Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai dodici: volete andarvene anche voi? Rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio.
Ermes Ronchi:
La svolta del racconto avviene con le parole di Gesù: "Forse volete andarvene anche voi?". C'è tristezza in queste parole: Gesù è ben consapevole di una crisi tra i suoi seguaci.
Ma c'è anche fierezza e sfida, e soprattutto un appello alla libertà di ciascuno: 'siete liberi, andate o restate, ma seguite quello che sentite dentro, scegliete!' Gesù non dice quello che devi fare, quello che devi essere, ma ti pone le domande del cuore: che cosa accade in te? Quale è il tuo desiderio profondo? Tu vuoi la vita? Cerchi più vita? Le sole domande in grado di guarire davvero.
E Pietro si sente interpellato da questo decreto di libertà, e risponde subito:
da chi andremo? tu hai parole di vita eterna.
Vorrei scavare dentro questa risposta, aprire la conchiglia perché appaia la perla, perché sento che qui ha radice la fede:
Tu solo hai parole che fanno viva finalmente la vita.
Il filo d'oro di tutto il capitolo 6 di Giovanni, è: la parola 'vita'.
Per sette volte ha ripetuto che mangiare la sua carne fa vivere. La convinzione fortissima di Gesù è questa: io faccio vivere, io possiedo il segreto della vita.
È l'incalzante convinzione, da parte sua, di offrire qualcosa che prima noi non avevamo, qualcosa di cui non possiamo fare a meno, qualcosa che inverte il senso della vita orientandola non più alla morte ma all'eternità.
E Pietro ha capito e si pone sulla stessa lunghezza d'onda: io ho fame di vita, per questo non me ne andrò. Io amo la vita, per questo sto con te.
Solo chi ama la vita troverà Dio, e solo chi trova Dio troverà la vita in pienezza.
Che cos'è la Vita secondo la bibbia?
Una realtà composta di sei dimensioni, come una torta a sei strati: ci aiuta la precisione inarrivabile della lingua greca: lo strato di base è
- bios, la vita biologica che si riferisce alla nostra fisiologia,
- zoè, la vita animale, il nostro corpo coordinato nel suo percepire il mondo,
- psychè, il mio carattere , le mie emozioni, il temperamento,
- logos, la razionalità, il calcolo, il progetto,
- nous, l'intelletto, intuizione, andare dentro il senso delle cose
- pneuma, lo spirito, ruah, soffio divino, respiro di Dio, spirito santo.
L'armonia tra questi sei strati fa sì che la vita fluisca ordinata, sana, armoniosa, benefica. Anzi, come dice un verso di Giovanni Paolo II, sia vita che scorre verso l'alto.
Pietro e Gesù si capiscono: e tutto accade perché vita manca, perché vita soffre, perché vita fiorisca, perché il cuore cresca. Sono venuto perché abbiate la vita e la vita in abbondanza (Gv 10,10). Questo è Gesù: nella vita datore di vita. Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l'umano. Un divino cui non corrisponda il rigoglio dell'umano non merita che ad esso ci dedichiamo (Bonhoeffer).
La novità grande del cristianesimo: non più un Dio che domanda agli uomini offerte, doni, sacrifici, come in tutte le religioni, ma un Dio che si dona lui, che si perde dentro le sue creature, come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo, accrescimento d'umano, incremento di vita.
Non più un Dio che chiede sacrifici per sè, ma un Dio che sacrifica se stesso per me. Bellezza e 'scandalo' della nostra fede.
Una potenza di vita che entra in me, come il pane che mangio, e diventa cellula del mio corpo, mio pensiero, mio gesto, mio respiro; come il vino che bevo, e diventa mio sangue, mia lacrima, mio sorriso.
L'uomo a differenza delle altre creature è un animale che ha Dio nel sangue (Vannucci).
Per sette volte Gesù ha ripetuto: Chi mangia me vivrà per me (v.57).
Mangiare la vita di Gesù! Come si può fare? Due sono i modi:
- Nell'eucaristia: il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo(v.51).
- Nella sua Parola: l'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Se accolgo il Pane e la Parola tutta la mia vita diventa sacra, accade una cosa enorme: Dio in me: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola. Posso mangiare e sentire che compio un atto sacro, di comunione con Dio, con gli uomini, con il creato; sacro è il lavoro e sacro il riposo, sacri i gesti della cura e dell'amore.
Nel Pane e nella Parola ci dà tutta la sua storia: mangiatoia, strade, il lago, il peso e il duro della Croce, il sepolcro vuoto, ci dà Dio che si fa carne in ogni uomo. Se faccio mio il segreto della vita di Gesù, allora trovo il segreto della mia vita.
Il suo segreto era una vita buona bella e beata.
Questa vita ha conquistato Pietro e i discepoli. Era talmente bella, che i discepoli dissero un uomo così non può essere che Dio.
Buona era quella vita, e Pietro lo conferma nel suo primo discorso dopo la Pasqua: passò nel mondo facendo del bene, guarendo il male di vivere, accogliendo sempre, donando tutto di sè: neanche il suo corpo ha tenuto per sé, neanche il suo sangue ha conservato.
Bella perché piena di amici, perché luminosa, perché pulsante di libertà, perchè nuova, intensa e senza paure. Forse tutti, chi più chi meno, soffriamo di imprigionamenti. E il fascino di Gesù uomo libero accende trasalimenti in ognuno di noi. Non ci sono stereotipi che tengano: se tu ti fai lettore attento del vangelo non puoi sfuggire all'incantamento per la libertà di Gesù. Libertà a caro prezzo.
Leggi il vangelo, respiri a pieni polmoni la libertà. Non la fissità dei codici ma il vento che scompiglia le pagine.
La libertà ha un segreto: il segreto è quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio, sei libero dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz'anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te.
E beata, cioè felice era la sua vita: era un rabbi che aveva la gioia di vivere, che amava i banchetti e i fiori del campo, che sapeva godere delle belle pietre del tempio e del profumo delle vigne, dell'abbraccio dei bambini e delle carezze sui suoi piedi della donna peccatrice.
La vita del cristiano è la vita bella, buona e beata, perché così era la vita di Gesù: buona bella e beata.
Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).
«Tu solo». Ed esclude un mondo intero di illusioni e di seduzioni. Tu solo, nessun altro c'è al centro della speranza, nessun altro a fondamento del cuore.
«Tu solo hai parole», non solo le pronunci, non solo le ripeti, ma le hai, sono tue, sei tu la loro sorgente e la loro casa.
Cosa povera e splendida è la parola: solo un vapore del vento, ma sa spalancare la pietra del sepolcro, apre strade, cuori, incontri; apre carezze e incendi. Disegna mondi. È la Parola che dall'inizio crea. Che arde nei profeti, che si fa carne in Maria.
«Tu hai parole di vita», vita a 360 gradi.
Parole che danno vita al cuore, che allargano, dilatano, purificano il cuore perché ne sciolgono la durezza e lo fanno coraggioso e capace di più amore, di un amore sempre meno selettivo.
Parole che danno vita alla mente, perché la mente vive di libertà, altrimenti si disidrata; vive di verità, altrimenti si ammala e non sa più distinguere tra effimero ed eterno; vive di senso. Chi non trova un senso alla vita entra nella malattia.
Parole che danno vita allo spirito, a questa anima assetata, e portano dentro di me la voce di Dio che placa la sete e poi la suscita ancora, portano dentro di me il respiro di Dio e i suoi sogni.
Parole che danno vita anche al corpo, a questo grumo di terra attraversato come una spada dal soffio che ha dato vita ad Adamo, portano una vitalità, una profondità unica in tutto ciò che faccio e dico e costruisco. Portano bellezza e armonia.
Ho visto gente, gettare oltre sé, a manciate, a palate, le ore della loro vita, le energie, le capacità, farle scorrere fuori di sè, per i figli amici poveri parrocchia. E guardate, ho visto queste persone diventare e restare belle, vitali giovanili, sorridenti, circondate da affetto. Hanno trovato la vita! Hanno il cuore giovane. Invece (M. Delbrel) la vera vecchiaia è l'egoismo. È la legge della fisica dell'amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci, e invecchia la vita.
«Parole di vita eterna» la cosa più seria e forte che Gesù è venuto a portarci è la vita eterna, eternità a tutto ciò che di più bello portiamo nel cuore, un amore in grado di attraversare l'eternità.
Nulla mai ci separerà dall'amore di Dio (Rom 8,38-39). Nulla mai. Due parole assolte totali perfette. Nulla e sono convocate tutte le creature. Mai e sono convocati i giorni e l'eterno. L'uomo è indissolubile da una sola cosa: dall'amore.
Per questo Giovanni può dire: noi abbiamo creduto all'amore (1Gv 4,15). I cristiani sono quelli che credono all'amore. Non si crede ad altro. E questo molto importante, perché credere all'amore è possibile a tutti, a chi crede e a chi non crede. Ci possiamo incontrare tutti in questo che è il nome stesso di Dio.
E un giorno noi saremo simili a Lui, ci sarà dato in dono il cuore stesso di Dio, ameremo con il cuore di Dio. È straordinario: noi che abbiamo tanto faticato per imparare ad amare, un giorno ameremo con il cuore stesso di DIO.
Tu hai parole che portano in me il cuore di Dio. Intensificazione di questo mio cuore. Più Dio in me equivale a più io.
Acquisire fede che cos'è? è acquisire bellezza del vivere: scoprire che è bello vivere, è bello amare, creare, generare, mettere la vita nelle mani di chi mette la sua vita nelle tue mani. È bello per me essere frate, o prete, o suora, è bello essere giovane e anziano, perché la vita ha senso, il senso della vita è positivo, lo è qui, e lo sarà per sempre.
Acquisire fede è reincantare la vita. Vita non fatta solo di respiri, ma soprattutto dei momenti che ti hanno tolto il respiro.
