giovedì 27 ottobre 2011

Matteo 23, 1-12: contro chi dice, ma non fa

XXXII domenica tempo ordinario - Anno A

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno (...) Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste (...) Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Gesù mette in evidenza tre tentazioni-vizi:
1- ipocrisia ("dicono e non fanno")
2- vanità ("le loro opere le fanno per essere ammirati")
3- potere (amano i posti d'onore e i primi seggi")

Ermes Ronchi: Il più grande è chi ama di più
Il Vangelo evidenzia due questioni di fondo, che chiunque desideri una vita autentica deve affrontare. La prima: essere o apparire. La seconda: l'amore per il potere. Praticate ciò che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. La severità di Gesù non va contro la debolezza di chi vorrebbe ma non ce la fa, bensì contro l'ipocrisia di chi fa finta. Verso la nostra debolezza Gesù si è sempre mostrato premuroso, come il vasaio che, se il vaso non è riuscito bene, non butta via l'argilla, ma la rimette sul tornio e la plasma di nuovo, fino a che realizza il suo progetto. Gesù non sopporta gli ipocriti. Ipocrita (termine greco che significa "attore di teatro") è il moralista che invoca leggi sempre più dure, ma per gli altri (legano pesi enormi sulle spalle delle persone, ma loro non li toccano con un dito); ipocrita è l'uomo di Chiesa che più si mostra severo e duro con gli altri, più si sente giusto, vicino a Dio (mentre è vicino solo alla propria aggressività o invidia verso i fratelli). Paolo oggi dice: «Avrei voluto darvi la mia vita». L'ipocrita dice: «Vi ho dato la legge, sono a posto». L'ipocrita non si accontenta di essere peccatore, vuole apparire buono. E con la sua falsa virtù fa sì che gli uomini non si fidino più neanche della virtù autentica. Gesù poi stigmatizza un secondo errore che rovina la vita: l'amore del potere. Non fatevi chiamare maestro, dottore, padre, come se foste superiori agli altri. Voi siete tutti fratelli. E già questo è un primo grande capovolgimento: tutti fratelli, nessuno superiore agli altri, relazione paritaria e affettuosa. Ma a Gesù questo non basta, e opera un ulteriore capovolgimento: il più grande tra voi è colui che serve. Il più grande è chi ama di più. Il mondo ha bisogno d'amore e non di ricchezza per fiorire. E allora il più grande del nostro mondo sarà forse una mamma sconosciuta, che lavora e ama nel segreto della sua casa, o nelle foreste d'Africa, o uno di voi che legge, o colui o colei che vi è vicino. Gesù rovescia la nostra idea di grandezza, ne prende la radice e la capovolge al sole e all'aria e dice: tu sei grande quanto è grande il tuo cuore. Siete grandi quando sapete amare, quando sapete farlo con lo stile di Gesù, traducendo l'amore nella divina follia del servizio: sono venuto per servire non per essere servito. È l'assoluta novità di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, è Lui ai piedi di tutti. Dio è il grande servitore, non il padrone. Lui io servirò, perché Lui si è fatto mio servitore. Servizio: nome nuovo, nome segreto della civiltà.

