nostra ingordigia? Non abbiamo forse cibo sufficiente per sfamare l'intera umanità? Ma non sprechiamo forse la parte destinata a chi muore di fame?). Così Dio ci spinge a credere in Lui, ad affidarci a Lui, ma non può/vuole obbligarci a credere (e non sarebbe un obbligarci quello di mostrarci segni inequivocabili della sua potenza e della sua presenza? Che libera adesione ci sarebbe?).
• Dobbiamo anche noi SCEGLIERE: Dio o le COSE MATERIALI? Dio o il POTERE? Dio o il SUCCESSO, la superstizione, la religione miracolistica?
• Gesù è il nuovo ADAMO (il vecchio era sconfitto nella tentazione) che ci insegna come vincere: mantenendo il proprio rapporto con Dio, fidandosi e affidandosi a Lui, pregando, amando, digiunando, facendo la volontà di Dio convinto che questa coincida con il nostro bene, con la nostra felicità. Gesù risponde vivendo da Messia POVERO (che non è preda della voglia di possedere), da Messia DISARMATO, NON VIOLENTO, MANSUETO (che non cede alla tentazione di dominare, di asservire, di servirsi degli altri: "sono venuto per servire e non per essere servito"), un Messia disposto a soffrire (che non vuol stupire, ma offre il suo amore fino in fondo e che ci mostra come solo l'amore è vincente, è eterno, è divino).
• Fondamentale è arrivare a definire, proclamare e testimoniare con la vita il nostro CREDO: comprendiamo così il ruolo e l'importanza del CREDO ISRAELITICO contenuto nella 1° lettura (che esprime la fede nel Dio liberatore) e il CREDO CRISTIANO contenuto nella lettera paolina scritta ai Romani (che esprime la fede nella Parola di Dio e in Gesù, vero uomo e vero Dio: Cristo Signore, resuscitato dai morti). E' una fede che ora siamo chiamati a rinnovare e che deve coinvolgere il CUORE (cioè la sede delle decisioni, della coscienza oltre che dei sentimenti) e la BOCCA (cioè deve essere testimoniata). Chiunque crede in Lui non sarà deluso: parola di Dio e dei tanti Santi che lo hanno conosciuto, seguito e testimoniato.

Luca 3,15-16.21-22: Giovanni Battista e il BATTESIMO DI GESU’

() Battesimo del Signore Anno C

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Ermes Ronchi:
• Al centro del brano non è posto il battesimo di Gesù, raccontato quasi come un inciso, ma l'aprirsi del cielo: «Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì». Come si apre una breccia nelle mura, come quando si aprono le braccia agli amici, all'amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza di Adamo, sotto l'assedio dei poveri e nessuno lo rinchiuderà più.
• Ma anche l'aprirsi del cielo è secondario: scese su di Lui lo Spirito Santo. Spirito è parola che dice vita, dal primo respiro di Dio che accese la fiamma misteriosa della vita nel petalo di argilla che è Adamo, da prima ancora quando «aleggiava sulle acque», covando l'origine della vita. Santo significa sostanzialmente di Dio. «Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Alito che rianima la fiamma smorta, respiro profondo dell'essere, soffio di primavere.
• E poi fu una voce: «Tu sei il mio figlio amato». Il brano è come una miniatura di tutto il Vangelo e ne racconta alcune delle verità più alte. Racconta la Trinità per simboli: una voce, un figlio, una colomba; racconta Gesù: il Figlio che si fa fratello, che si immerge solidale nel fiume dell'umanità; racconta l'uomo: un fratello che diventa figlio. E parla di me: il cielo che si apre, lo Spirito e la Voce sono accaduti, sono scesi anche sul mio battesimo: vita di Dio in me, dilatazione del cuore, incarnazione che non si arresta, io amato come Gesù, Dio che preferisce ciascuno, ognuno figlio prediletto.
• Nella Bibbia figlio è un termine tecnico, dal significato preciso: figlio è il somigliante al padre, colui che compie le stesse sue azioni, che prolunga nella sua vita la vita del padre. Allora ti prende come un desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che è detto di Gesù: «Passò nel mondo facendo del bene e guarendo ogni male». Sintesi ultima, essenziale, struggente, bellissima della vicenda di Gesù, ma anche di ognuna delle nostre vite. Passare nel mondo facendo del bene, splendendo per un istante anche se nessuno guarderà il tuo lucente sguardo. Anche un solo gesto così rende più grande l'universo.