Volete andarvene anche voi? No, noi non ce ne andremo. Altrove non è vita. Altrove siamo sempre fuori casa.
Io non me ne andrò. Ho tanto cercato ma di meglio di Te non ho trovato. Prima di conoscere te, non esistevo (Ilario di Poitiers).
Io non me ne andrò, perché seguire te è stato l'affare migliore della mia vita.
Non me ne andrò da te, mio Signore e mio Dio.
Mio, come la parte migliore di me.
Mio perché mi appartiene, come il cuore e, senza, non sarei.
Mio come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Come l'amata del Cantico dico: "Il mio amato è per me e io sono per lui". Dio è per me, e io sono per lui.
E queste parole mi fanno dolce e fortissima compagnia: Dio è per me. E nulla, mai ci potrà separare. Nulla, mai.
martedì 13 settembre 2011
venerdì 9 settembre 2011
Matteo 18, 21-35: PERDONARE SEMPRE
XXIV Domenica Tempo ordinario - Anno A
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?-. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Ermes Ronchi:
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L'unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché vivere il vangelo di Gesù non è spostare un po' più avanti i paletti della morale, del bene e del male, ma è la lieta notizia che l'amore di Dio non ha misura.
Perché devo perdonare? Perché devo rimettere il debito? Perché cancellare l'offesa di mio fratello? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio; perché il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi immetterlo nelle mie relazioni.
Gesù lo dice con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di uno stato: un debito insolvibile. «Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava...» e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma il modello della compassione: sente come suo il dolore del servo, lo fa contare più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell'oro. Il servo perdonato, «appena uscito», trovò un servo come lui che gli doveva qualche denaro.
«Appena uscito»: non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. «Appena uscito», ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l'esperienza di come sia grande un cuore di re, «presolo per il collo, lo strangolava gridando: "Ridammi i miei centesimi"», lui perdonato di miliardi! In fondo, era suo diritto, è giusto e spietato. L'insegnamento della parabola è chiaro: rivendicare i miei diritti non basta per essere secondo il vangelo. La giustizia non basta per fare l'uomo nuovo. «Occhio per occhio, dente per dente», debito per debito: è la linea della giustizia. Ma mentre l'uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Sull'eterna illusione dell'equilibrio tra dare e avere, fa prevalere il disequilibrio del fare grazia che nasce dalla compassione, dalla pietà.
«Non dovevi forse anche tu aver pietà di lui, così come io ho avuto pietà di te?» Non dovevi essere anche tu come me? Questo è il motivo del perdonare: fare ciò che Dio fa. Acquisire il cuore di Dio, per immettere la divina eccedenza dentro i rapporti ordinati del dare e dell'avere.
Perdonare significa - secondo l'etimologia del verbo greco aphíemi - lasciare andare, lasciare libero, troncare i tentacoli e le corde che ci annodano malignamente in una reciprocità di debiti. Assolvere significa sciogliere e dare libertà. La nostra logica ci imprigiona in un labirinto di legami. Occorre qualcosa di illogico: il perdono, fino a settanta volte sette, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica, fino ad agire come agisce Dio.
Alberto Maggi:
Matteo è l’evangelista che, più degli altri, dedica attenzione al tema del perdono. Per questo al capitolo 18 presenta Gesù che indica la necessità del confronto con il fratello che ha peccato, che ha commesso una colpa, e la necessità di ricomporre il dissidio all’interno della comunità. Qualora questo fratello rifiutasse di ricomporre questa unità, deve essere amato come un pubblicano o un peccatore, cioè un amore in perdita, come l’amore al nemico.
Pietro reagisce a questo insegnamento di Gesù, si avvicina e gli chiede: “«Signore, se il mio fratello…»”, quindi si tratta della tematica del perdono all’interno della comunità, “«… pecca contro di me, quante volto dovrò perdonargli?»”
La legislazione rabbinica concedeva un massimo di tre volte per il perdono. Ebbene Pietro pensa di esagerare, raddoppia, e dice: “«Fino a sette volte?»” Quindi Pietro vuole sapere delle regole precise, vuole sapere il limite del perdono. Gesù gli rispose: “«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette»”.
Gesù, con l’espressione “settanta volte sette”, non sta indicando solo la quantità del perdono (illimitato), ma la sua qualità (incondizionato).
E poi Gesù presenta una parabola molto eloquente. Il regno dei cieli, cioè questa nuova realtà che lui è venuto a proporre, è simile a un re che è venuto a regolare i conti con i suoi servi. E’ il re che prende l’iniziativa, e vediamo che lui intende condonare, cancellare i conti. Col termine “servo” in oriente viene definito qualunque dipendente del re. Qui si tratta in realtà di alti funzionari, si vede dalle somme che gestiscono.
“Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti”, una cifra spropositata, una cifra assurda. Infatti un talento equivaleva tra i 26 e i 36 Kg di oro, ebbene diecimila talenti sono circa 300.000 Kg di oro, quindi una cifra incalcolabile, impossibile da restituire. Infatti “poiché costui non era in grado di restituire, l padrone ordinò …”. Non è una cattiveria, ma era il diritto dell’epoca, “… che fosse venduto lui, con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito”. Quindi il re prende l’iniziativa, vede che costui non ha da restituirgli il debito e si rivolge alla prassi normale, quella che è la giustizia. Questo servo supplica il suo re e gli dice: “«Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa»”. Impossibile! Sa che non è possibile restituire ogni cosa perché dal calcolo che si fa ci sarebbero voluti più di 164.000 anni di lavoro per accumulare una cifra del genere.
Quindi il servo sa che non può restituire però chiede al signore di avere pazienza. Ebbene “il padrone ebbe compassione di quel servo”. Questo verbo usato per Dio nell’Antico Testamento e per Gesù nel Nuovo Testamento, indica un’azione di misericordia viscerale da parte di Dio per i suoi figli e di Gesù per i suoi fratelli.
“Lo lasciò andare e gli condonò il debito”, cioè cancellò il debito. Ebbene, “Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari”, una cifra irrisoria. Il denaro era la paga giornaliera di un operaio, quindi cento denari sono circa tre mesi di lavoro, una cifra che è possibile restituire. Ebbene, questo funzionario che aveva visto condonati l’equivalente della bellezza di 300.000 Kg d’oro per un valore di circa 164.000 di lavoro, “lo prese per il collo e lo soffocava”.
Lui che ha avuto restituita la vita dal suo signore la toglie all’altro e gli chiede di restituire quello che gli deve. Ebbene questo suo compagno si rivolge a lui esattamente come questo funzionario si era rivolto al re: “«Abbi pazienza con me e ti restituirò»”. E in questo caso è possibile restituire. “Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione”.
Anziché la misericordia che gli era stata usata lui usa la giustizia. “Visto quello che accadeva i compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo maligno …»”.
E chi è incapace di perdonare semina la morte all’interno della comunità. “«Servo maligno, ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? Sdegnato, il padrone lo diede in mano gli aguzzini finché non avesse restituito tutto il dovuto»”, cioè per sempre.
Perché, come abbiamo calcolato, ci volevano circa 164.000 anni di lavoro, quindi non sarà mai in grado di restituire e va in mano agli aguzzini per sempre. E Gesù aggiunge: “«Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non condonerete»” – non è perdonare, ma condonare, l’iniziativa è del creditore – “«di cuore, ciascuno al proprio fratello»”.
Cosa significa il cuore? E’ frutto della nuova mentalità dove non prevale più la giustizia, ma la misericordia. Richiamandosi a quanto Gesù aveva detto in precedenza sul legare e sciogliere, il significato è questo: il perdono del Padre verso gli uomini rimane legato finché non si scioglie il perdono ai fratelli. Dio ci ha già perdonato, ma questo perdono diventa operativo ed efficace soltanto quando si trasforma in perdono nei confronti degli altri.
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?-. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Ermes Ronchi:
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. L'unica misura del perdono è perdonare senza misura. Perché vivere il vangelo di Gesù non è spostare un po' più avanti i paletti della morale, del bene e del male, ma è la lieta notizia che l'amore di Dio non ha misura.
Perché devo perdonare? Perché devo rimettere il debito? Perché cancellare l'offesa di mio fratello? La risposta è molto semplice: perché così fa Dio; perché il Regno è acquisire per me il cuore di Dio e poi immetterlo nelle mie relazioni.
Gesù lo dice con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come il bilancio di uno stato: un debito insolvibile. «Allora il servo, gettatosi a terra, lo supplicava...» e il re provò compassione. Il re non è il campione del diritto, ma il modello della compassione: sente come suo il dolore del servo, lo fa contare più dei suoi diritti. Il dolore pesa più dell'oro. Il servo perdonato, «appena uscito», trovò un servo come lui che gli doveva qualche denaro.
«Appena uscito»: non una settimana dopo, non il giorno dopo, non un'ora dopo. «Appena uscito», ancora immerso in una gioia insperata, appena liberato, appena restituito al futuro e alla famiglia. Appena dopo aver fatto l'esperienza di come sia grande un cuore di re, «presolo per il collo, lo strangolava gridando: "Ridammi i miei centesimi"», lui perdonato di miliardi! In fondo, era suo diritto, è giusto e spietato. L'insegnamento della parabola è chiaro: rivendicare i miei diritti non basta per essere secondo il vangelo. La giustizia non basta per fare l'uomo nuovo. «Occhio per occhio, dente per dente», debito per debito: è la linea della giustizia. Ma mentre l'uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza. Sull'eterna illusione dell'equilibrio tra dare e avere, fa prevalere il disequilibrio del fare grazia che nasce dalla compassione, dalla pietà.