giovedì 20 ottobre 2011

Mt 22,34-40: IL PIU' GRANDE COMANDAMENTO

XXX domenica del tempo ordinario/A

Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Ermes Ronchi: Qual è il grande comandamento? Gesù risponde indicando qualcosa che sta al centro dell'uomo: tu amerai. Lui sa che la creatura ha bisogno di molto amore per vivere bene. E offre il suo Vangelo come via per la pienezza e la felicità di questa vita. Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l'unica misura dell'amore è amare senza misura. Ama Dio con tutto il cuore: totalità non significa esclusività. Ama Dio senza mezze misure, e vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare i tuoi familiari, gli amici, te stesso. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica. Ama con tutta la mente. L'amore rende intelligenti, fa capire prima, andare più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L'amore rende forti, capaci di affrontare qualsiasi ostacolo e fatica. Da dove cominciare? Dal lasciarsi amare da Lui, che entra, dilata, allarga le pareti di questo piccolo vaso che sono io. Noi siamo degli amati che diventano amanti. Domandano a Gesù qual è il comandamento grande e Lui invece di un comandamento ne elenca due: amerai Dio, amerai il prossimo. Gesù non aggiunge nulla di nuovo: il primo e il secondo comandamento sono già scritti nella Bibbia. Eppure dirà che il suo è un comando nuovo. Dove sta la novità? Sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l'unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l'uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Questa è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio. Il volto dell'altro è da leggere come un libro sacro, la sua parola da ascoltare come parola santa, il suo grido da fare tuo come fosse parola di Dio. «Sul tuo corpo volteggiano angeli / come intorno a una chiesa /... e di Lui sono i tuoi occhi» (Turoldo). Amerai il tuo prossimo come ami te stesso. È quasi un terzo comandamento sempre dimenticato: «ama te stesso», perché sei come un prodigio, porti l'impronta della mano di Dio. Se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine. Se per te desideri pace e perdono, questo tu offrirai all'altro. Se per te desideri giustizia e rispetto, tu per primo li darai. Ma perché amare, amare con tutto me stesso? Perché portare il cuore a queste vertigini? Perché dare e ricevere amore è ciò su cui posa la beatitudine della vita. Perché Dio-amore è l'energia fondamentale del cosmo, e amando partecipi di questa energia: quando ami, è il Totalmente Altro che viene perché la storia sia totalmente altra da quello che è.

VEDI ANCHE: http://liberstef.myblog.it/archive/2008/10/24/materiale-liturgico-per-omelia-e-catechesi-xxx-dom-t-o-a-26.html

giovedì 13 ottobre 2011

Mt 22,15,21: DATE A CESARE...E A DIO

XXIX TEMPO ORDINARIO/A

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».



Io: NOI, TRA DIO E CESARE

Due, credo, sono i principali temi che possiamo cogliere nelle letture di questa domenica: il rapporto con il potere (e tra potere politico e Dio) e il bisogno di collaborare col progetto di Dio. Due dimensione che, come spesso accade, sono strettamente intrecciate tra loro.
La prima dimensione si coglie chiaramente dal Vangelo dove i “potenti” del popolo ebraico non ne possono più delle provocazioni e dello scompiglio causato da Gesù e si incontrano per cercare di metterlo in seria difficoltà: si alleano con i fedeli di Erode (non molto ben visti dai farisei, puri, ma anche neutri nel rapporto con i dominatori romani) e escogitano un tranello molto insidioso: è giusto pagare le tasse a Roma? A un popolo dominatore che attenta alla libertà (anche religiosa) degli ebrei? E’ un bivio stretto: da una parte il si che renderebbe meno popolare Gesù, facilmente accusabile di connivenza con i romani, dall’altra il no che lo porrebbe come un chiaro rivoluzionario, amico degli zeloti, accusabile di fronte alla legge di Roma.

Gesù sa cogliere bene il tranello nascosto dietro le parole di falsa adulazione e risponde: “ipocriti” e stolti: tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio (“date a Dio ciò che è di Dio”), ma che non esclude il dovere di contribuire con le tasse a chi è chiamato a gestire il bene pubblico.

Da questo discorso possiamo trarre importanti conseguenze ancora ben attuali:

- la vita è di Dio: nessun potere politico può arrogarsi il diritto di decidere di toglierla o impedire di esprimere le personali convinzioni religiose. Tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio e lo Stato non può pretendere ciò che appartiene a Dio. Se lo facesse si dovrebbe resistergli.

- Ma non ci sono scuse valide per evadere le tasse, per non contribuire alla ricerca del bene comune, per quanto ci possano essere dubbi sul modo di ricercare tale bene da parte dei politici di turno.

- Gesù implicitamente riconosce che debba esistere una società civile autonoma, un’autorità che debba provvedere alle esigenze del bene comune. Anzi, il cristiano, per quanto non si debba sentire DI questo mondo, è consapevole di vivere IN questo mondo e che debba collaborare per trasformare fin d’ora questo mondo nel Regno di Dio annunziato e inaugurato da Gesù Cristo. Il cristiano è dunque invitato ad assumersi la propria responsabilità come cittadino per la costruzione di una società migliore. Per quanto amareggiato non può rifiutare la politica in toto, ma anzi dovrebbe impegnarsi per trasformarla a partire dal quartiere, dalla scuola, dal sindacato, dal volontariato, dall’amministrazione locale, fino al vero e proprio impegno politico in senso stretto.