Matteo 11, 25-30: IL GIOGO e IL RISTORO

XIV Domenica Tempo Ordinario - Anno A

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Ermes Ronchi:
«Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Gesù non viene, con obblighi e divieti; viene recando una coppa colma di pace. Gesù non porta precetti nuovi, ma una promessa: il regno di Dio è iniziato, ed è pace e gioia nello Spirito (Rm 14, 17). E se ti lasci riempire dalla pace del signore, «attraverso il riposo e la pace del vostro cuore, poi a decine, a migliaia attorno a voi saranno confortati, troveranno ristoro» (A. Louf).
«Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Imparate dal mio cuore. Cristo si impara imparandone il cuore, cioè il modo di amare. E la scuola è la vita di Gesù, quest'uomo senza poteri, libero come il vento, leggero come la luce, dignitoso e alto, che nulla e nessuno ha mai potuto piegare. Imparate dal mio modo di amare: umile, senza arroganza, e mite, senza violenza. Ristoro dell'esistenza di ciascuno è un così, amore umile e mite, una creatura in pace, che diffonde un senso di serenità nell'arsura del vivere. E la nostra vita si rinfranca accanto alla sua. Inizia, allora, il discepolato del cuore, per tutti, bambini e anziani, donne e uomini, preti e religiosi, per noi che ci sentiamo intelligenti, ma che corriamo il rischio di restare degli analfabeti del cuore. Funzionari delle regole e analfabeti del cuore. Perché Dio non è un concetto, non è una regola, non si riduce ad un sapere: Dio è il cuore dolce e forte della vita. Dice Gesù: «Prendete su di voi il mio giogo. Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero».
Nel linguaggio della Bibbia «giogo» indica la legge: «Prendete su di voi la mia legge». Prendete su di voi l'amore, è un re leggero, è un tiranno amabile, che neanche per un istante ferisce il cuore, non colpisce ciò che è al cuore dell'uomo, ma è instancabile nel generare, partorire, curare, confortare, dare ristoro. Non è uno fra i tanti maestri, è «il» maestro di una vita piena, con dentro il gusto e il calore di Dio.