«Non dovevi forse anche tu aver pietà di lui, così come io ho avuto pietà di te?» Non dovevi essere anche tu come me? Questo è il motivo del perdonare: fare ciò che Dio fa. Acquisire il cuore di Dio, per immettere la divina eccedenza dentro i rapporti ordinati del dare e dell'avere.
Perdonare significa - secondo l'etimologia del verbo greco aphíemi - lasciare andare, lasciare libero, troncare i tentacoli e le corde che ci annodano malignamente in una reciprocità di debiti. Assolvere significa sciogliere e dare libertà. La nostra logica ci imprigiona in un labirinto di legami. Occorre qualcosa di illogico: il perdono, fino a settanta volte sette, fino a una misura che si prende gioco dei nostri numeri e della nostra logica, fino ad agire come agisce Dio.
Alberto Maggi:
Matteo è l’evangelista che, più degli altri, dedica attenzione al tema del perdono. Per questo al capitolo 18 presenta Gesù che indica la necessità del confronto con il fratello che ha peccato, che ha commesso una colpa, e la necessità di ricomporre il dissidio all’interno della comunità. Qualora questo fratello rifiutasse di ricomporre questa unità, deve essere amato come un pubblicano o un peccatore, cioè un amore in perdita, come l’amore al nemico.
Pietro reagisce a questo insegnamento di Gesù, si avvicina e gli chiede: “«Signore, se il mio fratello…»”, quindi si tratta della tematica del perdono all’interno della comunità, “«… pecca contro di me, quante volto dovrò perdonargli?»”
La legislazione rabbinica concedeva un massimo di tre volte per il perdono. Ebbene Pietro pensa di esagerare, raddoppia, e dice: “«Fino a sette volte?»” Quindi Pietro vuole sapere delle regole precise, vuole sapere il limite del perdono. Gesù gli rispose: “«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette»”.
Gesù, con l’espressione “settanta volte sette”, non sta indicando solo la quantità del perdono (illimitato), ma la sua qualità (incondizionato).
E poi Gesù presenta una parabola molto eloquente. Il regno dei cieli, cioè questa nuova realtà che lui è venuto a proporre, è simile a un re che è venuto a regolare i conti con i suoi servi. E’ il re che prende l’iniziativa, e vediamo che lui intende condonare, cancellare i conti. Col termine “servo” in oriente viene definito qualunque dipendente del re. Qui si tratta in realtà di alti funzionari, si vede dalle somme che gestiscono.
“Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti”, una cifra spropositata, una cifra assurda. Infatti un talento equivaleva tra i 26 e i 36 Kg di oro, ebbene diecimila talenti sono circa 300.000 Kg di oro, quindi una cifra incalcolabile, impossibile da restituire. Infatti “poiché costui non era in grado di restituire, l padrone ordinò …”. Non è una cattiveria, ma era il diritto dell’epoca, “… che fosse venduto lui, con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito”. Quindi il re prende l’iniziativa, vede che costui non ha da restituirgli il debito e si rivolge alla prassi normale, quella che è la giustizia. Questo servo supplica il suo re e gli dice: “«Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa»”. Impossibile! Sa che non è possibile restituire ogni cosa perché dal calcolo che si fa ci sarebbero voluti più di 164.000 anni di lavoro per accumulare una cifra del genere.
Quindi il servo sa che non può restituire però chiede al signore di avere pazienza. Ebbene “il padrone ebbe compassione di quel servo”. Questo verbo usato per Dio nell’Antico Testamento e per Gesù nel Nuovo Testamento, indica un’azione di misericordia viscerale da parte di Dio per i suoi figli e di Gesù per i suoi fratelli.
“Lo lasciò andare e gli condonò il debito”, cioè cancellò il debito. Ebbene, “Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari”, una cifra irrisoria. Il denaro era la paga giornaliera di un operaio, quindi cento denari sono circa tre mesi di lavoro, una cifra che è possibile restituire. Ebbene, questo funzionario che aveva visto condonati l’equivalente della bellezza di 300.000 Kg d’oro per un valore di circa 164.000 di lavoro, “lo prese per il collo e lo soffocava”.
Lui che ha avuto restituita la vita dal suo signore la toglie all’altro e gli chiede di restituire quello che gli deve. Ebbene questo suo compagno si rivolge a lui esattamente come questo funzionario si era rivolto al re: “«Abbi pazienza con me e ti restituirò»”. E in questo caso è possibile restituire. “Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione”.
Anziché la misericordia che gli era stata usata lui usa la giustizia. “Visto quello che accadeva i compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo maligno …»”.
E chi è incapace di perdonare semina la morte all’interno della comunità. “«Servo maligno, ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? Sdegnato, il padrone lo diede in mano gli aguzzini finché non avesse restituito tutto il dovuto»”, cioè per sempre.
Perché, come abbiamo calcolato, ci volevano circa 164.000 anni di lavoro, quindi non sarà mai in grado di restituire e va in mano agli aguzzini per sempre. E Gesù aggiunge: “«Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non condonerete»” – non è perdonare, ma condonare, l’iniziativa è del creditore – “«di cuore, ciascuno al proprio fratello»”.
Cosa significa il cuore? E’ frutto della nuova mentalità dove non prevale più la giustizia, ma la misericordia. Richiamandosi a quanto Gesù aveva detto in precedenza sul legare e sciogliere, il significato è questo: il perdono del Padre verso gli uomini rimane legato finché non si scioglie il perdono ai fratelli. Dio ci ha già perdonato, ma questo perdono diventa operativo ed efficace soltanto quando si trasforma in perdono nei confronti degli altri.
domenica 4 settembre 2011
Col.1.24
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.
Nella prima frase della prima lettura di oggi le traduzioni sono di solito inesatte. L'ha fatto osservare a ragione l'ultimo commento pubblicato sulla lettera ai Colossesi, quello di padre Aletti, professore all'Istituto Biblico. Per migliorare lo stile della frase di Paolo, i traduttori infatti modificano un po' l'ordine delle parole. Sembra poca cosa; in realtà cambia il senso. Traducono: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo". Con questa traduzione fanno dire a Paolo che la passione di Cristo è stata manchevole; manca qualche cosa ai patimenti di Cristo, e Paolo ha l'ambizione di completare ciò che manca. Questa idea non poteva certamente venire in mente a san Paolo. Egli in realtà non parla dei patimenti di Cristo in questa frase. Dice "tribolazioni", il che già indica una sfumatura; ma soprattutto l'espressione "nella mia carne" non si trova prima, ma dopo le parole "che manca alle tribolazioni di Cristo". La frase si deve tradurre: "Completo quello che manca nella mia carne alle tribolazioni di Cristo", oppure: "quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne".Alla passione di Cristo non manca niente, è sufficiente per salvare il mondo intero; però la passione di Cristo deve essere applicata alla vita di ciascun credente e questo comporta una certa dose di tribolazioni: "Dobbiamo soffrire con lui dice altrove san Paolo per poter essere glorificati con lui". Ogni vocazione cristiana comprende quindi una parte di tribolazioni, che deve essere attuata. In questo senso Paolo dice che completa ciò che manca all'applicazione della passione di Cristo nella sua esistenza. E una vocazione alta, questa applicazione alla nostra vita della passione di Cristo. Paolo la vede in modo molto positivo, al punto di dire:"Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi". Egli è convinto della fecondità di questa partecipazione alla passione di Cristo; vede la passione nella luce della risurrezione; sa che la partecipazione alla passione è condizione per partecipare alla risurrezione. Parla quindi di letizia, di gioia anche nelle sofferenze.E non è il solo ad avere questa prospettiva. San Pietro nella sua prima lettera invita tutti i cristiani a rallegrarsi quando hanno parte alle sofferenze di Cristo:"Quando avete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, affinché anche quando si manifesterà la sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare".La nostra vocazione cristiana ci porta a riconoscere la grazia nascosta nelle sofferenze e nelle prove della vita, grazia preziosa di unione a Cristo nella sua passione, grazia dell'amore autentico, che accetta di pagare di persona. Se il valore supremo è quello dell'amore autentico, occorre accogliere i mezzi necessari per progredire nell'amore non soltanto con rassegnazione, ma con gioia.Chiediamo allora al Signore di aiutarci a riconoscere la grazia nascosta nei momenti difficili. Se l'apprezziamo al suo giusto valore, potremo dire con san Paolo:"Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa".È chiaro che la partecipazione alla passione di Cristo si fa sempre in un orientamento d'amore. Paolo scrive: "Le sofferenze che sopporto per voi... Completo quello che manca a favore del coTpo di Cristo che è la Chiesa". Soltanto se accogliamo la sofferenza in questa prospettiva di offerta generosa di amore potremo provare in noi la gioia stessa del Signore.
Fratelli, sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.