- “Gesù non presenta un “programma politico”, piuttosto invita gli uomini (dunque ciascuno di noi) alla conversione, al pentimento, alla giustizia, all’umiltà del cuore, alla carità, al servizio degli altri, specialmente dei poveri” (G.De Rosa)

« Rendete a Dio quello che è di Dio » . Ma che cosa gli appartie­ne? « La terra, l’universo e tutti i viventi » (salmo 24,1); «io appar­tengo al Signore» ( Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la lo­ro coscienza, non può impa­dronirsi della loro libertà. A Ce­sare non spetta il cuore, la men­te, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a o­gni tentazione di possesso, ri­peti a Cesare: Io non ti appar­tengo.

La prima lettura aggiunge altri elementi: il progetto di Dio non si realizza nella storia in maniera magica (o per mezzo di un dio burattinaio che muove le persone come fossero burattini): è grazie a persone che se ne fanno carico o che, in quanto uomini di “buona volontà” (cioè capaci di seguire una retta coscienza) gli permettono inconsapevolmente di agire: Dio tutto può, ma nulla fa contro la volontà umana. Così il profeta Isaia può far parlare Dio di Ciro (re persiano e dunque pagano, il quale dopo il lungo e duro periodo di esilio imposto dai babilonesi permetterà al popolo ebraico di tornare alle loro terre) come di un suo strumento di cui si serve per portare a compimento i suoi progetti di bene nei confronti del popolo. Ci ricorda così come il Regno si realizza sia per mezzo di attivi e consapevoli collaboratori, sia in maniera più misteriosa, insinuandosi tra le pieghe della storia e mostrando come quando l’autorità politica (indipendentemente dalle convinzioni religiose delle persone che la rappresentano) si mette al servizio dei popoli e agisce aiutando i più deboli, diventa strumento di Dio.

Paolo infine, nella seconda lettura, ci permette di ricordare che oggi siamo invitati in modo particolare a pregare e sensibilizzarci nei confronti della dimensione missionaria della Chiesa, lui che, da grande missionario, ha agito (non da solo, ma con stretti collaboratori) costruendo rapporti di solidarietà con le nuove Chiese che veniva a formare.

- Ci ricorda dunque il dovere di non isolarci nei confronti del mondo e in particolare nei confronti delle Chiese presenti nel terzo mondo, da considerare come sorelle giovani.

- Ci ricorda il dovere di sostenere, nella preghiera e concretamente, coloro che, in prima linea (missionari religiosi o laici), sono presenti in questi paesi per edificare comunità mature nella fede e nella carità.

- Ci ricorda inoltre, insieme a quanto detto per le altre letture, il dovere di impegnarci per costruire ad ogni livello un mondo più equo, più giusto, più solidale.

- Ed infine ci ricorda che, come per Paolo, è un dovere per ciascuno di noi annunciare il Vangelo: un annuncio fatto di parole, ma soprattutto di testimonianza concreta attraverso scelte di vita coerenti, dettate dall’amore.

Il cristiano «sta nel mondo senza essere del mondo» (Gv 17,11-16), abita con piena lealtà la città degli uomini, ma la sua vera cittadinanza è nei cieli. È quanto si legge in uno splendido scritto delle origini cristiane: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Abitando città greche o barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera».

