giovedì 7 marzo 2013

Luca 15,1-3.11-32: IV domenica di Quaresima (C)

 ​IV Domenica di Quaresima Anno C

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto (...)».

Ermes Ronchi:
Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. Non a mani vuote, però, pretende l'eredità: come se il padre fosse già morto per lui. Probabilmente non ne ha una grande opinione, forse gli appare un debole, forse un avaro, o un vecchio un po' fuori dal mondo. Ma i ribelli in fondo chiedono solo di essere amati.Il fratello maggiore intanto continua la sua vita tutta casa e lavoro, però il suo cuore è altrove, è assente. Lo rivela la contestazione finale al padre: io sempre qui a dirti di sì, mai una piccola soddisfazione per me e i miei amici. Neanche lui ha una grande opinione di suo padre: un padre padrone, che si può o si deve ubbidire, ma che non si può amare.
L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio. Il primo figlio pensa che la vita sia uno sballo, è un adolescente nel cuore. Cerca la felicità nel principio del piacere. Ma si risveglia dal suo sogno in mezzo ai porci a rubare le ghiande. Il principe ribelle è diventato servo.Allora ritorna in sé, dice il racconto, perché prima era come fuori di sé, viveva di cose esterne. Riflette e decide di tornare. Forse perché si accorge di amare il padre? No, perché gli conviene. E si prepara la scusa per essere accolto: avevi ragione tu, sono stato uno stupido, ho sbagliato... Continua a non capire nulla di suo padre.
Un Padre che è il racconto del cuore di Dio: lascia andare il figlio anche se sa che si farà male, un figlio che gli augura la morte. Un padre che ama la libertà dei figli, la provoca, la attende, la festeggia, la patisce.Un padre che corre incontro al figlio, perché ha fretta di capovolgere il dolore
in abbracci, di riempire il vuoto del cuore. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio.Un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle scuse, le nostre ridicole scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, vede il suo ragazzo rovinato dalla fame.Ma non si accontenta di sfamarlo, vuole una festa con il meglio che c'è in casa, vuole reintegrarlo in tutta la sua dignità e autorità di prima: mettetegli l'anello al dito! E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti.Un Padre che infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto,
è di più: amore, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.
(Letture: Giosuè 5,9-12; Salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32).
Vedi anche Enzo Bianchi: http://www.monasterodibose.it/content/view/3469/47/lang,it/

Io: Famosa come la parabola del Figliol Prodigo, è piuttosto dedicata al Padre misericordioso e ai suoi figli.
Chi è Dio? Come possiamo rapportarci con Lui? “Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. E Gesù per parlarci di Dio ama usare delle parabole come questa che è probabilmente la più bella e famosa.
Dio è come un Padre che ha dei figli che vivono e lavorano con Lui.
Può capitare che un figlio rifiuti il Padre e, alla ricerca della sua pretesa libertà e felicità, pensa di ottenerla ricevendo la sua parte di eredità come se il Padre fosse già morto.
Questo figlio assomiglia a tanti giovani per i quali “Dio è morto”: pretendono di vivere senza di Lui, di possedere in esclusiva il patrimonio della propria vita, di pensare che la libertà e la felicità si raggiunga emancipandosi da Dio, sentito come un concorrente, come limitante (con le sue regole e l’invito a lavorare con Lui).
Dio è come un Padre che rispetta questo figlio, accetta di essere rifiutato, considerato come morto: non lo costringe, non lo limita. Proprio perché lo ama rispetta la sua decisione, ma attende e spera di vederlo tornare presto.
Immaginiamo di essere lasciati completamente liberi di fare ciò che vogliamo. Chi di voi si alzerebbe ogni mattina per andare a scuola? Chi si staccherebbe dalla tv e dal computer per mettersi a studiare? Chi mangerebbe cose sane e ad orari regolari e non si metterebbe a mangiare quasi solo dolciumi, quando e quanto ne ha voglia? Chi si alzerebbe per venire a Messa la domenica? Risultato: ci ritroveremo presto dei somari pigri e ignoranti, rimbambiti dallo schermo, obesi e malati. Indifferenti a Dio e agli altri. Per amore dei figli i genitori danno delle regole e con esse li aiutano a conquistarsi la libertà. Perché ad essere veramente liberi si impara, non è qualcosa di spontaneo.
Vivere senza limiti e senza regole può sembrare allettante, può sembrare una strada per trovare la libertà e la felicità, ma non è così. L’esperienza di libertà del figlio minore naufraga presto. Sperimenta l’amore e l’amicizia a pagamento, ma si ritrova senza nulla e senza nessuno, angosciato e privo di dignità.
Allora “rientrò in se stesso”: fino ad allora era vissuto “fuori di sé” (espressione usata anche per dire che siamo disconnessi: “tu sei fuori!”). Non c’è vera conversione, piuttosto calcolo d’interesse: i servi del Padre vivono meglio di me. Allora tornerò e chiederò di essere anch’io un servo.
Dio è come un Padre in attesa del nostro ritorno, che corre per abbracciarci, per ridonarci quella dignità perduta, per fare festa con noi. Dio ci vuole veramente liberi e felici e proprio per questo ci dona delle regole e ci indica dei limiti.
Anche il figlio maggiore deve imparare a conoscere il Padre: lo serve obbediente come un servo con il padrone. Non comprende neanche lui l’amore del Padre: è fermo sull’idea di una giustizia retributiva (“è giusto così, io merito di più…”) e finisce per rifiutare il fratello (“tuo figlio”), per chiudersi nel risentimento, nell’invidia, nell’ira.
Per paura non ha trasgredito il Padre: neanche lui ha imparato ad essere libero. Finchè non accetta l’amore del Padre rimane schiavo delle sue paure, del suo senso di giustizia.
Dio è come un Padre che esce a cercare anche questo figlio. Non lo giudica, cerca solo di convincerlo (“Dio propone, non impone”), di farlo entrare in questa logica d’amore.
Gesù ci presenta un Dio sorprendente: un Dio che come un Padre che ama immensamente i suoi figli, che non giudica, non umilia, non rimprovera. Perdona, cerca e vuole la libertà e la felicità dei suoi figli. Non ama il peccato, ma il peccatore. Ci ama nonostante il nostro peccato e proprio perché ci ama ci vuole liberi e felici: ci aiuta e insegna a liberarci dal peccato che ci opprime. CONVERTIAMOCI dunque all’amore di Dio per scoprire e vivere la gioia e la libertà di essere veramente figli e fratelli.

Nessun commento:

Posta un commento