Nella prima frase della prima lettura di oggi le traduzioni sono di solito inesatte. L'ha fatto osservare a ragione l'ultimo commento pubblicato sulla lettera ai Colossesi, quello di padre Aletti, professore all'Istituto Biblico. Per migliorare lo stile della frase di Paolo, i traduttori infatti modificano un po' l'ordine delle parole. Sembra poca cosa; in realtà cambia il senso. Traducono: "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo". Con questa traduzione fanno dire a Paolo che la passione di Cristo è stata manchevole; manca qualche cosa ai patimenti di Cristo, e Paolo ha l'ambizione di completare ciò che manca. Questa idea non poteva certamente venire in mente a san Paolo. Egli in realtà non parla dei patimenti di Cristo in questa frase. Dice "tribolazioni", il che già indica una sfumatura; ma soprattutto l'espressione "nella mia carne" non si trova prima, ma dopo le parole "che manca alle tribolazioni di Cristo". La frase si deve tradurre: "Completo quello che manca nella mia carne alle tribolazioni di Cristo", oppure: "quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne".Alla passione di Cristo non manca niente, è sufficiente per salvare il mondo intero; però la passione di Cristo deve essere applicata alla vita di ciascun credente e questo comporta una certa dose di tribolazioni: "Dobbiamo soffrire con lui dice altrove san Paolo per poter essere glorificati con lui". Ogni vocazione cristiana comprende quindi una parte di tribolazioni, che deve essere attuata. In questo senso Paolo dice che completa ciò che manca all'applicazione della passione di Cristo nella sua esistenza. E una vocazione alta, questa applicazione alla nostra vita della passione di Cristo. Paolo la vede in modo molto positivo, al punto di dire:"Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi". Egli è convinto della fecondità di questa partecipazione alla passione di Cristo; vede la passione nella luce della risurrezione; sa che la partecipazione alla passione è condizione per partecipare alla risurrezione. Parla quindi di letizia, di gioia anche nelle sofferenze.E non è il solo ad avere questa prospettiva. San Pietro nella sua prima lettera invita tutti i cristiani a rallegrarsi quando hanno parte alle sofferenze di Cristo:"Quando avete parte alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, affinché anche quando si manifesterà la sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare".La nostra vocazione cristiana ci porta a riconoscere la grazia nascosta nelle sofferenze e nelle prove della vita, grazia preziosa di unione a Cristo nella sua passione, grazia dell'amore autentico, che accetta di pagare di persona. Se il valore supremo è quello dell'amore autentico, occorre accogliere i mezzi necessari per progredire nell'amore non soltanto con rassegnazione, ma con gioia.Chiediamo allora al Signore di aiutarci a riconoscere la grazia nascosta nei momenti difficili. Se l'apprezziamo al suo giusto valore, potremo dire con san Paolo:"Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo quello che manca alle tribolazioni di Cristo nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa".È chiaro che la partecipazione alla passione di Cristo si fa sempre in un orientamento d'amore. Paolo scrive: "Le sofferenze che sopporto per voi... Completo quello che manca a favore del coTpo di Cristo che è la Chiesa". Soltanto se accogliamo la sofferenza in questa prospettiva di offerta generosa di amore potremo provare in noi la gioia stessa del Signore.
sabato 3 settembre 2011
Matteo 5,1-20: BEATI VOI!
IV del TEMPO ORDINARIO/A
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Leonardo Sapienza: “Dio ha un debole per i deboli”
Contro quelli che pensano che oggi per farsi valere, bisogna apparire, Dio dice: “Cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (I lettura).
Contro quelli che hanno il “complesso del padreterno”, san Paolo dice: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (II lettura).
Contro quelli che pensano di essere indispensabili nella società, Gesù dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Vangelo)
Beati voi/beati loro!
E’ una esclamazione che utilizziamo riferendola ai ricchi, ai famosi, ai potenti. Gesù la usa in modo opposto, paradossale, indicando coloro che a prima vista sono l’opposto della nostra idea di felicità, di realizzazione umana: beati voi poveri, miti, che avete fame e sete di giustizia, puri…
Chi ha ragione? Gesù e la schiera di “beati” riconosciuti tali dalla Chiesa o il mondo in cui siamo immersi a tal punto da non riuscire più a comprendere il ragionamento di Gesù?
Dove sta la felicità? Come realizzare la nostra vita? E’ più felice una velina che si è fatta strada vendendo la propria dignità o una donna mite, piccola come Madre Teresa di Calcutta che ha dedicato tutta la sua vita per gli ultimi? E’ più felice un politico che fra tanti compromessi ha conquistato il potere o un piccolo uomo come San Francesco che si è spogliato di tutto ciò che aveva per darlo ai poveri ed essere tutto di Dio?
Gesù sta facendo un discorso importante, solenne, il primo da quando è “sceso in campo”: è descritto come il nuovo Mosè che, sul monte, dona la nuova legge, la magna charta, la Costituzione del nascente cristianesimo. Sa che ciò che ci preme più di tutto è rintracciare la felicità, realizzare la nostra vita. E ci dice:
“Dio è la fonte della felicità, se avete Dio avete tutto. Beati gli amici di Dio che sanno affidarsi a Lui”.
Beati allora i POVERI in Spirito, coloro cioè che sentono il BISOGNO di Dio, che come mendicanti sono lì ad invocarne la presenza. Se siamo pieni di tante cose (e di tanti impegni) ci illudiamo di non aver bisogno di altro (e degli altri), ci sembra di non aver bisogno di Dio.
Beati i PURI di cuore, perché hanno uno sguardo limpido, capace di vedere Dio.
Beati coloro che LOTTANO per la GIUSTIZIA e per la PACE perché anche Dio lotta per gli stessi motivi e si fa accanto a loro.
Beati i MITI, i MISERICORDIOSI, perché questi sono gli atteggiamenti di Dio, lo stile di vita di Gesù: solo chi ama conosce Dio che è Amore, solo chi non risponde al male col male, ma con il bene, segue le orme di Dio e imparerà a camminarci insieme.
Beati anche gli AFFLITTI e i PERSEGUITATI a motivo della loro fede perché scopriranno di avere Dio come consolazione e difesa.
Giuseppe Lipari:
Attenzione: sono detti beati i poveri, non la povertà. Sono beati gli uomini, non le situazioni. Dio è con i poveri contro la povertà che è miseria. Beati quelli che sono nel pianto: Dio è dalla parte di chi piange, ma non dalla parte del dolore. Ma non perché la felicità si trovi nel piangere, bensì perché accade una cosa nuova: Chi piange ha Dio che gli cammina accanto, asciuga le sue lacrime, fascia il suo cuore, apre il suo futuro. Dio è un papà che si commuove, non un sadico.
Attenzione ancora:
Sono da una parte situazioni in cui ci affidiamo a Dio, lo lasciamo agire-governare perché realizzi il suo Regno di amore: sono i poveri e gli afflitti a confidare e a rifugiarsi in Dio, sono i miti a sperimentare la forza dell’amore…
Dall’altra parte sono motivi per cui impegnarci, sono un programma di vita: vivere nella sobrietà, nell’essenzialità per condividere i beni e promuovere la giustizia, essere operatori di pace, miti, ma non arrendevoli, toccati dalla miseria altrui e impegnati a risolverla…
Beato il ragazzino/a prepotente, ricco, bello?
Es. del figlio di un VIP che, venuto a festeggiare in Parrocchia: aveva la tavola imbandita di tante cose, ma pochi amici a consumarle e a dare gioia;
es. di chi ha genitori ricchi, potenti, ma spesso con poco tempo da condividere con loro, troppo presi e impegnati, distanti con i figli;
es. di chi è PREPOTENTE e riesce ad essere leader del gruppo, a primeggiare, ma è rispettato dai compagni, ma non amato dagli amici, non è consapevole dei propri limiti e per questo si mostra per quello che non è, si mette continuamente delle maschere, ha paura di apparire per quello che è.
BEATI VOI che avete amici sinceri, che sapete rispettarli, che vi volete sinceramente bene, che state imparando a donare (perché c’è più gioia nel donare che nel ricevere), che sapete prendervi in giro per i vostri difetti, con un po’ di ironia, sapendo che tutti abbiamo cose belle e cose meno belle, ma l’importante è essere se stessi, persone autentiche, aperte.
Beati voi appassionati per la vita, voi che sapete riflettere, che vi fermate a pensare, che avete genitori da cui ricevete amore e a cui contraccambiate amore, disposti al dialogo, al rispetto reciproco, voi che vivete in un ambiente sereno e che fate di tutto per mantenerlo tale.
Beati voi che imparate a conoscere Dio, voi invitati alla sua mensa, che siete disposti a dedicargli del tempo, ad ascoltare chi vi parla di Lui, a parlare con Lui: non vi deluderà! Vi renderà felici: la vostra vita non sarà magari facile, ma sicuramente bella e felice.
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Leonardo Sapienza: “Dio ha un debole per i deboli”
Contro quelli che pensano che oggi per farsi valere, bisogna apparire, Dio dice: “Cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (I lettura).
Contro quelli che hanno il “complesso del padreterno”, san Paolo dice: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (II lettura).
Contro quelli che pensano di essere indispensabili nella società, Gesù dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Vangelo)
Beati voi/beati loro!
E’ una esclamazione che utilizziamo riferendola ai ricchi, ai famosi, ai potenti. Gesù la usa in modo opposto, paradossale, indicando coloro che a prima vista sono l’opposto della nostra idea di felicità, di realizzazione umana: beati voi poveri, miti, che avete fame e sete di giustizia, puri…
Chi ha ragione? Gesù e la schiera di “beati” riconosciuti tali dalla Chiesa o il mondo in cui siamo immersi a tal punto da non riuscire più a comprendere il ragionamento di Gesù?
Dove sta la felicità? Come realizzare la nostra vita? E’ più felice una velina che si è fatta strada vendendo la propria dignità o una donna mite, piccola come Madre Teresa di Calcutta che ha dedicato tutta la sua vita per gli ultimi? E’ più felice un politico che fra tanti compromessi ha conquistato il potere o un piccolo uomo come San Francesco che si è spogliato di tutto ciò che aveva per darlo ai poveri ed essere tutto di Dio?
Gesù sta facendo un discorso importante, solenne, il primo da quando è “sceso in campo”: è descritto come il nuovo Mosè che, sul monte, dona la nuova legge, la magna charta, la Costituzione del nascente cristianesimo. Sa che ciò che ci preme più di tutto è rintracciare la felicità, realizzare la nostra vita. E ci dice:
“Dio è la fonte della felicità, se avete Dio avete tutto. Beati gli amici di Dio che sanno affidarsi a Lui”.
Beati allora i POVERI in Spirito, coloro cioè che sentono il BISOGNO di Dio, che come mendicanti sono lì ad invocarne la presenza. Se siamo pieni di tante cose (e di tanti impegni) ci illudiamo di non aver bisogno di altro (e degli altri), ci sembra di non aver bisogno di Dio.