Alberto Maggi: http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/esegesi/AMaggi_1318447159.htm

giovedì 6 ottobre 2011

Matteo 22, 1-14: LA FESTA DI NOZZE E GLI INVITATI

XXVIII Domenica Tempo ordinario - Anno A

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [...] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Io

Ermes Ronchi:
È bello questo nostro Dio che quando è rifiutato, anziché abbassare le attese le alza: chiamate tutti! Che apre, allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati: tutti quelli che troverete, cattivi o buoni, fateli entrare. Notate: prima i cattivi e poi i buoni... Noi non siamo chiamati perché siamo buoni e ce lo meritiamo, ma perché diventiamo buoni, lasciandoci incontrare e incantare da una proposta di vita bella, buona e felice da parte di Dio.
L'abito nuziale che un commensale non indossa ed è gettato fuori. A capire che cosa rappresenti quell'abito ci aiuta una parola sussurrataci il giorno del Battesimo quando, ponendo sopra di noi una piccola veste bianca, il sacerdote ha detto: «Bambino mio adesso rivestiti di Cristo!». Il nostro abito è Cristo! Passare la vita a rivestirci di Cristo, a fare nostri i suoi gesti, le sue parole, il suo sguardo, le sue mani, i suoi sentimenti; a preferire coloro che egli preferiva. L'abito nuziale è quello della Donna dell'Apocalisse: vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di stelle, che indossa il guardaroba di Dio, l'abito da festa del creato, che è la luce, il primo di tutti i simboli di Dio. In quella Donna è ciascuno di noi, cercatore di luce che venga a vincere le paure e le ombre che invecchiano il cuore. La parabola ci aiuta a non sbagliarci su Dio. Noi lo pensiamo come un Re che ci chiama a servirlo e invece è Lui che ci serve. Lo temiamo come il Dio dei sacrifici ed è il Dio cui sta a cuore la gioia; uno che ci impone di fare delle cose per lui e invece ci chiede di lasciargli fare cose grandi per noi. Lo pensiamo lontano, separato, e invece è dentro la sala della vita, la sala del mondo, come una promessa di felicità, una scala di luce posata sul cuore e che sale verso Dio.

giovedì 29 settembre 2011

Mt 21,33-43: I VIGNAIOLI OMICIDI

XXVII del T.O/A

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

IO:
Ancora una PARABOLA e ancora una volta sul tema della VIGNA, immagine cara alla Scrittura: sempre rivolgendosi ai capi del popolo di Israele ha loro raccontato domenica scorsa la parabola dei 2 figli un po’ restii a collaborare per lavorare nella vigna e 2 domeniche fa ci ha presentato la parabola dei braccianti che, presi a giornata, ricevono la stessa paga indipendentemente dalle ore di lavoro fatto.
Ci mostra in tutte e tre i racconti l’amore di Dio che ha cura della sua vigna e la risposta molto fredda, fatta spesso di mormorazioni e critiche, dei contadini che, nel brano odierno, arrivano al rifiuto completo e violento, persino omicida, del padrone e del figlio.

Gesù si rivolge a chi ha il compito di custodire la vigna, ai capi del popolo, ma si rivolge oggi anche a noi per aiutarci a comprendere un messaggio importante per la nostra vita. Quale?

- Innanzitutto ci ricorda l’AMORE di DIO per ciascuno di noi, parte della sua VIGNA e lo fa descrivendo la CURA che ha per la sua vigna, pianta che richiede particolari attenzioni: la protegge con una siepe, vi scava una buca per mettervi il torchio (e così spremere l’uva e produrre vino), vi costruì una torre, posto di avvistamento e di riparo per chi lavora nella vigna. Isaia arricchisce queste immagini con un cantico d’amore appassionato tra Dio e la sua vigna.

- Ci ricorda inoltre che la vigna, il popolo di Dio, non ci appartiene: noi siamo proprietà di Dio, apparteniamo a lui, ma siamo recalcitranti di fronte a chi sembra limitare la nostra libertà: ci poniamo di fronte a Dio come davanti ad un padrone che ci sfrutta, sfrutta il nostro lavoro, vuole solo il suo tornaconto (i frutti che i contadini dovevano al proprietario della vigna). Da qui la mormorazione, la contesa, la messa in discussione dell’opera del Signore.

- Ecco allora, in maniera molto amara, la rilettura della storia di Israele come una storia d’amore tra un Dio fedele e l’infedeltà del suo popolo che maltratta e uccide gli inviati dal Signore, i profeti, fino a meditare la morte del Figlio stesso (e Gesù si trova nell’ultima fase della sua vita terrena, ben consapevole dell’imminente e tragico finale).