Alberto Maggi
«Ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»”.
Chiariamo subito che Gesù non prende posizione contro il sapere, contro la cultura, tutt’altro. I sapienti e i dotti sono i dottori della legge, il magistero ufficiale di Israele, quelli che già hanno condannato Gesù come bestemmiatore. Perché Gesù dice che il Padre a loro ha nascosto queste cose? Perché il Dio-amore è nascosto ai cultori della legge.
Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone, in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore, un Dio che crea l’uomo e ama e difende la sua creatura. Quindi il criterio di interpretazione della scrittura, della Bibbia e della parola di Dio, deve essere il bene dell’uomo. Chi invece ne fa una dottrina, una legge, nella quale l’osservanza di comandamenti, di precetti, è più importante del bene dell’uomo, ebbene queste persone rischiano di avere come un velo davanti agli occhi che impedisce loro di scoprire il disegno d’amore di Dio sull’umanità.
“«E le hai rivelate ai piccoli»”. Il termine indica i semplici, cioè le persone che non hanno difficoltà ad accogliere un Dio-amore perché è di questo che hanno bisogno. “«Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza»”. Quindi Dio ha deciso che il criterio per conoscerlo è l’amore, non la legge, non la dottrina.
“«Venite a me voi tutti»”, Gesù invita tutti quanti, “«che siete stanchi e oppressi»”. Stanchi e oppressi per quale motivo? Per via del carico della legge, che non gliela fanno ad osservare tutte queste regole, tutte queste dottrine, tutte queste imposizioni. E questo li stanca, li opprime perché l’osservanza di tutte queste regole, che non riescono praticare, li fa sentire sempre in colpa, sempre in debito nei confronti del Signore.
Ed ecco l’annunzio di Gesù: “«E io vi darò ristoro»”. Il verbo adoperato dall’evangelista “dare ristoro” significa “far riposare, far cessare la fatica”, cioè recuperare il fiato. E’ Gesù che dice “Io sarò il vostro respiro”. Quindi quanti sono oppressi da un rapporto con Dio che non riescono a portare avanti per via delle troppe leggi e regole, Gesù dice “accogliete me, io sarò il vostro respiro. Io sarò quello che vi darà fiato”.
E infatti Gesù continua: “«Prendete il mio giogo»”. Il giogo, lo sappiamo, è l’attrezzo che si metteva sopra agli animali per dirigerli nel lavoro. Ebbene, l’osservanza della legge divina era chiamata “giogo”. Era una legge impossibile da osservare. Anche Pietro negli Atti degli Apostoli, quando vogliono imporre queste leggi anche ai pagani, Pietro dice: “Perché continuate a tentare Dio volendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare?”
Allora Gesù dice: “«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore»”. Gesù qui non sta dicendo di imitare le qualità del suo carattere – una cosa impossibile avere il carattere e le qualità di Gesù. La mitezza e l’umiltà di Gesù non si riferiscono al carattere, alla qualità di una persona, ma alla condizione sociale.
Nella beatitudine “beati i miti”, essi erano i diseredati, gli ultimi della società, e gli umili, in greco tapinos, sono coloro che sono insignificanti. Gesù ha fatto una scelta: s’è messo a fianco degli ultimi, degli invisibili, delle persone insignificanti. Quindi questo si può fare. E cosa significa? Non escludete nessuno dal raggio d’azione del vostro amore.
Non cercate le persone importanti, quelle ai primi posti, ma mettetevi a fianco degli ultimi, perché è lì che sono io. Quindi, “«imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita»”. Quindi Gesù ci invita a orientare la nostra vita al servizio degli altri e in questo c’è il respiro, quello che dà animo e forza all’esistenza del credente.
E Gesù conclude rinnovando l’invito. “«Il mio giogo»”, quindi non il giogo della legge, ma il suo giogo, e il giogo di Gesù sono le beatitudini, cioè un invito a tutto quello che concorre alla piena felicità dell’uomo. “«Il mio giogo infatti è dolce»”, letteralmente “buono”, “«e il mio peso leggero»”. Ed è un peso leggero perché non ci sono regole da osservare, ma un amore da accogliere.
Non una dottrina da accettare nella propria esistenza, ma un Gesù che chiede di essere accolto per fondersi con l’uomo, dandogli la sua stessa capacità d’amore.

Matteo 13,1-23: IL SEMINATORE

XV Domenica Tempo Ordinario-Anno A

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla (...). Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno (...)».