Beati i PURI di cuore, perché hanno uno sguardo limpido, capace di vedere Dio.
Beati coloro che LOTTANO per la GIUSTIZIA e per la PACE perché anche Dio lotta per gli stessi motivi e si fa accanto a loro.
Beati i MITI, i MISERICORDIOSI, perché questi sono gli atteggiamenti di Dio, lo stile di vita di Gesù: solo chi ama conosce Dio che è Amore, solo chi non risponde al male col male, ma con il bene, segue le orme di Dio e imparerà a camminarci insieme.
Beati anche gli AFFLITTI e i PERSEGUITATI a motivo della loro fede perché scopriranno di avere Dio come consolazione e difesa.
Giuseppe Lipari:
Attenzione: sono detti beati i poveri, non la povertà. Sono beati gli uomini, non le situazioni. Dio è con i poveri contro la povertà che è miseria. Beati quelli che sono nel pianto: Dio è dalla parte di chi piange, ma non dalla parte del dolore. Ma non perché la felicità si trovi nel piangere, bensì perché accade una cosa nuova: Chi piange ha Dio che gli cammina accanto, asciuga le sue lacrime, fascia il suo cuore, apre il suo futuro. Dio è un papà che si commuove, non un sadico.
Attenzione ancora:
Sono da una parte situazioni in cui ci affidiamo a Dio, lo lasciamo agire-governare perché realizzi il suo Regno di amore: sono i poveri e gli afflitti a confidare e a rifugiarsi in Dio, sono i miti a sperimentare la forza dell’amore…
Dall’altra parte sono motivi per cui impegnarci, sono un programma di vita: vivere nella sobrietà, nell’essenzialità per condividere i beni e promuovere la giustizia, essere operatori di pace, miti, ma non arrendevoli, toccati dalla miseria altrui e impegnati a risolverla…
Beato il ragazzino/a prepotente, ricco, bello?
Es. del figlio di un VIP che, venuto a festeggiare in Parrocchia: aveva la tavola imbandita di tante cose, ma pochi amici a consumarle e a dare gioia;
es. di chi ha genitori ricchi, potenti, ma spesso con poco tempo da condividere con loro, troppo presi e impegnati, distanti con i figli;
es. di chi è PREPOTENTE e riesce ad essere leader del gruppo, a primeggiare, ma è rispettato dai compagni, ma non amato dagli amici, non è consapevole dei propri limiti e per questo si mostra per quello che non è, si mette continuamente delle maschere, ha paura di apparire per quello che è.
BEATI VOI che avete amici sinceri, che sapete rispettarli, che vi volete sinceramente bene, che state imparando a donare (perché c’è più gioia nel donare che nel ricevere), che sapete prendervi in giro per i vostri difetti, con un po’ di ironia, sapendo che tutti abbiamo cose belle e cose meno belle, ma l’importante è essere se stessi, persone autentiche, aperte.
Beati voi appassionati per la vita, voi che sapete riflettere, che vi fermate a pensare, che avete genitori da cui ricevete amore e a cui contraccambiate amore, disposti al dialogo, al rispetto reciproco, voi che vivete in un ambiente sereno e che fate di tutto per mantenerlo tale.
Beati voi che imparate a conoscere Dio, voi invitati alla sua mensa, che siete disposti a dedicargli del tempo, ad ascoltare chi vi parla di Lui, a parlare con Lui: non vi deluderà! Vi renderà felici: la vostra vita non sarà magari facile, ma sicuramente bella e felice.
giovedì 1 settembre 2011
Mt 18,15-20: GUADAGNARE UN FRATELLO
XXIII TEMPO ORDINARIO/A
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Ermes Ronchi:
Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, tu va'... Queste parole tracciano le regole di base per la convivenza fraterna.
La prima: se qualcuno ti ferisce, tu non chiudere la comunicazione, non lasciare che l'offesa occupi tutta la scena, non metterti in atteggiamento di vittima o di sudditanza di fronte al male - questo lo renderebbe più forte -, ma fa tu il primo passo, riapri tu il dialogo. È il primo modo per de-creare il male, per esserne liberati. Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello. Una espressione inusuale e commovente: «guadagnare» un uomo, «acquistare» un fratello, arricchirsi di persone. Il vero guadagno della mia vita corrisponde alle relazioni buone che ho costruito. Ogni persona vale quanto valgono i suoi amori e le sue amicizie. Una comunità si misura dalla qualità dei rapporti umani che si sono instaurati. Dio è un vento di comunione che ci sospinge gli uni verso gli altri. Senza l'altro l'uomo non è uomo. Il Vangelo ci chiama a pensare sempre in termini di «noi». Tutto quello che legherete sulla terra... Il potere di sciogliere e legare non ha nulla di giuridico, consiste nel mandato fondamentale di tessere nel mondo strutture di riconciliazione: ciò che avrete riunito attorno a voi, le persone, gli affetti, le speranze, lo ritroverete unito nel cielo; e ciò che avrete liberato attorno a voi, di energie, di vita, di audacia e sorrisi, non sarà più dimenticato, è storia santa. Ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre.
dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. Non semplicemente nell'io, non semplicemente nel tu, il Signore sta tra l'io e il tu, nel legame. In principio ad ogni vita, il legame, come nella stessa Trinità. La costruzione del mondo nuovo inizia dai mattoni elementari io-tu, dalle relazioni quotidiane. Ma c'è un terzo tra i due, un terzo tra me e te, il cui nome è Amore: collante delle vite, forza di coesione degli atomi (Turoldo), unità dei mondi. È tra noi, ad una condizione: che siamo riuniti nel suo nome. Non per interesse, non per superficialità, non per caso, ma nel suo nome: amando ciò che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, sognando il suo sogno di un mondo fatto di fratelli, dove il giusto e il peccatore, il violento e l'inerme si tengono per mano.
Alberto Maggi:
Dopo aver parlato dello scandalo della comunità verso i piccoli, cioè gli emarginati, che possono essere scandalizzati da quello che vedono all’interno della comunità in termini di ambizione, di superiorità, Gesù ora arriva a parlare dello scandalo dei dissidi all’interno della comunità.
- “«Se tuo fratello»”, quindi si tratta di un componente della comunità, “«commetterà una colpa contro di te, va’ e …»”, non ammoniscilo, come riporta questa traduzione, ma “«convincilo»”. Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è la posizione del fratello che cerca di ricomporre l’unità, cerca di superare il dissidio. Sempre ricordando quanto Gesù già ha ammonito, cioè che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, occorre stare attenti che uno non abbia la trave conficcata nel suo (trave che deforma la sua realtà).
- “«Tra te e lui solo»”, quindi al dissidio non deve essere data pubblicità, si deve risolvere il problema. Ed è la persona offesa che deve andare verso l’offensore, perché chi sbaglia, chi offende spesso non ha il coraggio, non ha la forza di chiedere scusa, di chiedere perdono. Allora deve essere la parte lesa, la persona offesa, che va verso l’offensore e ricomporre il dissidio.
- “«E se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi con te una o due persone»”; sono quelli che nella comunità svolgono il ruolo di costruttori di pace, “«perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»”.
- “«Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità»”. Il termine greco è ecclesia che rappresenta la comunità dei convocati, l’assemblea dei convocati da Gesù, “«E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te»”, quindi non per la comunità, ma per te, “«come il pagano e il pubblicano»”. Cosa significa? Non significa che quest’individuo, causa del dissidio, vada escluso dall’amore della comunità, e neanche dal tuo amore, ma significa che questo amore sarà a senso unico.
- Mentre nella comunità l’amore donato viene anche ricevuto, perché i fratelli si scambiano vicendevolmente questo amore, verso la persona che è causa del dissidio, l’amore va dato come quello verso i nemici. Gesù dirà di amare i nemici, dirà di pregare per i persecutori. Quindi non significa escludere questa persona dal tuo amore, ma amarlo in perdita, a senso unico.
- E sempre parlando della tematica del perdono, Gesù assicura: “«In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo»”. Si tratta sempre del perdono, chi non perdona lega il perdono di Dio, “«E tutto quello che scioglierete in terra sarà sciolto in cielo»”. Si tratta del perdono, Il perdono di Dio diventa operativo ed efficace quando si traduce in perdono verso gli altri. Quindi chi non perdona lega il perdono di Dio, mentre chi perdona lo scioglie.
- E poi Gesù conclude: “«Ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo»”, il verbo mettere d’accordo è Sinfoneo, da cui la parola “sinfonia”. E’ importante perché indica la vita della comunità. Sinfonia significa che diverse voci, diversi strumenti suonano ciascuno dando il meglio di sé. Non ci deve essere una uniformità di voci e di suoni, ma c’è una varietà nell’unico spartito che è quello dell’amore. Quindi è l’amore vissuto nelle varie forme, fiorito nelle varie modalità.
- “«Per chiedere qualunque cosa, il Padre mi oche è nei cieli gliela concederà. Perché dove due o tre …»”, ecco ritornano i due o tre che sono stati fautori della pace, coloro che sono andati a eliminare il dissidio, la loro funzione di costruttori di pace, rende manifesta la presenza del Signore. “«… sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro»”.
- E ritorna la tematica cara all’evangelista, quella del Gesù, il Dio con noi. Mentre nella tradizione ebraica si diceva che dove due o tre si riuniscono per studiare la Torah, la legge, la Shekinà, cioè la gloria di Dio è in mezzo a loro, Gesù si sostituisce alla legge. L’adesione a Dio non avviene più attraverso una legge esterna all’uomo, ma nell’immedesimazione con una persona: Gesù, il Figlio di Dio, il modello dell’umanità. Gesù assicura che quando c’è questa unità, quando si ricompongono i dissidi all’interno della comunità, la sua presenza è ininterrotta e crescente.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Ermes Ronchi:
Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te, tu va'... Queste parole tracciano le regole di base per la convivenza fraterna.