- Si vuole l’eredità: la possibilità di non rispondere ad altri che a noi stessi, di fare senza Dio, senza padroni. Senza renderci conto che così facendo ci vendiamo ad altri padroni di turno: capi politici od economici, o, in maniera più sottile, ma più efficace vendendoci ad un sistema politico-economico che ci vuole consumatori vogliosi di cose che perdono subito il loro fascino e rimbambiti da tutto ciò che ci fa perdere di vista i nostri veri valori e bisogni. Si arriva così non solo a non compiere il bene, ma ad impedire ad altri di compierlo.

- Il messaggio è amaro e apparentemente negativo: la vigna dovrà essere tagliata (così Isaia) o affidata ad un nuovo popolo che produca i frutti (così conclude Gesù la parabola). Eppure l’obiettivo finale non è la vendetta, ma l’invito a prendere coscienza delle proprie infedeltà. Il perdono infatti non può essere accordato in modo unilaterale, senza coinvolgere l’altro in una dinamica di riconciliazione: senza pentimento non c’è disponibilità a cambiare e dunque a ricevere il perdono.

- «Cosa farà il padrone della vigna, dopo l’uccisione del Figlio?». La soluzione proposta dai Giudei è logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia è riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo in­tatto il ciclo immutabile del dare e dell’avere.
Ma Gesù non è d’accordo e intro­duce la novità propria del Vange­lo. Il sogno di Dio non è il tributo pagato, ma una vigna che non ma­turi più grappoli rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gon­fi di sole e di luce. Per questo è ve­nuto Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui godo. (Ermes Ronchi)

- Gesù mostra un Dio, padrone appassionato, che nonostante i rifiuti e la violenza, riesce ugualmente a portare avanti la sua azione a nostro favore. Trova un nuovo popolo a cui affidare la vigna e ne produca finalmente frutti da condividere nella gioia (il vino è da sempre simbolo di convivialità e di ebbrezza).

- E noi: siamo consapevoli dell’amore appassionato di Dio senza sentirci defraudati di qualche cosa? Siamo disponibili a lavorare nella vigna del Signore e dunque a vivere da veri cristiani nei nostri ambienti: scuola o lavoro, amici, famiglia, parrocchia, società? o ci lasciamo guidare in maniera passiva da altri padroni dimenticando o rinnegando la nostra fede?

Ancora una volta la conclusione è affidata alle parole di Paolo ascoltate nella seconda lettura: non state ad angosciarvi per le difficoltà della vita, imparate piuttosto ad affidarle e ad affidarvi a Dio con “preghiere, suppliche e ringraziamenti”. Mettete al centro della vostra vita, dei vostri pensieri ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode e lasciate perdere tutte quelle cose che, sapete bene, non meritano rispetto, ma che ci seducono e ci incatenano per gran parte del nostro tempo. Attenzione allora a ciò che vedete, sentite, leggete. Attenzione soprattutto a mettere in pratica ciò che di buono abbiamo imparato, ricevuto e ascoltato da Dio e da coloro che Dio ci mette accanto. Solo così il Dio della pace sarà con voi e la vostra vita ritroverà serenità e entusiasmo nonostante tutto. E così sia.

mercoledì 21 settembre 2011

Mt 21,28-32: I DUE FIGLI

XXVI T.O./A
Letture
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Io:
Quante volte i genitori (per non parlare dei nonni) si lamentano perché i loro figli sono disobbedienti, scontrosi, indisponibili e indisponenti. E quante volte i figli, confessandosi, riconoscono la loro disobbedienza verso i genitori mostrandosene in qualche modo pentiti.
Gesù prende spunto da quell’episodio universale ed eterno: succedeva in Palestina al suo tempo come succede da noi oggi. Da sempre ci sono rapporti conflittuali tra genitori e figli. Perché?