Ermes Ronchi:
Gesù guarda un seminatore e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio: un Dio contadino che diffonde i suoi germi di vita a piene mani, fecondatore infaticabile delle nostre vite, ostinato nella fiducia, un Dio seminatore: mano che si apre, inizi che fioriscono, primavera.
Ma quante volte ho fermato il miracolo! Io che sono strada, via calpestata, campo di pietre e sassi, io che coltivo spine nel cuore ...
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Il primo errore lo compio quando sono strada, uno che non si ferma mai. La parola di Dio chiede un minuto di sosta, un minuto di passione: chi corre sempre è derubato di senso, derubato della fame di infinito che costituisce la nostra dignità.
Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra... Il secondo errore è il cuore poco profondo, un cuore che non conserva, non custodisce, non medita. Così fa il cristiano adolescente che è in me, che si accontenta di sensazioni e non approfondisce.
Un'altra parte cadde sui rovi e i rovi crebbero e la soffocarono. Il terzo errore è l'ansia delle ricchezze e del benessere; e poi la spina del quotidiano, dovuta alla fatica di conciliare lavoro e famiglia, di resistere allo sconforto, alla solitudine, all'insicurezza per il domani... Spina che soffoca la fiducia e ti fa credere che in te non ci sia spazio per far germogliare un seme divino, un sogno grande.
Ma il centro della parabola non è negli errori dell'uomo, il protagonista è un Dio generoso, che non priva nessuno dei suoi doni. Nasce allora la gioia e la fiducia che per quanto io sia arido, spento, sterile, Dio continua a seminare in me, senza sosta. Contro tutti i rovi e le spine, contro tutti i sassi e le strade, vede una terra capace di accogliere e fiorire, dove il piccolo germoglio alla fine vincerà. Mi commuove questo Dio che in me ha seminato così tanto per tirar su così poco. Lui sa che per tre volte, dice la parabola, per infinite volte, dice la mia esperienza, non rispondo, poi però una volta rispondo, ed è il trenta, il sessanta, forse il cento per uno. Amo questo Dio contadino, pieno di fiducia nella forza del seme e nella bontà del pugno di terra che sono io, al tempo stesso campo di spine e terra capace di far fiorire i semi di Dio.

Alberto Maggi:
La parabola de seminatore che troviamo nel capitolo 13 del vangelo di Matteo non vuole essere tanto un invito a esaminare se stessi, quanto un incoraggiamento ai discepoli ad annunziare il vangelo. Se in tre terreni si fallisce, nel quarto il frutto abbondante ripaga di tutte le perdite. Perché? Gesù confida nella potenza della parola creatrice.
La sua parola contiene in sé un’energia, una potenza creatrice che, quando viene accolta, libera tutta quanta la sua potenza. Gesù esprime questo in parabole.

Luca 2,41-52: GESU’ TRA I DOTTORI

() Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe - Anno C

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. (...)

Ermes Ronchi:
• Luca racconta due pellegrinaggi: quello verso il tempio di Gerusalemme e quello verso la casa di Nazaret. Sono i due poli dentro i quali dovrebbe battere il cuore di ogni famiglia, di ogni credente: le cose di Dio e le persone che ci sono affidate. Insieme vanno a Gerusalemme, insieme ritornano a Nazaret, insieme cercano il figlio. Insieme. Questo gesto sempre più raro nelle famiglie, vocazione da imparare sempre di nuovo. «Tuo padre e io angosciati ti cercavamo», dice Maria.
• «Delle cose di mio Padre mi devo occupare», risponde Gesù. I genitori pensano di aver ritrovato il figlio e lui dichiara di essere figlio di un Altro. Passaggio di paternità, dalla casa di Nazaret alla casa del mondo, e oltre. Il Vangelo apre dimensioni insospettate del vivere, varca soglie, è una finestra di luce, è offerta di altra alleanza, dove tutti sono fratelli e la mia famiglia è l'intera famiglia umana.
• Famiglia santa quella di Nazaret eppure non le è risparmiata l'angoscia: «Angosciati ti cercavamo». Dialogo pacato, senza risentimenti, senza accuse, che sa interrogare e ascoltare. Famiglia santa, eppure figlio e genitori non si capiscono; Maria e Giuseppe sono profeti, visitati da angeli e visioni, eppure non comprendono ciò che accade nella loro stessa casa. Da questa famiglia santa eppure imperfetta, santa e limitata, scende come una benedizione, una consolazione, un conforto per tutte le nostre famiglie con tutti i loro limiti. Neppure la migliore delle famiglie è esente dall'incomprensione e dalla crisi.
• «Ma essi non compresero le sue parole». Come tutti i figli adolescenti, Gesù afferma la propria autonomia. Maria e Giuseppe come tanti, come tutti i genitori, sentono che alla fine i figli non sono nostri, appartengono a Dio, al mondo, alla loro missione, ai loro amori, alla loro vocazione, ai loro sogni, persino ai loro limiti.
• «Perché ci hai fatto così?». C'è un dolore che pesa sul cuore, eppure i tre si accettano di nuovo: «Gesù scese con loro, venne a Nazaret e stava loro sottomesso». L'incomprensione non ferma tutto, ci si rimette in cammino anche se non tutto è chiaro, anche se non ho tutto capito. Si cammina anche nella sofferenza, meditando, conservando, proteggendo nel cuore, come santa Maria, gesti e dolori, parole e domande, con un atto di fede negli altri, finché un giorno si dipani il filo d'oro che tutto illuminerà e legherà.