La prima: se qualcuno ti ferisce, tu non chiudere la comunicazione, non lasciare che l'offesa occupi tutta la scena, non metterti in atteggiamento di vittima o di sudditanza di fronte al male - questo lo renderebbe più forte -, ma fa tu il primo passo, riapri tu il dialogo. È il primo modo per de-creare il male, per esserne liberati. Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello. Una espressione inusuale e commovente: «guadagnare» un uomo, «acquistare» un fratello, arricchirsi di persone. Il vero guadagno della mia vita corrisponde alle relazioni buone che ho costruito. Ogni persona vale quanto valgono i suoi amori e le sue amicizie. Una comunità si misura dalla qualità dei rapporti umani che si sono instaurati. Dio è un vento di comunione che ci sospinge gli uni verso gli altri. Senza l'altro l'uomo non è uomo. Il Vangelo ci chiama a pensare sempre in termini di «noi». Tutto quello che legherete sulla terra... Il potere di sciogliere e legare non ha nulla di giuridico, consiste nel mandato fondamentale di tessere nel mondo strutture di riconciliazione: ciò che avrete riunito attorno a voi, le persone, gli affetti, le speranze, lo ritroverete unito nel cielo; e ciò che avrete liberato attorno a voi, di energie, di vita, di audacia e sorrisi, non sarà più dimenticato, è storia santa. Ciò che scioglierete avrà libertà per sempre, ciò che legherete avrà comunione per sempre.
dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. Non semplicemente nell'io, non semplicemente nel tu, il Signore sta tra l'io e il tu, nel legame. In principio ad ogni vita, il legame, come nella stessa Trinità. La costruzione del mondo nuovo inizia dai mattoni elementari io-tu, dalle relazioni quotidiane. Ma c'è un terzo tra i due, un terzo tra me e te, il cui nome è Amore: collante delle vite, forza di coesione degli atomi (Turoldo), unità dei mondi. È tra noi, ad una condizione: che siamo riuniti nel suo nome. Non per interesse, non per superficialità, non per caso, ma nel suo nome: amando ciò che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, sognando il suo sogno di un mondo fatto di fratelli, dove il giusto e il peccatore, il violento e l'inerme si tengono per mano.
Alberto Maggi:
Dopo aver parlato dello scandalo della comunità verso i piccoli, cioè gli emarginati, che possono essere scandalizzati da quello che vedono all’interno della comunità in termini di ambizione, di superiorità, Gesù ora arriva a parlare dello scandalo dei dissidi all’interno della comunità.
- “«Se tuo fratello»”, quindi si tratta di un componente della comunità, “«commetterà una colpa contro di te, va’ e …»”, non ammoniscilo, come riporta questa traduzione, ma “«convincilo»”. Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è la posizione del fratello che cerca di ricomporre l’unità, cerca di superare il dissidio. Sempre ricordando quanto Gesù già ha ammonito, cioè che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, occorre stare attenti che uno non abbia la trave conficcata nel suo (trave che deforma la sua realtà).
- “«Tra te e lui solo»”, quindi al dissidio non deve essere data pubblicità, si deve risolvere il problema. Ed è la persona offesa che deve andare verso l’offensore, perché chi sbaglia, chi offende spesso non ha il coraggio, non ha la forza di chiedere scusa, di chiedere perdono. Allora deve essere la parte lesa, la persona offesa, che va verso l’offensore e ricomporre il dissidio.
- “«E se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi con te una o due persone»”; sono quelli che nella comunità svolgono il ruolo di costruttori di pace, “«perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»”.
- “«Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità»”. Il termine greco è ecclesia che rappresenta la comunità dei convocati, l’assemblea dei convocati da Gesù, “«E se non ascolterà neanche la comunità, sia per te»”, quindi non per la comunità, ma per te, “«come il pagano e il pubblicano»”. Cosa significa? Non significa che quest’individuo, causa del dissidio, vada escluso dall’amore della comunità, e neanche dal tuo amore, ma significa che questo amore sarà a senso unico.
- Mentre nella comunità l’amore donato viene anche ricevuto, perché i fratelli si scambiano vicendevolmente questo amore, verso la persona che è causa del dissidio, l’amore va dato come quello verso i nemici. Gesù dirà di amare i nemici, dirà di pregare per i persecutori. Quindi non significa escludere questa persona dal tuo amore, ma amarlo in perdita, a senso unico.
- E sempre parlando della tematica del perdono, Gesù assicura: “«In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo»”. Si tratta sempre del perdono, chi non perdona lega il perdono di Dio, “«E tutto quello che scioglierete in terra sarà sciolto in cielo»”. Si tratta del perdono, Il perdono di Dio diventa operativo ed efficace quando si traduce in perdono verso gli altri. Quindi chi non perdona lega il perdono di Dio, mentre chi perdona lo scioglie.
- E poi Gesù conclude: “«Ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo»”, il verbo mettere d’accordo è Sinfoneo, da cui la parola “sinfonia”. E’ importante perché indica la vita della comunità. Sinfonia significa che diverse voci, diversi strumenti suonano ciascuno dando il meglio di sé. Non ci deve essere una uniformità di voci e di suoni, ma c’è una varietà nell’unico spartito che è quello dell’amore. Quindi è l’amore vissuto nelle varie forme, fiorito nelle varie modalità.
- “«Per chiedere qualunque cosa, il Padre mi oche è nei cieli gliela concederà. Perché dove due o tre …»”, ecco ritornano i due o tre che sono stati fautori della pace, coloro che sono andati a eliminare il dissidio, la loro funzione di costruttori di pace, rende manifesta la presenza del Signore. “«… sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro»”.
- E ritorna la tematica cara all’evangelista, quella del Gesù, il Dio con noi. Mentre nella tradizione ebraica si diceva che dove due o tre si riuniscono per studiare la Torah, la legge, la Shekinà, cioè la gloria di Dio è in mezzo a loro, Gesù si sostituisce alla legge. L’adesione a Dio non avviene più attraverso una legge esterna all’uomo, ma nell’immedesimazione con una persona: Gesù, il Figlio di Dio, il modello dell’umanità. Gesù assicura che quando c’è questa unità, quando si ricompongono i dissidi all’interno della comunità, la sua presenza è ininterrotta e crescente.
martedì 30 agosto 2011
Giovanni 2,1-11: FATE QUELLO CHE LUI VI DIRA'
«Il terzo giorno», scrive Giovanni: cioè l’ultimo giorno della prima settimana pubblica di Gesù, dopo il battesimo nel Giordano e dopo la chiamata dei primi discepoli; «il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino". E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora". Sua madre disse ai servitori: "Fate quello che Lui vi dirà". Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: "Ora prendetene, e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua – chiamò lo sposo e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora". Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».
Enrico Dal Covolo:
a. Osserviamo anzitutto il contesto del brano. Siamo nella prima settimana della vita pubblica di Gesù: una settimana che anticipa robustamente la rivelazione del suo mistero profondo. Gesù manifesta la sua gloria, quella che gli viene dal Padre: egli infatti non è un uomo come tutti gli altri, ma è il Figlio di Dio. Proprio questo è il suo mistero, che interpella la nostra fede. Certamente la prima settimana di Gesù richiama le altre due, a cui Giovanni allude esplicitamente nel gran finale del suo Vangelo: la settimana della passione, e poi la settimana della gloria, dopo la risurrezione. Al centro di esse si erge la croce di Gesù. La croce, per Giovanni, è la suprema manifestazione della gloria del Figlio di Dio: «Io», dichiara solennemente Gesù, ormai alla vigilia della sua passione, «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). Ma la croce è anche l'ora nella quale si condensano le tenebre di questo mondo. Vediamo così il movimento caratteristico del Vangelo di Giovanni. A mano a mano che Gesù si manifesta qual è, cioè il Figlio di Dio, il mondo si chiude a lui. E' il dramma della luce e della tenebre. E’ la provocazione della fede. Questo contesto, così ricco di spunti per la meditazione, ci fa capire che il brano delle nozze di Cana va letto come un'anticipazione della «grande ora» di Gesù, quella della sua morte e risurrezione.
b. Cerchiamo adesso di ricostruire il fatto, così come dovette capitare. Gesù si trova ancora in Galilea, nel nord della Palestina, dove ha raccolto il manipolo dei suoi apostoli. In un villaggio della regione, a Cana, si svolge una festa di nozze, a cui egli è invitato con i suoi discepoli. Una festa di nozze poteva durare diversi giorni, anche una settimana. E' probabile che gli sposi novelli avessero fatto male i loro calcoli: forse si erano lasciati prendere la mano, e avevano invitato troppi ospiti, rispetto alle loro possibilità. Fatto sta che sul più bello della festa essi rimangono del tutto senza vino. La situazione è tragica, anche perché il vino era come il simbolo dell'alleanza nuziale. Senza vino, il matrimonio nasce sotto una cattiva stella. Maria, una delle persone invitate alle nozze, da brava donna di casa si accorge dell'imbarazzo generale, e chiede a Gesù di intervenire. Così Gesù – quasi «costretto» da sua madre – compie il primo dei miracoli. Notate: non un miracolo qualsiasi. E' piuttosto il prototipo, il modello di tutti gli altri «segni» miracolosi. Quali sono questi segni? Sono i segni della rivelazione di Gesù come Figlio di Dio; sono i segni del suo mistero, della sua gloria, e dovrebbero condurre alla fede. Qui, infatti, i discepoli credono in Lui (cioè credono che egli è il Figlio di Dio). Altrove (per esempio di fronte al «segno» di Lazzaro) Giovanni allude anche alla reazione del mondo ostile, dei sommi sacerdoti e dei farisei, che proprio a seguito di questi segni decidono di uccidere Gesù. Ieri come oggi, il dramma della luce e delle tenebre avanza nella storia.
c. Finalmente sottolineiamo alcune parole, alcune espressioni più significative. Anzitutto, il tema dell'ora. «Non è ancora giunta la mia ora», risponde Gesù a sua madre. Quasi a dire: Non è ancora giunto il momento della mia rivelazione. Ma qual è l'ora di Gesù? L'abbiamo già accennato. E' il suo innalzamento, la sua morte-risurrezione. Iniziando il racconto dell'ultima cena, l'evangelista scrive: «Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1). Ecco l'ora di Gesù: è l'ora dell'innalzamento sulla croce. Solo in quest’ora si manifestano pienamente il suo mistero e la sua gloria. Così appare chiarissimo che il «segno di Cana» rappresenta un anticipo dell'ora suprema. Gesù ne è ben consapevole, e questo spiega la sua resistenza iniziale di fronte alla richiesta di Maria. Di fatto, molti elementi del racconto creano tutta una serie di corrispondenze con l'ora della croce (19,25-37). In particolare, incontriamo Maria: è presente a Cana, ed è presente nell'ora di Gesù, ai piedi della sua croce. Là, come qui, è chiamata «donna». Per Giovanni, Maria è la figura del discepolo fedele e il modello del credente. E attraverso i secoli risuona il suo invito, che diventa la «parola d'ordine» consegnata al discepolo di ogni tempo: «Fate quello che Lui vi dirà».