Ogni figlio crescendo cerca la sua indipendenza, ha bisogno di sentirsi grande, non accetta di sottomettersi: impara presto a dire NO alle richieste dei genitori. Quei no sanno di libertà, di indipendenza. Ma costano: ci fanno sentire cattivi e spesso portano a rotture forti con chi ci vuole bene, nonostante tutto. E allora anche noi sperimentiamo quello che Gesù ci ha raccontato: diciamo dei sì che si trasformano in no (si si, poi lo faccio, ma guarda caso quel poi si sposta sempre in avanti) e diciamo dei no che si trasformano in si, perché poi ci pentiamo. In noi ci sono entrambi i figli che lottano tra loro. Spesso vince il primo, ma a volte vince il secondo.

A Dio non piacciono gli uomini simili ai farisei, cioè come quelli che si sentono perfetti, migliori, che a parole sembrano molto religiosi e poi fanno i loro comodi. Egli preferisce coloro che, anche sbagliando, cercano ciò che è buono e li fa felici e quando si accorgono che sono andati fuori strada sono disposti a cambiare vita. E conclude dicendo ai farisei che i peccatori sono più vicini di loro a Dio[1].

I ragazzi che stanno crescendo e maturando verso l’età adulta non sopportano di essere sottomessi come quando erano bambini (e già a pochi anni vogliono essere chiamati ragazzi, non sopportano più di essere chiamati bambini). Vogliono decidere da soli cosa è bene per loro. È il cammino della conquista della libertà di fronte a tutte le persone con cui sono in relazione. In fondo stanno cercando ciò che gli piace e li rende felice.

La difficoltà è capire che dopo i no, si cerchi davvero ciò che è giusto e lo si faccia perché ci si crede. Come il primo figlio della parabola, che ha detto di no perché voleva essere libero e poi liberamente è andato a lavorare nella vigna, perché ha capito e creduto che fosse una cosa buona anche per lui. La difficoltà è soprattutto capire che non c’è concorrenza tra i genitori e i figli, tra Dio che è Padre e tutti gli uomini, suoi figli. I genitori e tanto più Dio non sono degli sfruttatori che cercano il loro tornaconto, che spadroneggiano sui figli. Vogliono anche loro che siano persone mature, felici. E sanno per esperienza che i figli vanno aiutati in questo.

La libertà non è essere liberi di fare qualunque cosa che ci venga in mente, ma essere liberi di fare ciò che realmente ci rende felici. Essere liberi dai condizionamenti che ci tengono legati, che ci bloccano. Quante volte sperimentiamo (anche noi adulti, così come afferma lo stesso Paolo) di fare quello che in realtà non vorremmo, e di non riuscire a fare ciò che sappiamo essere la cosa migliore per noi. Quante volte ci ritroviamo pigri e rimbambiti davanti alla TV o al computer incapaci di affrontare i nostri compiti con entusiasmo. Ma guai a chi ci dice di staccarci da queste cose, guai a chi ci vorrebbe aiutare ad utilizzarli con maggiore intelligenza ponendoci limiti e freni: sembra che voglia attentare alla nostra libertà, che voglia solo imporre il proprio potere. Anche se in fondo sappiamo che vuole solo aiutarci a vivere in maniera più libera.

Ancora una volta Gesù ci mette davanti a questa incoerenza: l’incoerenza di chi sa che Dio ci ama, ma risponde con fastidio al suo invito di collaborare nella Vigna, cioè a fare la nostra parte per migliorare il nostro mondo, la scuola, il rapporto con i genitori e gli amici, il lavoro, la società, la Parrocchia. Entrambi i figli sono infastiditi da questo invito. Eppure è l’invito a costruire un mondo in cui vivere più felici, un mondo in cui si possa tutti condividere i frutti della Vigna. E che soddisfazione raccogliere i frutti del nostro impegno!

Questo è ancora una volta il primo motivo di conversione: essere consapevoli che Dio vuole il nostro bene e che lavorare per lui e con lui è l’opportunità più grande per essere felici e liberi.

