martedì 24 novembre 2015

LETTERA DI SAN GIACOMO ALLA NOSTRA COMUNITA’


La recente partecipazione agli esercizi spirituali tenuti a Bose da Luciano Manicardi sulla lettera di Giacomo, mi ha portato a riflettere sulla nostra comunità (ma anche su ogni comunità familiare o parrocchiale). Vi propongo una semplice attualizzazione della sua lettera, arricchita dai commenti di Manicardi, che potrebbe stimolare la nostra vita.

Fratelli carissimi, ho visitato la vostra comunità con gioia, ma non posso nascondere di avervi scorto delle malattie che, se non curate, possono portare alla morte (per lo meno spirituale): l’incoerenza tra la fede che professate e le vostre opere; la litigiosità e le contese nate dal vostro cattivo modo di parlare; l’invidia e il giudizio inclemente che avete nei confronti degli altri fratelli.
So che avete subito molte prove, anche a causa del vostro stesso comportamento. Considerate però che vivere la prova con fede, cioè leggendola in modo nuovo, alla luce di Cristo, produce perseveranza: la prova è l’occasione per far maturare la vostra fede e dunque voi stessi. Siate fermi di fronte alle avversità, non scappate e non lasciatevi schiacciare da esse, ma sopportatele sapendo che la prova sopportata e superata con la vostra perseveranza e pazienza vi conduce alla letizia e a ricevere la corona della vita, cioè la comunione con Dio, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

giovedì 19 novembre 2015

Gv 18,33-37: solennità di Cristo Re dell'universo (anno B)

Gesù annuncia subito che “il Regno di Dio è vicino”, che è già tra noi. Ne parla come di un seme che sta germogliando e portando frutto e i suoi frutti sono la pace, la comunione, il perdono, la giustizia, l’amore fraterno, l’attenzione nei confronti dei poveri, degli emarginati, dei malati: nel Regno di Dio essi sono i primi cittadini, i preferiti del Re. E fin qui il Re è un’immagine per indicare Dio Padre, l’Onnipotente nell’amore: Lui è il Sovrano che attende di essere accolto, che non si impone, ma si propone. Solo in prossimità della Crocifissione anche Gesù si identifica come Re e viene rivelato, in maniera violenta e derisoria, ma involontariamente profetica, dagli stessi occupanti romani che “regnano” su Israele. I soldati si fanno beffa di lui, lo deridono mettendogli addosso un mantello scarlatto che richiama quello dei re, una corona di spine in testa, chiamandolo con disprezzo “Re dei Giudei”, fino a far mettere sopra la croce un cartello che lo descrive nelle tre lingue principali (quindi per il mondo intero): “Il Re dei Giudei”
Proprio quando Gesù è nel pretorio romano di Gerusalemme, consegnato dai capi dei giudei, si confessa davanti a Pilato “Re dei giudei”, cioè loro Messia, unto e inviato da Dio al suo popolo. Ma attenzione: nel quarto vangelo Gesù è un “Re al contrario”, non ha il potere mondano, la gloria dei re della terra, non si fregia dell’applauso della gente, non appare in una liturgia trionfale. Al contrario, proprio nella nudità di un uomo trattato come schiavo, quindi torturato, flagellato, incoronato di spine, si rivela quale unico e vero Re di tutto l’universo, con una gloria che nessuno può strappargli, la gloria di chi ama gli altri fino alla fine (cf. Gv 13,1), di chi sa dare la vita per loro (cf. Gv 15,13), rimanendo nell’amore (cf. Gv 15,9): gloria dell’amore vissuto e dell’amore mai contraddetto[1].

lunedì 13 luglio 2015

I puri di cuore

suor Maria Cristina Cruciani, Avvenire dell'11 luglio 2015

Fin dalle origini ci furono uomini dal cuore puro che camminarono con Dio come Abele, Enoc, Noè... come Abramo, che Dio affinò nella fede perché fosse del tutto pura: gli chiese il figlio affinché Abramo non amasse Dio perché glielo aveva dato mantenendo le promesse, ma perché Dio è Dio. Soltanto per questo! E Abramo seguì il Signore: «Cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1). Poi ci fu Giacobbe: «Ho visto Dio e sono rimasto vivo e chiamò quel luogo Penuel», volto di Dio (Gen 32,31).
Giacobbe non è più l’imbroglione ma Israele, riceve come una nuova identità, diremmo un cuore nuovo dall'incontro trasformante con Dio e ne porta i segni nel corpo: zoppicava quando oltrepassò Penuel. L’incontro con Dio, vedere Dio lascia il segno e nulla è più come prima. Quando Giacobbe-Israele ha il cuore guarito e ha visto Dio può incontrare suo fratello.
La struggente nostalgia del volto di Dio si traduce per Mosè in supplica ardita: «Mostrami la tua gloria» (cfr. Es33,18). Allora Dio rispose a Mosè che neppure lui avrebbe potuto vedere il volto di Dio senza morire, ma accadrà che l’uomo potrà vedere il volto di Dio nel volto umano del Signore Gesù: «Chi ha visto me ha visto il Padre mio» (Gv 14,9) tanto che ormai possiamo anche raffigurare Dio nel volto 'sindonico' del Signore Gesù, splendore della gloria del Padre e luogo ove abita la pienezza di Dio.