Per la preghiera e per la vita - E che cosa ci dice oggi Gesù, a duemila anni di distanza? Ce lo chiediamo con una certa impazienza, mentre saliamo gli ultimi due gradini della lectio tradizionale, che riguardano la preghiera e la conversione della vita. Anzitutto Gesù ci invita a conoscerlo di più, ad amarlo, a imitarlo. Ci invita a essere saldi nella fede, radicati in Lui, suoi testimoni nel mondo. Ci dice di mettere Lui e il suo progetto di vita a fondamento della nostra esistenza; di buttare la vita, di donarla per gli altri fino allo scandalo della croce, perché questa è la gloria, questa è l’unica via di risurrezione. Le altre strade non portano proprio alla risurrezione. Ed è inutile poi lamentarsi. I falsi valori ci ingannano sempre. Così la parola appassionata di Maria (Fate quello che Lui vi dirà) ci fa puntare decisamente a Gesù come risposta ultima alle nostre attese e ai nostri problemi, ieri, oggi, sempre. E questo non da un punto di vista teorico, astratto, bensì dal punto di vista di un preciso impegno pratico, esistenziale. Il traguardo a cui puntare è l’esperienza di una vita intesa come amore senza limiti, che si dona fino a perdere tutto, e che – nell’ora precisa del dono supremo – rivela il suo senso più pieno. La vita donata lascia vuota la tomba, vince la morte e vive per sempre. Chi spreca la sua vita per gli altri, la ritrova in pieno… Non c’è nessun masochismo in tutto questo. Neppure c’è amore della croce, o del dolore, o del sacrificio per se stesso. C’è soltanto l’adesione di fede alla vita di Gesù – l’Uomo che indica all’uomo il vero volto dell’uomo, proprio perché non è soltanto un uomo –. Talvolta la croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà è proprio vero il contrario! La croce è il supremo sì di Dio all’uomo; è l’espressione massima del suo amore per noi; è la cattedra dell’amore; è la sorgente della vita che vince la morte. E subito mi torna alla memoria Sabatino, un ragazzo di vent’anni, che ho incontrato molti anni fa, da giovane prete. Sabatino era un ragazzo come tanti altri. Faccio un po’ di fatica a ricordarne il volto. Eppure, era un ragazzo santo. Aveva lasciato la sua casa, per andare a vivere con i barboni, i poveracci, gli emarginati che si danno ritrovo vicino alla Stazione Centrale di Milano. Qui un frate camilliano, fratel Ettore, aveva requisito per loro uno stanzone, una specie di tunnel dentro alla stazione. Sabatino aveva deciso di vivere con loro, per servirli. Gli fu fatale un acquazzone d’agosto, quando, sotto la pioggia, andava a cercare i suoi barboni. Poco prima che la polmonite lo uccidesse, alla Clinica del Lavoro di Milano, un biglietto: «Se esco di qui, vi racconto tutto… Come si muore, e poi ci si trova risorti. Saluto tutti. Sabatino». E ancora ricordo… Sabatino mi raccontò quella prima volta, in cui s’era messo a lavare i piedi purulenti di un barbone, ed era proprio un venerdì santo. Mi disse che aveva provato la mistica certezza di stringere tra le proprie mani i piedi feriti di Gesù. «E’ stata un’esperienza unica», confessava, «e rimarrà per sempre indimenticabile». Al funerale, dove nessun barbone volle mancare, l’Arcivescovo Martini spiegò finalmente il segreto di Sabatino. «Sabatino viveva dell’Eucaristia», disse; «aveva fatto suo il progetto di vita di Gesù, cioè il pane spezzato e il vino versato. Sabatino portava impresso nel suo cuore Cristo crocifisso».
Ma che cosa significa per me portare «impresso nel cuore» il segno della croce? Che cosa significa questo nel concreto della mia vita? Che cosa significa per me rimanere saldo nella fede? Vuol dire precisamente questo: Fate quello che Lui vi dirà… Alla fine di tutto, la celebrazione di queste parole nella nostra preghiera e nella nostra vita impone il discernimento e la conversione, e ci invita – come faremo in questi giorni – a passare attraverso i segni sacramentali della Chiesa: la Confessione, l’Eucaristia…
Enrico Dal Covolo:
a. Osserviamo anzitutto il contesto del brano. Siamo nella prima settimana della vita pubblica di Gesù: una settimana che anticipa robustamente la rivelazione del suo mistero profondo. Gesù manifesta la sua gloria, quella che gli viene dal Padre: egli infatti non è un uomo come tutti gli altri, ma è il Figlio di Dio. Proprio questo è il suo mistero, che interpella la nostra fede. Certamente la prima settimana di Gesù richiama le altre due, a cui Giovanni allude esplicitamente nel gran finale del suo Vangelo: la settimana della passione, e poi la settimana della gloria, dopo la risurrezione. Al centro di esse si erge la croce di Gesù. La croce, per Giovanni, è la suprema manifestazione della gloria del Figlio di Dio: «Io», dichiara solennemente Gesù, ormai alla vigilia della sua passione, «quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). Ma la croce è anche l'ora nella quale si condensano le tenebre di questo mondo. Vediamo così il movimento caratteristico del Vangelo di Giovanni. A mano a mano che Gesù si manifesta qual è, cioè il Figlio di Dio, il mondo si chiude a lui. E' il dramma della luce e della tenebre. E’ la provocazione della fede. Questo contesto, così ricco di spunti per la meditazione, ci fa capire che il brano delle nozze di Cana va letto come un'anticipazione della «grande ora» di Gesù, quella della sua morte e risurrezione.
b. Cerchiamo adesso di ricostruire il fatto, così come dovette capitare. Gesù si trova ancora in Galilea, nel nord della Palestina, dove ha raccolto il manipolo dei suoi apostoli. In un villaggio della regione, a Cana, si svolge una festa di nozze, a cui egli è invitato con i suoi discepoli. Una festa di nozze poteva durare diversi giorni, anche una settimana. E' probabile che gli sposi novelli avessero fatto male i loro calcoli: forse si erano lasciati prendere la mano, e avevano invitato troppi ospiti, rispetto alle loro possibilità. Fatto sta che sul più bello della festa essi rimangono del tutto senza vino. La situazione è tragica, anche perché il vino era come il simbolo dell'alleanza nuziale. Senza vino, il matrimonio nasce sotto una cattiva stella. Maria, una delle persone invitate alle nozze, da brava donna di casa si accorge dell'imbarazzo generale, e chiede a Gesù di intervenire. Così Gesù – quasi «costretto» da sua madre – compie il primo dei miracoli. Notate: non un miracolo qualsiasi. E' piuttosto il prototipo, il modello di tutti gli altri «segni» miracolosi. Quali sono questi segni? Sono i segni della rivelazione di Gesù come Figlio di Dio; sono i segni del suo mistero, della sua gloria, e dovrebbero condurre alla fede. Qui, infatti, i discepoli credono in Lui (cioè credono che egli è il Figlio di Dio). Altrove (per esempio di fronte al «segno» di Lazzaro) Giovanni allude anche alla reazione del mondo ostile, dei sommi sacerdoti e dei farisei, che proprio a seguito di questi segni decidono di uccidere Gesù. Ieri come oggi, il dramma della luce e delle tenebre avanza nella storia.
c. Finalmente sottolineiamo alcune parole, alcune espressioni più significative. Anzitutto, il tema dell'ora. «Non è ancora giunta la mia ora», risponde Gesù a sua madre. Quasi a dire: Non è ancora giunto il momento della mia rivelazione. Ma qual è l'ora di Gesù? L'abbiamo già accennato. E' il suo innalzamento, la sua morte-risurrezione. Iniziando il racconto dell'ultima cena, l'evangelista scrive: «Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1). Ecco l'ora di Gesù: è l'ora dell'innalzamento sulla croce. Solo in quest’ora si manifestano pienamente il suo mistero e la sua gloria. Così appare chiarissimo che il «segno di Cana» rappresenta un anticipo dell'ora suprema. Gesù ne è ben consapevole, e questo spiega la sua resistenza iniziale di fronte alla richiesta di Maria. Di fatto, molti elementi del racconto creano tutta una serie di corrispondenze con l'ora della croce (19,25-37). In particolare, incontriamo Maria: è presente a Cana, ed è presente nell'ora di Gesù, ai piedi della sua croce. Là, come qui, è chiamata «donna». Per Giovanni, Maria è la figura del discepolo fedele e il modello del credente. E attraverso i secoli risuona il suo invito, che diventa la «parola d'ordine» consegnata al discepolo di ogni tempo: «Fate quello che Lui vi dirà».