Il secondo motivo è quello di una coerenza tra il dire e il fare: se diciamo una cosa e poi facciamo l’opposto siamo degli ipocriti. Meglio disobbedire, ma poi pentirsi e fare, che apparire bravi per poi, quasi di nascosto disobbedire. I farisei rappresentano coloro che vogliono farsi vedere come i migliori, i bravi. I ladri e le prostitute sono invece dei peccatori che non possono nascondere il loro sbaglio. Eppure sono stati i primi, di fronte a Gesù, ad accogliere l’opportunità di cambiare vita e di aderire alla sua proposta. Gli altri sono rimasti freddi, anzi, i più si sono messi in contrasto con Gesù, perché metteva in luce la loro ipocrisia. Non hanno accolto l’invito di Gesù.

Di conseguenza (ed è il terzo motivo di conversione): si sentono superiori ai peccatori, li disprezzano, li guardano dall’alto al basso. Non riconoscendo di essere ben più in torto rispetto a chi, pur avendo evidentemente sbagliato, si pente e cambia vita.

Scrive S.Paolo: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”. E così sia!

[1] “Gesù sapeva bene che tutti gli uomini sono peccatori: ma qual è il motivo della sua preferenza per la compagnia dei peccatori pubblici? Chi pecca di nascosto non è mai spronato alla conversione da un rimprovero che gli venga da altri, perché continua a essere stimato per ciò che della sua persona appare all’esterno: questa è la malattia della maggior parte delle persone, tra le quali primeggiano quelle devote, che disprezzano gli altri considerandoli immersi nel peccato, mentre ringraziano Dio per la loro pretesa giustizia.
Chi invece è un peccatore pubblico si trova costantemente esposto al biasimo altrui, e in tal modo è indotto a un desiderio di cambiamento: nel pentimento che nasce da un «cuore spezzato» (Sal 34,19) egli può divenire sensibile alla presenza di Dio, quel Dio che non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva.
È proprio in forza di tale consapevolezza che Gesù amava sedere a tavola con i peccatori manifesti, condividere con loro questo gesto di estrema comunione”. (Enzo Bianchi)
Alberto Maggi: commento

giovedì 15 settembre 2011

Matteo 20,1-16: GLI OPERAI DELLA VIGNA

Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?».