sabato 27 giugno 2015

Beati i poveri in spirito

Avvenire, 27 giugno 2015
di ENZO BIANCHI
“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Aprendo con queste parole il discorso della montagna, Gesù si ricollega intenzionalmente ai “poveri del Signore” della tradizione biblica, gli‘anawim, i “curvati”, quel “resto di Israele” umile e povero che confidava solo nel Signore Dio (cf. Sof 3,12). Questo abbandono fiducioso in Dio si era progressivamente focalizzato nell’attesa della venuta redentrice del Messia, l’Inviato definitivo di Dio, il Cristo: in tale contesto appare Gesù fin dalla sua nascita, come testimonia il vangelo dell’infanzia secondo Luca (cf. Lc 1-2). E in Maria la speranza dei “poveri in spirito” di tutto Israele trova il suo compimento: l’umile figlia di Sion ne è consapevole quando scioglie il canto del Magnificat, rivolgendosi a Dio che “ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all’umiliazione della sua serva” (Lc 1,48).

venerdì 22 maggio 2015

IL PADRE DI GESÙ E PADRE NOSTRO È MISERICORDIA E PERDONO

Luis A. Gallo
(NPG 99-07-54)
Una delle manifestazioni più vistose della tenerezza di Dio è il suo atteggiamento di misericordia verso i peccatori. Gesù, stando alle narrazioni dei vangeli, fece toccare con mano più di una volta e in maniera molto commovente tale tenerezza accogliendoli e dando loro il perdono nel suo nome. 
Gesù sconvolge per la sua misericordia
Ci sono nei vangeli dei racconti che commuovono in maniera particolare. Tra essi, due in cui Gesù ha a che fare con delle donne, e per di più con delle donne peccatrici.

domenica 17 maggio 2015

Il Figlio: rivelazione di Dio come misericordia

Storia dell’amore di Dio
o il «mistero della Trinità» /2
Carmine Di Sante

Il racconto neotestamentario 
Passando dal racconto del primo Testamento o Antico Testamento a quello del secondo Testamento o Nuovo Testamento, si nota uno spostamento di accento che è necessario richiamare. Nelle scritture ebraiche Dio si rivela attraverso una pluralità di figure o personaggi che si succedono diacronicamente in un arco di tempo quasi millenario che va da Abramo a Mosè, a Salomone, a Davide, ai profeti, fino ai saggi e ai sapienti. Anche se tra queste figure eccelle, per la sua importanza, Mosè, il profeta al quale Dio parlava faccia a faccia (cf Dt 34, 10) e colui al quale viene attribuita la stesura stessa del Pentateuco (per questo nella tradizione ebraica i libri del Pentateuco sono considerati in assoluto i più importanti, a differenza della tradizione cristiana per la quale ad essere ritenuti tali sono i libri profetici), ciononostante la rivelazione di Dio nel primo Testamento si dispiega attraverso una pluralità di messaggeri e di testimonianze che, solo nel loro insieme e attraverso la molteplicità delle loro oggettivazioni narrative e testuali, disvelano il mistero di Dio e del suo amore.

sabato 16 maggio 2015

Gli insegnamenti di Gesù sulla preghiera - Enzo Bianchi

Gesù pregava. Egli apparteneva a un popolo che sapeva pregare, il popolo che ha creato il Libro dei Salmi e ha trovato nella pratica di preghiera di Israele la norma che ha informato la sua stessa fede. La sua preghiera liturgica era improntata a modi e forme della preghiera giudaica del tempo, com'era vissuta nella liturgia sinagogale e nelle feste al Tempio di Gerusalemme (...) E' da tale fonte che Gesù ha tratto ispirazione per la sua capacità creativa. (...)
Grande rilievo ha, inoltre, la preghiera personale di Gesù. Il suo ministero pubblico è, infatti, intervallato da frequenti "ritiri", sopratutto durante la notte o al mattino presto, per pregare: «in luoghi deserti», «in disparte»,
«da solo», «sul monte» (Mt 14,23; Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16; 9,18.28), in particolare, «secondo il suo solito, sul monte degli Ulivi» (Lc 22,39). Luca è l'evangelista che inisiste maggiormente sulla preghiera di Gesù, collegandola ai momenti salienti della sua vita e della sua missione (...).
Quella di Gesù è una preghiera personalissima, in cui egli si rivolge a Dio chiamandolo "Papà", con la sfumatura di particolare intimità e confidenza insita nel termine aramaico Abba: essa è porta d'accesso al mistero della sua personalità, tutta sotto il segno della filialità nei confronti del Padre amato. E a Gesù, che prega con insistenza e perseveranza, il Padre risponde entrando con lui in dialogo: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7; Eb 1,5; cfr. Mc 1,11), parole che trovano nell'oggi della resurrezione il loro compimento (cfr. At 13, 32-33).