Per la preghiera e per la vita - E che cosa ci dice oggi Gesù, a duemila anni di distanza? Ce lo chiediamo con una certa impazienza, mentre saliamo gli ultimi due gradini della lectio tradizionale, che riguardano la preghiera e la conversione della vita. Anzitutto Gesù ci invita a conoscerlo di più, ad amarlo, a imitarlo. Ci invita a essere saldi nella fede, radicati in Lui, suoi testimoni nel mondo. Ci dice di mettere Lui e il suo progetto di vita a fondamento della nostra esistenza; di buttare la vita, di donarla per gli altri fino allo scandalo della croce, perché questa è la gloria, questa è l’unica via di risurrezione. Le altre strade non portano proprio alla risurrezione. Ed è inutile poi lamentarsi. I falsi valori ci ingannano sempre. Così la parola appassionata di Maria (Fate quello che Lui vi dirà) ci fa puntare decisamente a Gesù come risposta ultima alle nostre attese e ai nostri problemi, ieri, oggi, sempre. E questo non da un punto di vista teorico, astratto, bensì dal punto di vista di un preciso impegno pratico, esistenziale. Il traguardo a cui puntare è l’esperienza di una vita intesa come amore senza limiti, che si dona fino a perdere tutto, e che – nell’ora precisa del dono supremo – rivela il suo senso più pieno. La vita donata lascia vuota la tomba, vince la morte e vive per sempre. Chi spreca la sua vita per gli altri, la ritrova in pieno… Non c’è nessun masochismo in tutto questo. Neppure c’è amore della croce, o del dolore, o del sacrificio per se stesso. C’è soltanto l’adesione di fede alla vita di Gesù – l’Uomo che indica all’uomo il vero volto dell’uomo, proprio perché non è soltanto un uomo –. Talvolta la croce ci fa paura, perché sembra essere la negazione della vita. In realtà è proprio vero il contrario! La croce è il supremo sì di Dio all’uomo; è l’espressione massima del suo amore per noi; è la cattedra dell’amore; è la sorgente della vita che vince la morte. E subito mi torna alla memoria Sabatino, un ragazzo di vent’anni, che ho incontrato molti anni fa, da giovane prete. Sabatino era un ragazzo come tanti altri. Faccio un po’ di fatica a ricordarne il volto. Eppure, era un ragazzo santo. Aveva lasciato la sua casa, per andare a vivere con i barboni, i poveracci, gli emarginati che si danno ritrovo vicino alla Stazione Centrale di Milano. Qui un frate camilliano, fratel Ettore, aveva requisito per loro uno stanzone, una specie di tunnel dentro alla stazione. Sabatino aveva deciso di vivere con loro, per servirli. Gli fu fatale un acquazzone d’agosto, quando, sotto la pioggia, andava a cercare i suoi barboni. Poco prima che la polmonite lo uccidesse, alla Clinica del Lavoro di Milano, un biglietto: «Se esco di qui, vi racconto tutto… Come si muore, e poi ci si trova risorti. Saluto tutti. Sabatino». E ancora ricordo… Sabatino mi raccontò quella prima volta, in cui s’era messo a lavare i piedi purulenti di un barbone, ed era proprio un venerdì santo. Mi disse che aveva provato la mistica certezza di stringere tra le proprie mani i piedi feriti di Gesù. «E’ stata un’esperienza unica», confessava, «e rimarrà per sempre indimenticabile». Al funerale, dove nessun barbone volle mancare, l’Arcivescovo Martini spiegò finalmente il segreto di Sabatino. «Sabatino viveva dell’Eucaristia», disse; «aveva fatto suo il progetto di vita di Gesù, cioè il pane spezzato e il vino versato. Sabatino portava impresso nel suo cuore Cristo crocifisso».
Ma che cosa significa per me portare «impresso nel cuore» il segno della croce? Che cosa significa questo nel concreto della mia vita? Che cosa significa per me rimanere saldo nella fede? Vuol dire precisamente questo: Fate quello che Lui vi dirà… Alla fine di tutto, la celebrazione di queste parole nella nostra preghiera e nella nostra vita impone il discernimento e la conversione, e ci invita – come faremo in questi giorni – a passare attraverso i segni sacramentali della Chiesa: la Confessione, l’Eucaristia…
giovedì 25 agosto 2011
Mt 16,21-27: chi vuol venire DIETRO a me
XXII del T.O./A
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
Alberto Maggi:
Ai discepoli che seguono Gesù pensando che lui sia il messia trionfatore, vincitore, quello annunziato dalla tradizione, che a Gerusalemme avrebbe conquistato e preso il potere, Gesù per la prima volta parla apertamente di quello che l’attende a Gerusalemme.
Fintanto che Pietro sta davanti e vuole lui indicare la traccia, la via, lui è il Satana, l’avversario. Allora Gesù dice “«Vattene dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo»”. Quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, cioè la comunità dei credenti convocati dal Signore, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo.
Perché? “«Perché non pensi secondo Dio»”, cioè le categorie dell’amore e del servizio, “«ma secondo gli uomini»”, cioè le categorie del potere e del dominio. Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità, ma anche tutti i discepoli. Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi. “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me»”, Gesù ha invitato Pietro ad andare dietro di lui e ora fa comprendere quali sono le condizioni per poterlo seguire.
“«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso»”, rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di supremazia, e poi prosegue, letteralmente “«e sollevi la sua croce»”.
“«Sollevi la sua croce»”, la croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta, uno scandalo che arriva a far considerare Gesù e quelli che lo seguono rifiuti della società, persone addirittura rifiutate da Dio, perché la croce era il supplizio per i maledetti da Dio, “«e mi segua»”.
Gesù quindi non sta parlando della morte in croce, ma della via verso il supplizio, una via in solitudine, una via del disonore. Se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore. E poi Gesù aggiunge: “«Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»”.
Chi vive per gli altri realizza pienamente la propria esistenza, chi vive centrato esclusivamente sui propri bisogni, sulle proprie necessità, la distrugge. Quindi questa è l’alternativa che Gesù offre. Vivere per gli altri, dare, non è perdere, ma guadagnare. Significa realizzare pienamente se stessi. Chi ama non guarda più, in primo luogo, a se stesso, ma all'amato, alle sue necessità, al suo bene.
E Gesù commenta: “«Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?»” A che serve guadagnare tanto, conquistare tanto e poi smarrire se stesso? E’ una critica che Gesù fa alle persone di potere, qualunque potere. Le persone che hanno conquistato il potere, divorati dalla loro ambizione, sono persone che hanno tanto, ma non hanno nulla perché hanno completamente smarrito se stesse.
Sono persone alla deriva dalla vita, alla deriva dalla felicità. “«Perché il Figlio dell’Uomo»”, Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina, “«Sta per venire nella gloria del Padre suo»”. Gesù contrappone al massimo disonore, la pena di morte alla quale è stato condannato dal sinedrio, quindi il massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio.
L’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato. E’ quello che si fa per gli altri che determina la propria esistenza.
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
Alberto Maggi:
Ai discepoli che seguono Gesù pensando che lui sia il messia trionfatore, vincitore, quello annunziato dalla tradizione, che a Gerusalemme avrebbe conquistato e preso il potere, Gesù per la prima volta parla apertamente di quello che l’attende a Gerusalemme.
Fintanto che Pietro sta davanti e vuole lui indicare la traccia, la via, lui è il Satana, l’avversario. Allora Gesù dice “«Vattene dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo»”. Quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, cioè la comunità dei credenti convocati dal Signore, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo.
Perché? “«Perché non pensi secondo Dio»”, cioè le categorie dell’amore e del servizio, “«ma secondo gli uomini»”, cioè le categorie del potere e del dominio. Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità, ma anche tutti i discepoli. Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi. “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me»”, Gesù ha invitato Pietro ad andare dietro di lui e ora fa comprendere quali sono le condizioni per poterlo seguire.
“«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso»”, rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di supremazia, e poi prosegue, letteralmente “«e sollevi la sua croce»”.
“«Sollevi la sua croce»”, la croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta, uno scandalo che arriva a far considerare Gesù e quelli che lo seguono rifiuti della società, persone addirittura rifiutate da Dio, perché la croce era il supplizio per i maledetti da Dio, “«e mi segua»”.
Gesù quindi non sta parlando della morte in croce, ma della via verso il supplizio, una via in solitudine, una via del disonore. Se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore. E poi Gesù aggiunge: “«Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»”.
Chi vive per gli altri realizza pienamente la propria esistenza, chi vive centrato esclusivamente sui propri bisogni, sulle proprie necessità, la distrugge. Quindi questa è l’alternativa che Gesù offre. Vivere per gli altri, dare, non è perdere, ma guadagnare. Significa realizzare pienamente se stessi. Chi ama non guarda più, in primo luogo, a se stesso, ma all'amato, alle sue necessità, al suo bene.
E Gesù commenta: “«Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?»” A che serve guadagnare tanto, conquistare tanto e poi smarrire se stesso? E’ una critica che Gesù fa alle persone di potere, qualunque potere. Le persone che hanno conquistato il potere, divorati dalla loro ambizione, sono persone che hanno tanto, ma non hanno nulla perché hanno completamente smarrito se stesse.
Sono persone alla deriva dalla vita, alla deriva dalla felicità. “«Perché il Figlio dell’Uomo»”, Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina, “«Sta per venire nella gloria del Padre suo»”. Gesù contrappone al massimo disonore, la pena di morte alla quale è stato condannato dal sinedrio, quindi il massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio.
L’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato. E’ quello che si fa per gli altri che determina la propria esistenza.
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