Io:
Chi è Dio? Cosa vuole da noi?
Dio (e di conseguenza il suo regno) «… è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna»: così si apre la parabola odierna che, mentre rivela la distanza tra il pensiero di Dio e quello di noi uomini, ci invita a colmarla, assumendo i sentimenti di Dio narrati da Gesù.
Dio è un padrone, ma non secondo i nostri criteri: non cerca di spadroneggiarci, non cerca, come gli imprenditori di ogni tempo di ricavare il massimo guadagno concedendo il minimo possibile. Addirittura non segue neanche la nostra idea di GIUSTIZIA: una giustizia meritocratica dove chi più lavora, chi più si impegna più riceve. Anzi sembra provocarci e scatenare le nostre proteste o almeno molte perplessità.
Il padrone della vigna si accorda con gli operai per un denaro al giorno; poi esce a più riprese sulla piazza e assolda altre persone disoccupate, rispettivamente alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio. Con tutti quelli ingaggiati più tardi, egli non pattuisce la paga, ma si limita a dire: «Andate anche voi nella mia vigna, quello che è giusto ve lo darò». Venuta la sera, il padrone incarica il suo fattore di pagare gli operai, «incominciando dagli ultimi». Quelli delle cinque del pomeriggio ricevono un denaro. «Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più»: è un calcolo umanissimo, ma è un atto di presunzione, che dimentica quanto il padrone aveva pattuito con loro. Infatti: «Anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno».
Dio è un padrone che ha a cuore il bene delle persone: conosce il dramma di una vita senza senso, di chi si trova senza un ideale, una occupazione che offra motivo per impegnarsi.
La risposta che danno questi ultimi lavoratori al suo invito (“nessuno ci ha ingaggiati”) fa pensare a tanti, giovani e meno giovani, disoccupati, non solo o non tanto nel lavoro remunerato, quanto nel lavoro per costruire una vita solidale. Sono tanti i disoccupati in questo senso: sono quei giovani che, magari disillusi oppure soggiogati dal consumismo, si ripiegano su se stessi, allo stesso tempo vittime e responsabili di altrettanto degrado umano. Sono probabilmente così anche perché “nessuno li prende a giornata”.
Gesù vuole mostrare l’agire del Padre, la sua bontà, la sua magnanimità, la sua misericordia, qualità che superano il comune modo di pensare degli uomini. Lo superano davvero quanto il cielo dista dalla terra. Lavorare per il Signore, per il Vangelo, per la vita è già una grande ricompensa. Questa straordinaria bontà e misericordia crea mormorazione e scandalo.
Dio non fa ingiustizia a nessuno. È la larghezza della sua bontà che lo spinge a donare a tutti secondo il loro bisogno (la paga di una giornata, il necessario per una vita dignitosa). La giustizia di Dio non risiede in un astratto principio di equità, ma si misura sul bisogno dei suoi figli. Questa parabola ci spinge a considerare quale grande sapienza risieda nella via che il Signore ci indica. La ricompensa consiste nell’essere chiamati a lavorare per la vigna del Signore e nella consolazione che questa chiamata genera. Non importa in quale stagione della vita siamo stati presi a giornata nella vigna del padrone della vita.
Dall’altra parte ci siamo noi, operai della prima ora che non riescono a celare il disappunto. E anziché esprimere il dissenso in modo franco e leale, mormorano contro il padrone. Il contenuto della lamentela è ispirato alla logica perversa del confronto con gli altri: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi». Ciò che non riescono a sopportare, non è tanto la mancata corrispondenza tra lavoro compiuto e ricompensa, quanto l’uguaglianza del trattamento, il pensiero che altri venuti dopo siano stati oggetto della benevolenza del padrone: «Tu li hai fatti uguali a noi», dicono, letteralmente.
Il fatto di lavorare nella vigna del Signore non è da noi, lavoratori della prima ora, compreso come una fortuna, ma piuttosto come un dovere che a volte pesa (“noi abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”) e che deve avere un contraccambio, deve garantirci un privilegio. Non pensiamo all’angoscia che prova chi sta sulla strada senza nessuno che lo chiami, alla fatica, al vuoto interiore di chi attende di incontrare Dio fino alle cinque del pomeriggio, fino alla fine della sua vita. Piuttosto pensiamo che siano più fortunati di noi, che chi arriva al Signore alla fine della sua vita si è divertito e poi viene “premiato” come noi (pensiamo anche al fratello maggiore del figliol prodigo, incapace di condividere la gioia del Padre per aver riavuto un figlio che ormai credeva perduto, morto).
«Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te... Oppure il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?». In questa domanda è racchiusa la matrice profonda dell’invidia, sentimento che consiste nell’avere un occhio cattivo verso l’altro, fino a non volerlo più vedere e a desiderarne la scomparsa. Quella che sembra una giusta rivendicazione sindacale viene smascherata dal padrone della vigna come invidia: l’invidia dell’uomo che si ritiene giusto e stigmatizza gli altri e Dio. Il suo unico arbitrio è la libertà di amare senza limite, gratuitamente e senza condizioni: e chi siamo noi per ostacolarlo?
Preghiamo piuttosto il Padre perché ci faccia comprendere “l’impagabile onore di lavorare nella sua vigna fin dal mattino” (colletta). Lungi dall’essere un dovere faticoso, è un privilegio e una gioia lavorare per il Signore, una fortuna immeritata della quale dovremo rendere conto, se non sapremo adeguatamente sfruttarla.
All’inizio di questo nuovo anno pastorale abbandoniamo allora ogni indugio nel rinnovare l’impegno per la comunità cristiana e per Dio: quello che oggi sembra essere un peso possa trasformarsi in gioia che contagia i troppi lavoratori rimasti disoccupati sulla strada in attesa di qualcuno che li inviti e li motivi a lavorare per il regno di Dio[1].

J. Ratzinger, Messa per l’elezione del Papa:
Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.
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[1] Così ha fatto Paolo (2° lettura) il quale, nonostante si trovi in carcere desideroso di porre fine alla sua testimonianza osteggiata, continua a incoraggiare le persone a lui affidate, le stimola, corregge, le pungola per superare stanchezze e limiti personali, sempre invitandole alla ricerca del Signore.

Alberto Maggi:
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/esegesi/AMaggi_1315991652.htm