Luca 2,15-20: VISITA DEI PASTORI

Maria, madre di Dio A

Io:
- Sono tanti i motivi per cui siamo qui a solennizzare questo giorno speciale: vogliamo fare festa e affidarci all’intercessione di MARIA riconosciuta come Madre di Dio e dunque madre nostra; vogliamo INIZIARE il nuovo anno con la benedizione di Dio perché ci sia accanto come guida e sostegno; vogliamo chiudere l’OTTAVARIO di Natale, cioè gli otto giorni solenni in cui la Chiesa ci invita a focalizzare il nostro sguardo su Gesù che si è fatto uomo in mezzo a noi e vogliamo implorare la PACE in questa giornata mondiale della Pace.
- Sono dunque tanti e tutti importanti i motivi per cui siamo qui riuniti come una sola famiglia e dispiace vivere questo giorno solenne senza tanti nostri fratelli e sorelle che sono forse troppo intronati dalla festa della notte scorsa.
- Questa notte abbiamo salutato il vecchio anno e scambiato gli auguri per quello che inizia. E quale AUGURIO migliore di quello di richiedere e ricevere la BENEDIZIONE del Signore?
- Così la 1L ci presenta Mosè che indica ai sacerdoti la formula di benedizione del popolo scelto e amato da Dio: “Ti benedica il Signore e ti custodisca…”.
- La benedizione ha come conclusione e come vetta la PACE donata dal Signore. La PACE che non è solo ASSENZA di contese e litigi, ma PRESENZA di Dio che dona la PACE , la SHALOM , cioè la comunione, la felicità, il sentirsi amati e capaci di amare.
- Questa PACE che è dono di Dio ha assunto per noi un volto, una concretezza in GESU’ Cristo, Figlio di Dio nato da una donna, nato nella pienezza dei tempi.
- E’ lui la massima BENEDIZIONE di Dio che, per realizzare quella promessa di protezione e di pace invia il FIGLIO stesso.
- Egli è vero uomo, perché nato da donna, come testimoniano i pastori, i poveri prescelti da Dio come testimoni e come annunciatori, ma anche vero Dio, perché generato attraverso il seme divino, per opera dello Spirito Santo che trova in Maria il grembo accogliente, una persona capace concretamente di far spazio a Dio, tanto da offrirgli il suo stesso corpo, lasciando che questa presenza CUSTODITA MEDITANDOLA nel suo cuore rivoluzionasse la sua vita, lei semplice ragazzina destinata ad una vita semplice in un paese sconosciuto.
- MARIA è dunque l’anello di congiunzione che permette a Dio (che tutto può, ma nulla fa senza la nostra collaborazione) di abitare e trasformare il nostro mondo, di far conoscere il suo volto, un volto di comunione, di amore e di renderci pienamente parte della sua divinità in quanto EREDI di Dio.
- “E che voi siete figli di Dio- scrive ancora S.Paolo- lo prova il fatto che Dio mandò nei vostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà”, cioè Papà: ci permette di riconoscere Dio come Padre e Maria come Madre.
- Sono IMMAGINI che cercano di mostrare la NATURA di Dio attraverso un ruolo che sperimentiamo come ruolo di donazione e di amore gratuito, immagini che ci ricordano come TUTTI noi siamo parte della stessa FAMIGLIA: abbiamo lo stesso Padre e la stessa Madre e dunque siamo tra noi FRATELLI e SORELLE.
- Quale dimensione migliore per parlare e per agire in favore della PACE? Come possono esserci dei NEMICI, dei concorrenti se siamo tutti parenti stretti?
- E’ ovvio che è una realtà che và realizzata secondo il principio del GIA’, MA NON ANCORA (o dell’invocazione più volte sottolineata di DIVENTARE CIO’ CHE SIAMO).
- Cosa possiamo fare noi? Più volte ho verificato come il male sia contagioso: parte dalla contesa di due o più persone, dalla gelosia, dall’invidia…e si trasforma in gesti e parole che scatenano la nostra opposizione di fronte a quelle persone. Quel male si moltiplica, si propaga, si amplia come una valanga. Così, anche se in modo meno evidente, anche il bene è contagioso: sentirsi amati ci spinge ad amare a nostra volta e non solo la persona che ci ama, ma anche tutte quelle con cui veniamo in contatto. Si diventa positivi, ottimisti, sorridenti: si comunica gioia di vita che contagia e spinge anche coloro che vengono a contatto con noi a fare ugualmente.
- Questo per dire come la PACE abbia bisogno del nostro contributo. Il male assoluto in cui il mondo sembrava avvolto ha trovato una risposta potente in Gesù Cristo che ha amato senza riserve, fino a dare la sua stessa vita anche per coloro che l’hanno messo a morte. Al male ha risposto con il bene e ha dato vita ad una storia segnata, ma non più dominata dal male. Una storia abitata da Dio che continua ad amarci e a darci motivo per fare come lui: rispondere al male con il bene, col perdono piuttosto che con la vendetta.
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don Tonino Bello
• Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L'importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest'anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle. E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

A. Maggi:
Pastori: quelli che la religione considera i più lontani da Dio, in realtà per Gesù, per il vangelo, sono i più vicini a Dio. I pastori erano considerati una categoria di gente lontana da Dio perché viveva in uno stato continuo di impurità, di furti. Erano selvatici come le bestie che accudivano. Quindi i pastori erano nella lista degli individui che il messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto eliminare in quanto peccatori.
Ebbene quando Dio si incontra con i peccatori smentisce quello che la religione ha insegnato. Non li rimprovera, non li punisce, non li incenerisce nel fuoco della sua ira, ma li avvolge del suo amore. Infatti i pastori vengono avvolti dalla luce del Signore.
Quindi loro annunciano questo: per essi è nato un salvatore, colui che li viene a salvare. C’è qualcosa di nuovo, qualcosa di inaudito in quello che viene detto. E’ lo scandalo della misericordia che sarà il filo conduttore di tutto il vangelo di Luca.
Gesù con la sua misericordia scandalizzerà tutti quanti, specialmente le persone pie, quelle che pensano che l’amore di Dio vada meritato e non hanno sperimentato come i pastori l’amore come regalo anziché come premio.
Maria: anche se tutti si stupiscono di questa novità c’è Maria, la madre di Gesù, che “da parte sua custodiva tutte queste cose”, non meditandole come qui è stato tradotto, ma il verbo significa “esaminare, interpretare, cercare il vero senso”. Quindi anche Maria è stupita, è sconcertata di fronte a questa novità, ma lei non la rifiuta.
Cerca di capire il vero senso. E’ questo atteggiamento di Maria che non si chiude al nuovo, anzi si apre e cerca di capirlo, che la porterà da madre di Gesù a diventarne poi la discepola (lei, madre del suo creatore).
“I pastori si se ne tornarono glorificando e lodando Dio”. L’amore rende intimi al Signore. E’ cambiata l’immagine di Dio, è cambiata la situazione dei pastori. Non c’è nessuna persona al mondo che, per la sua condizione, si possa sentire esclusa o emarginata dall’amore di Dio.
Quindi i pastori se ne tornano lodando e glorificando Dio esattamente come gli esseri più vicini a Dio.